Christian Raimo, in un editoriale apparso su Domani, critica il fatto che nelle aule scolastiche gli allievi debbano alzarsi in piedi non appena entra un insegnante. È un obbligo barbarico che inculca nei ragazzi il senso della gerarchia, questo è il nocciolo della sua argomentazione.
In venticinque anni di insegnamento mi sarà capitato forse due volte che i miei alunni si siano messi in piedi per salutarmi: in quelle occasioni ho immediatamente chiesto di non ripetere il gesto. Ne provavo imbarazzo: creava una distanza, marcava una differenza che non sentivo di poter sostenere.
In genere il mio ingresso in classe al suono della campanella avviene in un modo totalmente diverso: trovo soltanto qualche pendolare, che mi guarda accigliato per essere costretto ad arrivare sempre in anticipo; poi è un pigro susseguirsi di volti stralunati che quasi non notano la mia presenza; una esibizione del sonno insoddisfatto che continua sui banchi, dove gli zaini fanno da provvisorio cuscino. Qualcuno mi chiede anche di poter fare colazione, allestendo sulla tovaglietta tirata fuori da una tasca un vasetto di yogurt con i cereali, un gesto che vuole ricreare a scuola un pezzetto del desco familiare appena abbandonato.
Ma la cosa non mi offende minimamente: avverto il loro bisogno di stabilire una continuità tra la casa in cui vivono e la scuola, una familiarità.
È un bisogno di vicinanza, di prossimità, in cui siano annullati completamente i rapporti formali: altro che gerarchia! Il problema che mi trovo ad affrontare oggi non riguarda affatto la gerarchia, ma al contrario la necessità di recuperare la giusta distanza tra me e i miei allievi.
Questo bisogno di avvicinarsi, di cancellare le differenze, di mettersi sullo stesso piano coinvolge entrambe le parti, non soltanto i ragazzi: noi adulti sentiamo sempre di più un segreto imbarazzo a ricoprire il ruolo di maestri, di guide.
Sono i tempi: si sa!
L’unica forma di sapere socialmente accettata oggi è quella dell’innovazione tecnologica: un sapere che si rinnova continuamente e che si identifica con una mente giovane e agile, una tabula rasa, una superficie liscia e immacolata adatta ad accogliere perpetuamente ogni novità.
Non c’è spazio oggi per un concetto come quello di saggezza, o come quello di profondità. Questa realtà delle cose ci impedisce di assumerci il ruolo che ci spetterebbe. Ci inibisce.
Eppure, da sempre i giovani desiderano una guida, un maestro; e da sempre il sapere e la saggezza accumulata dagli adulti trova compimento nella trasmissione alle nuove generazioni: è il ciclo naturale.
Ma questo ciclo si è interrotto.
Tuttavia, non si è perduto il bisogno.
Sopravvive, come un fantasma. Aleggia un suo pallido surrogato, in quella ricerca di vicinanza, di affetto, in quel vasetto di yogurt con i cereali consumato per colazione con sguardo trasognato su un banco di scuola.




