Mirela, quarantenne bosniaca, vive a Rimini con il compagno e i due figli. Spinta da un passato irrisolto, torna a Sarajevo, dove ha vissuto fino all’età di dieci anni all’orfanotrofio Dom Bjelave. Evacuata su un convoglio umanitario allo scoppio della guerra, ritrova ora gli amici d’infanzia. Il suo viaggio si trasforma in una ricerca della madre, e di se stessa, che la conduce al villaggio montano dove era nata, nella Republika Srpska, per recuperare il certificato di nascita.
A 30 anni esatti dall’Accordo di Dayton per la pace in Bosnia ed Erzegovina, il documentario racconta la difficoltà della rielaborazione delle ferite della guerra.
C’è un senso perenne di struggente malinconia in Dom di Massimiliano Battistella che sceglie di racchiudere in uno spazio, ancora più delimitato e in qualche modo chiuso, quello del formato 4:3, la storia di Mirela, trapiantata in Italia a 10 anni per salvarla, insieme ad altri 66 bambini, dal conflitto in atto a Sarajevo nel 1992. «Perché sono andata via, perché non ho potuto decidere io?» si chiede nel film che non può dare delle risposte se non mostrare, attraverso una storia apparentemente particolare, oltretutto di tanti anni fa, l’estrema attualità universale dell’orrore della guerra che, se non ti uccide subito, crea ferite, anche psicologiche, che possono durare tutta la vita.
Dom lavora dunque su due binari attraverso il montaggio preciso di Desideria Rayner con Giampiero Civico, quelli del passato attraverso filmati d’archivio della Sarajevo assediata, e quelli del presente con Mirela, quarantenne, che lascia temporaneamente il compagno e i due figli a Rimini per intraprendere un viaggio doloroso e necessario alla sua Sarajevo. Lì rivede l’orfanotrofio del titolo, Dom Bjelave, e ritrova, tra gli altri, Amela, la sua migliore amica.




