ISTINTO DI PUREZZA
C’era una volta un bambino di nome Mactire. Viveva a Wareid, un luogo circondato dal mare blu e dalla foresta verde. Nacque da mamma Eleuteria e papà Eskuin. Era allegro, curioso, generoso, pieno di amore per tutti gli esseri viventi e non. Soprattutto era vero. Egli non se ne rendeva conto: era normale come ridere, giocare, correre, coccolare gli Zver.
Per un breve tempo piacque a tutte le persone; apprezzavano la sua purezza istintiva comune ai suoi coetanei, che esploravano per la prima volta Bywyd. Crescendo, però, qualcosa cambiò. Non in lui, ma intorno. Tanti volevano insegnargli che alcune cose, anche se vere, non si dovevano dire per non mettere gli altri a disagio. Lui non capiva. Era sempre gentile, poteva sbagliare come tutti, ma perché avevano così tanta paura della verità? Perché preferivano le bugie sapendo che erano bugie? Perché mentivano a loro stessi?
Ponendosi queste domande continuò a essere ciò che era; non poteva fare diversamente. Un Kukur abbaia, un Qita miagola, un Tokki ziga. Scoprì che quella libertà aveva un prezzo da pagare. Alcuni amici, o presunti tali, lo allontanarono. Altri gli dissero che doveva farsi curare, come gli Eretitsy. Ne soffrì, ma con il tempo si rassegnò. Poteva cambiare i suoi pensieri, non quelli altrui.
Pensò che non tutti i terrestri ammiravano la luce del faro di Alexandrea. Non bastavano gli occhi: era necessario aprire la mente e il cuore per illuminare il buio dell’ignoto presente in ognuno di noi. Chi teme l’ignoto non si avvicina, preferisce non sapere, illudendosi che il male non esista; o se esiste, sta in un posto lontano dal quale non può raggiungerci.
Mactire era invece infinitamente affamato di conoscenza e desideroso di condividerla. Non era geloso delle proprie scoperte, non gli interessava superare nessuno, a parte sé stesso. Aveva capito che la sincerità è una forma di amore verso gli altri, anche se può non piacere. Non gli importava piacere a tutti; le poche anime affini lo riempivano di felicità. Di quella felicità eterna, esistenziale. Quella di chi sente di aver colto l’essenza di Aonui. In loro si specchiava e imparava tanto ogni giorno. Lo accompagnavano nella ricerca della migliore versione di sé. Gli dimostravano che era più coraggioso di quanto pensasse, riuscendo a difendere la propria sensibilità da offese e accuse.
Certe anime dannate tentarono di zittirlo con minacce e calunnie, perché se la verità non può essere fermata, viene rallentata. I suoi accusatori non potevano ferirlo; spiritualmente era già vittorioso. Riusciva a non provare rancore per loro, ma compassione per la bellezza vitale che, probabilmente, non avrebbero mai assaporato in quanto prigionieri di distorsioni mentali.
Mactire non sarebbe mai stato solo nella sua missione di luce; coincideva con quella dei Lakob. Più li amava e più lo amavano: era un circolo contagioso in continuo allargamento. Anche per questo riteneva accettabile rischiare la vita per servire i suoi ideali. Altrimenti l’esistenza stessa non avrebbe significato. Aveva imparato che la realtà spesso non somiglia a una favola in cui tutti sono felici e contenti; talvolta, però, può essere più bella e sorprendente. Non c’è niente di miracoloso. Tra i duri ostacoli affrontati e ancora da affrontare, gli sarebbe bastato seguire la strada giusta. Quel percorso interno e innato, l’istinto di purezza che lo aveva già portato fino a Sonas, a casa, qualunque cosa sarebbe accaduta in quel viaggio fantastico chiamato vita.
FINE




