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      • “NUOVO NON VUOL DIRE CHE SIA MEGLIO”

      “NUOVO NON VUOL DIRE CHE SIA MEGLIO”

      È ormai opinione diffusa che una piccola élite di super-ricchi stia tentando di trasformare il mondo in una sorta di villaggio vacanze per sé e per i propri familiari, mentre il resto della popolazione lavora a vita come forza impiegatizia sottopagata, convinta negli anni che non esista altro futuro, né altra alternativa. Questo ovviamente non vuol dire che chi si trova a un livello elevato della piramide abbia necessariamente cattive intenzioni; d’altronde, l’essere umano perde la propria essenza quando un contesto di estrema ricchezza o di estrema povertà (di qualsiasi tipo) lo porta a credere che solo aumentando il controllo su ciò che lo circonda possa ottenere le soddisfazioni che si aspetta dalla propria esistenza. Il denaro è soltanto un amplificatore di errori e di vizi, un mezzo con cui si tenta di reprimere un demone interiore che logora e corrompe attraverso la sofferenza e le ingiustizie inevitabili di questa realtà. 

      È certo, però, che per alcuni questa condizione sia decisamente sfuggita di mano e che, attraverso la tecnologia e la propaganda, molti di loro si stiano sostenendo a vicenda per un obiettivo comune che, con grande probabilità, alla fine non soddisferà comunque nessuno. 

      Allo stesso tempo, chi sta in basso deve necessariamente iniziare a difendersi, riprendendo le redini della situazione; altrimenti rischia di ritrovarsi ben presto come un figlio in mezzo a genitori che si fanno la guerra. 

      Fatta questa doverosa premessa, la domanda che tutti dovremmo porci, però, è: come diavolo è stato possibile? Come ha fatto la maggior parte della specie umana a dimenticare di essere numericamente superiore, accettando una falsa percezione dell’“umano” che ci ha progressivamente divisi in miliardi di etichette individuali? 

      Semplice: attraverso l’inganno. 

      Basterebbe riflettere un momento per renderci conto che, fin da quando siamo nati, ci è stato raccontato, fino a uno stato ipnotico, che la vita sia solo un intervallo prima della paurosa morte. Un intervallo nel quale, a seconda di dove nasci, devi credere a una religione diversa, aderire a un sistema diverso, per poi iniziare a inseguire lavoro e denaro con la speranza (ormai diventata illusione) che un giorno una pensione possa permetterti, da vecchio, di vivere l’infanzia che non ti sei potuto concedere da bambino. 

      Perché? Perché, guarda caso (a meno che tu non sia un’eccezione) la maggior parte dei bambini cresce in famiglie precarie, frustrate, divise, o in contesti sociali che etichettano come “disadattato” chi non regala uno smartphone alla prima comunione, facendo sentire una figlia come Heidi… ma senza pecore, senza montagne e senza paesaggi idilliaci come un bosco! 

      Un giorno diremo: “Una volta qui era tutto WhatsApp”. Ne sono certo. Ed è anche per questo che sarebbe il caso di iniziare a organizzarci. 

      Cosa intendo per organizzarci? Intendo comprendere che la tecnologia, quella stessa tecnologia dalla quale stai leggendo questo articolo, si è imposta come una nuova forma di religione. Un po’ come il credo scientifico a cui siamo stati sottoposti negli ultimi venticinque anni, ma con uno scopo ancora più radicale: privatizzare la spiritualità stessa dell’essere umano. Privatizzare quella sfera relazionale ed emotiva che permetteva di superare la

      concezione dell’individuo come cellula isolata, per evolvere verso una collettività empatica e unita. 

      Siamo stati portati a credere che tutto ciò che è nuovo sia automaticamente migliore. Era l’unico modo per rinnegare ciò che è stato prima, ciò che era umano. Ma non è la modernità in sé a voler prevalere, quella, a mio parere, è solo una giustificazione. Piuttosto, sembra delinearsi un modello globale che prende “il meglio” da sistemi molto diversi tra loro: il dogmatismo repressivo di alcune religioni, la mistificazione dei valori del finto progressismo liberale occidentale, il tecnocratismo centralizzato di matrice orientale. 

      Il paradosso? Lo stesso strumento che ci ha permesso di conoscere alcune delle peggiori verità su questo mondo, restituendoci una nuova consapevolezza (per quanto talvolta passivizzante rispetto ai problemi concreti che ci circondano nei quali possiamo ancora intervenire) si sta trasformando in una gabbia. Non solo metaforica, ma strutturale. Sto parlando di Internet. 

      Prima o poi dovremo prendere dimestichezza con l’idea che potrebbe essere modificato in modo irreversibile o addirittura limitato per strategie geopolitiche e militari, come già avvenuto in aree interessate da rivolte o conflitti. Eppure, dal 2000 in poi, si è radicato come un salvatore sempre di più nella nostra quotidianità, offrendo comodità evidenti ma compiendo, al tempo stesso in modo silenzioso e delicato, il maggior numero di colpi di Stato della storia (contemporaneamente). Un processo, ovviamente, rafforzato da crisi economiche, politiche, ambientali e sanitarie. 

      Temo che il modo attraverso cui questa piccola élite abbia potuto costruire una struttura globale simile, ripeto, a un villaggio vacanze, sia stato proprio l’atrofizzarsi dell’economia reale e della circolazione del denaro, sia fisico sia digitale, che oggi sta venendo completato dallo stanziamento di enormi quantità di denaro destinato all’ambito bellico e biotecnologico. In questo senso, Internet è stata una trovata geniale: a livello individuale è sembrata una fortuna, persuadendo il singolo; a livello comunitario, un inganno. Ha progressivamente confinato mercato, relazioni e condivisione dei dati in un’unica modalità artificiale. Senza nemmeno entrare nel merito dell’intelligenza artificiale, che deve la propria esistenza proprio a questo immenso bacino di dati. 

      Non prendiamocela tra noi se non c’è lavoro. Se non fossero esistite le e-mail, forse oggi servirebbero molti più postini e lavoratori nel settore postale per esempio. Non lamentiamoci se la musica “non è più come una volta”: lo streaming, che non ripaga minimamente le spese fisiche di produzione di un film o di un album, è stato presentato addirittura come l’unica soluzione alla pirateria. Inoltre, ci tengo a ricordare che quello che siamo portati a conoscere attraverso i media non è quello che esiste realmente, ma solo quello che viene spinto da chi ha il denaro o la posizione per farlo, attenzione a questa trappola percettiva. 

      È per questo motivo che la maggior parte dei prodotti artistico-culturali (salvo rari casi) deve essere sostenuta da bandi di finanziamento pubblici o privati per riuscire a mantenere elevati standard qualitativi e un’adeguata visibilità nel panorama contemporaneo. Senza dimenticare che tali fondi verrebbero verosimilmente destinati solo a iniziative che non assumano una posizione critica nei confronti delle stesse istituzioni che li erogano, oppure nella maggior parte dei casi a opposizioni controllate che diranno mezze verità.

      Mi sono chiesto molte volte quale alternativa si sarebbe potuta adottare all’inizio degli anni Duemila, con l’introduzione di questo straordinario servizio. Mi viene in mente un’identità digitale certificata. Uno strumento di controllo, certo, ma che avrebbe forse evitato il precipitare della società nelle attuali condizioni socio-economiche e culturali. 

      Chi avrebbe accettato allora un compromesso simile? Probabilmente nessuno. Ed è proprio per questo che, da buon “complottista”, mi chiedo se non sia stato lasciato libero accesso senza regole precise proprio per arrivare al punto in cui siamo oggi: quando, per ristabilire l’ordine dal caos, sarà necessario imporre un limite. Un limite che non potrà più essere scelto in piena libertà, perché ormai questo servizio è indispensabile per qualunque attività. 

      Concludo con una proposta: ricominciamo a immaginare un mondo che non dipenda da un Internet centralizzato. E finché non esisterà un modello realmente decentralizzato e diffuso (come potrebbe essere un sistema basato sull’edge computing) usiamo questo strumento soprattutto per ritrovarci dal vivo, per organizzarci, per costruire qualcosa di più reale e anche alla svelta.

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