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      • Espansione e limite: Roma, Cina e la crisi dell’ordine occidentale post-feudale

      Espansione e limite: Roma, Cina e la crisi dell’ordine occidentale post-feudale

      Il progetto civilizzatore occidentale, nato dalla matrice post-feudale europea, si è costituito strutturalmente come un sistema aperto ed espansivo, incapace di riprodursi senza una crescita continua, l’esternalizzazione dei costi e la conquista permanente di nuovi “esterni” – geografici, ecologici e umani.

      Attualmente, quel sistema ha perso il suo esterno. Il pianeta è saturo come pozzo di smaltimento materiale, le società sono esaurite come pozzi di smaltimento di legittimità e il futuro è stato colonizzato come pozzo di smaltimento temporale attraverso il debito, la precarietà e le promesse non mantenute. La logica che ha permesso la formazione del sistema-mondo moderno ha raggiunto, nella sua fase spodocenica, i suoi limiti storici, geopolitici e biofisici.

      Questa crisi non costituisce, tuttavia, la prima esperienza storica di un ordine espansivo che raggiunge i limiti del proprio mondo. La tarda antichità offre un precedente decisivo nella traiettoria dell’Impero Romano, la cui espansione ha funzionato per secoli come meccanismo di equilibrio interno fino a quando la saturazione dell’orbis terrarum ha reso strutturalmente impossibile la sua riproduzione. La disgregazione dell’Impero Romano d’Occidente e l’emergere del feudalesimo come forma di chiusura locale, così come la maggiore longevità omeostatica dell’Impero Romano d’Oriente e il suo successivo collasso a causa di uno scontro storico asimmetrico, anticipano un dilemma civilizzatorio ricorrente: cosa succede quando un ordine di successo non può più espandersi e manca di meccanismi alternativi di autoregolazione.

      Questo antecedente permette di collocare storicamente il problema del limite e prepara il terreno per il confronto con altri percorsi civilizzatori, in particolare con l’esperienza cinese, dove la stabilità sistemica si è articolata per secoli non attorno all’espansione permanente, ma alla completezza funzionale e all’omeostasi interna.

      Di fronte all’esaurimento strutturale dell’Occidente, l’esperienza dell’Impero cinese riappare non come modello normativo o alternativa morale esportabile, ma come archivio storico indispensabile per pensare all’equilibrio, alla sovranità e al limite in un mondo di totale interdipendenza e vulnerabilità sistemica.

       

      Introduzione: apertura strutturale ed esaurimento del progetto occidentale

       

      La civiltà occidentale emerge dalla dissoluzione dell’ordine feudale non come un progetto fallito, ma come uno straordinariamente riuscito: un ordine storico capace di scatenare forze produttive inedite, riorganizzare il potere politico e ridefinire il rapporto tra individuo, società e mondo. Tuttavia, tale successo si è sostenuto fin dalle sue origini in una condizione strutturale specifica: l’impossibilità di stabilizzarsi in un sistema chiuso.

      La riproduzione dell’ordine post-feudale occidentale dipendeva da un’apertura strutturale permanente, sia interna – attraverso la dissoluzione degli ordini tradizionali, delle gerarchie ereditate e delle cosmologie chiuse – sia esterna, attraverso l’espansione coloniale, mercantile e culturale. La crisi contemporanea non emerge quindi da una deviazione dal progetto occidentale, ma dalla piena realizzazione della sua logica costitutiva.

      Dall’economia politica classica alla teoria del sistema-mondo, molteplici approcci hanno sottolineato che il capitalismo occidentale può sostenersi solo attraverso la continua incorporazione di nuovi spazi, risorse e popolazioni (Marx, 1867; Luxemburg, 1913; Wallerstein, 1974). L’espansione non era contingente, ma strutturale.

      Nella fase storica attuale – lo Spodocene – questa logica espansiva si trova di fronte a un paradosso terminale: gli strumenti che hanno permesso l’unificazione del mondo (Stato-nazione, ragione strumentale, progresso lineare) si rivelano incapaci di governare la complessità, l’interdipendenza e la fragilità che essi stessi hanno generato. L’apertura illimitata si trasforma in vulnerabilità sistemica; l’interdipendenza, in rischio permanente.

      Comprendere questo punto di esaurimento richiede una ricostruzione storica comparativa di altre forme di organizzazione civilizzatrice che hanno raggiunto alti livelli di complessità senza un’espansione permanente. In questo senso, la Cina premoderna offre un contrasto strutturale rivelatore.

       

      Il mondo premoderno: pluralità di sistemi e assenza di interdipendenza strutturale

       

      Prima dell’espansione oceanica europea, il pianeta non costituiva un sistema unico, ma una costellazione di macro-regioni civilizzatrici relativamente autonome. La sinosfera, il Dar al-Islam, il subcontinente indiano, l’Europa cristiana e le civiltà americane mantenevano scambi limitati, lenti e altamente filtrati, che non determinavano le loro dinamiche interne costitutive.

      Come sottolinea la storiografia dei primi sistemi-mondo (Abu-Lughod, 1989), questi contatti non generavano interdipendenza sistemica: una crisi in una regione raramente produceva effetti immediati e catastrofici nelle altre.

      Ogni civiltà funzionava come una totalità significativa e autoregolata, integrando cosmologia, potere politico, economia e significato in un ordine omeostatico.

       

      La Cina imperiale come civiltà di completezza funzionale

       

      All’interno di quell’arcipelago di sistemi, l’Impero cinese rappresentava il caso più avanzato e duraturo di autosufficienza strutturale. La sua straordinaria continuità – dai Qin (221 a.C.) ai Qing (1912 d.C.) – non era il risultato dell’isolamento, ma di una completezza funzionale raggiunta attraverso una sofisticata omeostasi civilizzatrice.

      Questo sistema si basava su quattro pilastri fondamentali:

       

      • Un quadro cosmopolitico unificante

      La dottrina del Mandato del Cielo (Tiānmìng) e l’ordine confuciano fornivano una legittimità flessibile e un codice etico-politico completo, che naturalizzava la gerarchia e il dovere come armonia cosmica.

      • Meccanismi meritocratici di retroazione

      Il sistema degli esami imperiali creò un’élite burocratica coesa grazie alla conoscenza dei classici, consentendo il costante rinnovamento dell’apparato statale ed evitando il degrado ereditario del potere (Elman, 2000). Le ribellioni contadine funzionavano come meccanismi correttivi interni, deponendo dinastie che avevano perso l’equilibrio virtuoso.

      • Autosufficienza materiale e gestione del perimetro

      Una base agricola intensiva e un vasto mercato interno assicuravano la riproduzione materiale. La politica estera, organizzata nel sistema tributario, ritualizzava le relazioni con l’esterno, incorporando simbolicamente i vicini nell’ordine del Tianxia (“Tutto sotto il Cielo”) senza necessità di conquista diretta.

      • Il limite come principio organizzativo

      Il confine -materializzato nella Grande Muraglia- non era una mancanza, ma la definizione stessa del sistema. Il successo consisteva nell’ottimizzare il funzionamento entro limiti geografici, ecologici e culturali riconosciuti.

       

      La dinamica storica cinese era ciclica e intensiva: perfezionamento interno, crisi e ripristino dell’equilibrio. Non una freccia lineare di crescita, ma una civiltà orientata alla permanenza armoniosa del sistema.

      Il crollo di questo ordine avvenne nel XIX secolo, non per un fallimento interno, ma per uno scontro con una forza non assimilabile: la civiltà occidentale moderna. L’Occidente non era un “barbaro” ritualizzabile, ma un sistema-mondo rivale, espansionista e tecnologicamente superiore. L’impatto ha disarticolato tutti i meccanismi di autoregolazione cinese, portando non a un altro ripristino dinastico, ma al crollo totale del quadro imperiale nel 1912.

       

      Occidente moderno: espansione come necessità strutturale

       

      La singolarità occidentale risiede nell’aver trasformato l’espansione in una necessità strutturale. La sua figura non è il ciclo, ma la linea; non l’equilibrio, ma il superamento costante dei limiti. Il tempo è lineare e vettoriale; l’obiettivo è la crescita.

      La convergenza tra capitalismo mercantile, Stati territoriali in competizione e universalismo ideologico ha prodotto una civiltà incapace di riconoscersi come particolare (Weber, 1905; Schmitt, 1950).

      La tecnologia occidentale – dalla navigazione oceanica alle telecomunicazioni – ha funzionato come infrastruttura di apertura forzata, mentre l’universalismo ha delegittimato ogni forma di chiusura come arretratezza o barbarie.

      Il risultato è stato il sistema-mondo capitalista, caratterizzato da flussi continui di capitali, merci, persone e informazioni, in cui la crisi ha smesso di essere locale per diventare globale (Arrighi, 1994).

       

      Lo scontro sino-occidentale e la fine del mondo delle chiusure

       

      L’incontro tra Occidente e Cina nel XIX secolo fu strutturalmente asimmetrico. Non si trattò di uno scambio tra pari, ma dell’imposizione di una logica espansiva su un sistema chiuso.

      Le guerre dell’oppio e i trattati iniqui costrinsero la Cina ad aprirsi, smantellando meccanismi di equilibrio che avevano funzionato per secoli.

      Lo scontro non distrusse solo uno Stato: ruppe la completezza funzionale del sistema cinese.

      • L’apertura forzata generò dipendenza esterna.
      • La penetrazione economica ruppe l’equilibrio materiale interno.
      • L’importazione ideologica fratturò l’ordine simbolico confuciano.
      • La frammentazione politica annullò la capacità di autoregolamentazione.

      La Cina non “fallì”; divenne incompleta all’interno di un sistema globale che richiedeva un’apertura infinita. Questo “Secolo dell’Umiliazione” segnò la fine del mondo dei sistemi omeostatici chiusi. Da allora, la globalizzazione smise di essere un’opzione per diventare una condizione storica obbligatoria.

       

      Spodocene: interdipendenza totale e collasso del senso moderno

       

      Lo Spodocene designa la fase in cui l’interdipendenza globale raggiunge un livello di densità e fragilità tale che gli strumenti moderni di governo diventano disfunzionali. I pilastri occidentali persistono come forme vuote:

      • Diritti umani come retorica selettiva o arma geopolitica.
      • Stato-nazione come gestore subordinato di flussi globali incontrollabili.
      • Razionalità sostituita da algoritmi e camere di risonanza.
      • Libertà ridotta alla scelta di consumo entro parametri predeterminati.
      • Progresso degradato alla gestione infinita dei danni generati dal sistema.

      L’Occidente non organizza più un futuro di emancipazione, ma gestisce la vulnerabilità presente. Questa crisi è esacerbata dal confronto con il limite biofisico assoluto: la Terra è finita (Rockström et al., 2009). L’esterno materiale che ha alimentato l’espansione è scomparso.

       

      La Cina contemporanea: l’esperimento della chiusura gestita

      In questo contesto, la Cina contemporanea emerge come l’esperimento politico più significativo del XXI secolo: un tentativo di ricostruire un’omeostasi nazionale all’interno di un sistema-mondo iperconnesso. La sua “chiusura gestita” -sovranità tecnologica, controllo dei flussi informativi, autosufficienza strategica- costituisce un insieme di meccanismi difensivi volti a preservare la coerenza interna di fronte alla volatilità globale.

      Non si tratta di una restaurazione imperiale, ma di un adattamento autoritario e pragmatico a un mondo senza esterno: crescita capitalista senza apertura politica, interdipendenza economica senza vulnerabilità culturale.

       

      Conclusione: politicizzare la finitezza

       

      Il paradosso del presente spodocenico diventa qui pienamente visibile. L’ordine occidentale, distruggendo sistematicamente chiusure ed equilibri in nome dell’espansione, ha prodotto un mondo di apertura illimitata che oggi trova i suoi limiti materiali. Il progetto che ha delegittimato ogni frontiera come arretratezza può ora sostenersi solo attraverso dispositivi di controllo sempre più fitti, mentre i suoi valori fondanti persistono come retorica slegata da ogni effettiva capacità di organizzazione.

      Distinguere tra Antropocene e Spodocene è fondamentale. Il primo esprime l’ultimo tentativo moderno di sostenere valori universali come orizzonte correttivo; il secondo indica il momento in cui tali valori, pur proclamati, cessano di funzionare e vengono sostituiti da una gestione pragmatica della crisi. L’Occidente parla in linguaggio antropocenico mentre agisce in un mondo spodocenico.

      In questo contesto, la longevità storica dell’Impero cinese acquista rilevanza analitica non come modello normativo, ma come archivio di un rapporto diverso tra valori, potere e limiti. La sua durata dimostra che la stabilità dei sistemi complessi non dipende dall’espansione indefinita, ma da meccanismi flessibili di autoregolazione e da una concezione dell’ordine in cui la continuità ha più peso della promessa.

      La domanda decisiva non è più come continuare ad aprire un mondo senza esterno, ma come politicizzare la finitezza: trasformare il limite ecologico, la scala umana e la resistenza comunitaria in principi attivi di organizzazione. Il mondo delle chiusure organiche è stato spazzato via; quello dell’apertura totale si sta consumando. Tra i due non c’è ritorno, ma un compito inedito: immaginare un mondo di limiti consapevoli prima che la gestione spodocenica del danno chiuda definitivamente la possibilità di un futuro comune.

       

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