Vincent lavora in un cantiere dove stanno costruendo un quartiere futuristico, “Grand Ciel”, un progetto all’avanguardia che si presenta come rivoluzionario, sicuro, ecologicamente responsabile e in grado di offrire tra i 5000 e i 10000 posti di lavoro. È stato assunto da poco, è precario ed è disposto a lavorare anche di notte; cerca infatti di dare una svolta alla sua vita e cerca di guadagnare abbastanza per poter permettersi un appartamento dove andare a vivere con la compagna Nour e Ilyès, il figlio di lei. Un giorno improvvisamente scompare un operaio, Ousmane. Con gli altri compagni di lavoro Vincent si mette alla sua ricerca. Tra loro il più combattivo è soprattutto Saïd che cerca risposte chiare dai vertici dirigenziali. Vincent invece non assume una posizione chiara; non vuole perdere il lavoro e, incoraggiato dalla possibilità di una promozione, ha un comportamento sempre più ambiguo. Nel frattempo, si perdono le tracce di un altro operaio.
C’è l’ombra del cinema di Laurent Cantet in questo debutto nel lungometraggio di Akihiro Hata, in particolare nel modo in cui mostra il mondo del lavoro e soprattutto quanto condiziona la vita dei protagonisti, elementi già presenti in Risorse umane e A tempo pieno.
L’approccio è subito evidente all’inizio del film; al gruppo di operai viene chiesto di continuare a lavorare anche se sono rimasti al buio. E c’è chi, come Vincent, che accetta di stare al gioco, non solo per poter mantenere l’impiego ma per cercare di avere una vita migliore assieme alla sua compagna. La scomparsa misteriosa di Ousmane è un segnale dichiarato; gli operai sono mostrati come se fossero delle figure invisibili, quasi dei fantasmi. Per questo il cineasta giapponese che vive a Parigi dal 2003, lascia una traccia politica forte mescolando il realismo sociale a una dimensione fantasy alienante. Grand Ciel è infatti un film che vive di contrasti. Non solo a livello di genere ma anche di illuminazione; infatti, l’oscurità del quartiere si alterna invece alla luce chiara del quartiere futuristico.
Superata la fase descrittiva, Hata riesce a creare un clima claustrofobico e angosciante, anche con un notevole lavoro sul suono, evidente negli inquietanti e premonitori rumori che accompagnano il team di operai quando scende sottoterra e in quello ripetuto del martello pneumatico. Grand Ciel è una rappresentazione autentica del capitalismo e trova, da un punto di vista cinematografico, una strada nuova per farlo. Inoltre, denuncia con efficacia la precarietà delle condizioni del lavoro degli operai e la mancanza dei necessari controlli di sicurezza. Il volto spaventato, immobile, trasformato di un ottimo Damien Bonnard incarna tutta la sua speranza ma anche la sua impotenza. Questa opposizione è evidente nelle scene in cui Vincent guarda gli annunci immobiliare e in cui racconta la storia del padre che lavorava a una fabbrica che costruiva cruscotti per le automobili. Qui emerge il vissuto, anche disperato, di un film che non fa sconti e lascia emergere verità che sono come cicatrici profonde.
Del resto, Grand Ciel è ispirato alla vicenda di Mamadou Traoré, un lavoratore interinale privo di documenti che è morto sul posto di lavoro nel 2015 ed è come se non fosse mai esistito. Solo grazie al lavoro della CGT (Confederazione del Lavoro, il sindacato più importante di Francia) si è potuta conoscere la sua storia. Hata ha trovato la chiave giusta sia per raccontarla sia per mostrarla con i tempi ansiogeni di un thriller senza pause e di prenderla come punto di partenza per dare voce a una condizione universale . Un gran bell’esordio.




