Questa frase di Donald Trump, pronunciata il 9 gennaio all’indirizzo del Congresso degli Stati Uniti, riassume in modo esemplare il senso del suo operato politico: quello di creare il mito dell’uomo forte, solo al comando. Un mito personale, costruito ad uso e consumo del solo elettorato statunitense.
Che senso potrebbero avere infatti minacce improbabili e ridicole come l’occupazione della Groenlandia o la destabilizzazione di tutti i governi dei paesi del centro e del sud America?
Che significato ha avuto l’attacco all’Iran, privo di qualunque risultato concreto, ma subito battezzato con il nome altisonante di “Guerra dei 12 giorni”?
E le recenti minacce di intervento a difesa dei manifestanti in Iran, nel caso le repressioni del governo dovessero provocare dei morti, non assomigliano nuovamente a quelle di qualcuno costretto da qualcun altro, cioè Israele, a fare la voce grossa?
Infine, che significato ha avuto il rapimento di Maduro, in Venezuela, che ha dato piuttosto l’impressione di una rappresentazione teatrale, orchestrata da tutti i protagonisti con largo anticipo?
Così, la promessa di un’invasione del Venezuela è subito sfumata, perché il nuovo governo della Rodriguez “si comporterà bene”, sostiene Trump; il quale, quasi a voler dare un senso plausibile a questa azione, già annuncia riunioni e accordi per lo sfruttamento del petrolio venezuelano.
Si tratta di una politica internazionale che vorrebbe far credere a un potere americano che ormai non esiste quasi più: la possibilità di invadere l’Iran, di controllare tutto il Sud America, di appropriarsi impunemente di territori altrui si viene a scontrare, oggi, contro la realtà di un mondo in cui esistono diversi attori della levatura bellica ed economica paragonabile a quella degli Stati Uniti.
Il petrolio venezuelano e quello proveniente dall’Iran attraverso lo stretto di Hormuz, per esempio, sono imprescindibili per l’industria cinese, e qualunque azione in quelle aree avrebbe conseguenze preoccupanti a livello mondiale.
Se le minacce e le velleità sbandierate da Trump, all’interno degli Stati Uniti, puntellano il suo ruolo di leader unico, all’esterno, paradossalmente, descrivono quali sono ormai i limiti del paese posto sotto la sua guida.
Il vero limite al potere di Trump non è la sua moralità, ma un altro ben più pesante: un mondo in cui sono mutati i rapporti di forza tra gli Stati.
E così, mentre i padroni del XX secolo scivolano verso un governo autoritario, i veri guerrafondai sono lasciati liberi di agire, forti comunque di un potere di deterrenza che la NATO ancora possiede: l’Europa si avvicina sempre di più ad un conflitto contro la Russia, e Israele fomenta e sostiene proteste di massa all’interno dell’Iran, allo scopo di abbattere il potere ostile della teocrazia e creare uno stato potente, erede delle promesse millenaristiche e religiose fatte al popolo eletto.
Sembrava che il mondo si potesse dividere nuovamente in due aree di influenza, ed invece si profila una situazione molto più complessa e ancora più drammatica, nutrita da progetti di dominio, di controllo sociale, ed anche da aspirazioni palesemente irrazionali.
La sfida dei prossimi anni è quella di riuscire a trovare un nuovo equilibrio, evitando l’unico modo che l’umanità da secoli adotta per venire fuori da situazioni del genere: la guerra.




