L’annuncio del 13 aprile da parte della premier italiana Giorgia Meloni, secondo cui Roma avrebbe sospeso un accordo di difesa di lunga data con Israele, ha suscitato scalpore in tutta Europa. Storicamente, i governi italiani – anche quando guidati da figure che aborrono il sionismo – hanno sempre intrattenuto rapporti costruttivi e stretti con Tel Aviv. Anche gli apparati di sicurezza, intelligence e militari dei due Paesi hanno sempre avuto una lunga e clandestina collaborazione. Di fatto, la putrida rete di spionaggio, assassinio e sabotaggio all’estero del Mossad è nata proprio in Italia e da allora ha seminato il caos nel Paese.
Un interessante saggio dell’accademico Massimiliano Fiore fornisce dettagli su come le spie sioniste si erano assicurate una solida presenza in Italia. Attingendo a fonti d’archivio, egli “ricostruisce l’evoluzione dell’attività clandestina israeliana” a Roma, svelando come le cospirazioni dell’intelligence sionista fossero state ordite dentro e contro il Paese ancor prima della fondazione dell’entità nel maggio 1948 e durante la successiva guerra di annientamento di Tel Aviv contro la Palestina. Diversi casi di studio illustrano l’evoluzione e la crescente audacia delle attività criminali del Mossad in Italia, che hanno influenzato il modo in cui l’agenzia opera a livello globale da allora in poi.
La storia era iniziata all’indomani del Piano di spartizione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite del novembre 1947, che aveva assegnato ai colonizzatori sionisti il 55% del territorio palestinese. I leader arabi avevano subito iniziato a prepararsi per resistere alla creazione dell’entità, addestrando a tale scopo soldati in Palestina e negli stati limitrofi. In risposta, il fondatore di Israele, David Ben-Gurion, aveva emanato una direttiva alle fazioni paramilitari e di intelligence sioniste affinché si procurassero armi per l’imminente guerra genocida per il territorio palestinese – che era culminata nella Nakba – negando al contempo armi alle forze arabe.
Fiore descrive come [Shaul Avigur] il capo del Mossad le-Aliyah Bet e della Rekhesh – rispettivamente i reparti di spionaggio e di approvvigionamento di armi della famigerata organizzazione paramilitare sionista Haganah – avesse immediatamente “istituito un’unità di sabotaggio a Roma, che era subito diventata un centro operativo per le attività clandestine israeliane in Italia e in tutta Europa”. In seguito, gli agenti sionisti “avevano sfruttato l’ambiguità politica e le infrastrutture fisiche dell’Italia per condurre una campagna prolungata di sabotaggio e intercettazione”. L’accademico definisce questa lotta clandestina sul suolo italiano “un fronte segreto” nella guerra del 1948.
I porti italiani e i corridoi di trasporto aereo e marittimo “avevano svolto un ruolo cruciale nel garantire l’approvvigionamento israeliano” di armi per la guerra del 1948, interrompendo al contempo il flusso di armi verso gli eserciti arabi. Inoltre, i sionisti “avevano cercato di plasmare gli equilibri di potere nel Mediterraneo” per fini geopolitici nefasti. Le loro azioni clandestine – “condotte in condizioni di tolleranza politica e di moderazione diplomatica” – avevano creato forti legami con lo Stato italiano, minacciando al contempo lo status di Roma “come ponte strategico tra Europa, Nord Africa e Medio Oriente” a favore di Israele.
Militanti sionisti si preparano ad attaccare l’esercito egiziano, dicembre 1948
Le macchinazioni segrete del Mossad, ancora agli albori, avevano avuto un impatto devastante in Italia. Un memorandum della CIA del giugno 1948 osservava come operasse sotto copertura a Roma il “quartier generale europeo” dell’intelligence sionista, attraverso il quale veniva effettuato il “trasporto clandestino di munizioni per via aerea” verso la Palestina con “la conoscenza e la complicità” delle autorità italiane. Senza che i cittadini europei, i governi arabi o la “comunità internazionale” se ne accorgessero, Roma si era segretamente trasformata in un nucleo internazionale di “traffico illegale di armi per la resistenza ebraica”.
“Misure più rischiose”
Torniamo al marzo del 1948: il governo cecoslovacco aveva approvato la consegna alla Siria di 8.000 fucili, 200 mitragliatrici e sei milioni di proiettili. Il carico, che avrebbe dovuto salpare il mese successivo a bordo della Lino , una nave mercantile italiana da 450 tonnellate, era stato bloccato dagli agenti sionisti, determinati ad impedire che raggiungesse l’Asia occidentale. Inizialmente, il suo passaggio era stato ostacolato da un avvertimento dell’Haganah alle autorità romane, secondo cui una nave carica di armi era diretta in Italia. Data la “tesa atmosfera politica” dovuta alle elezioni, le autorità si erano mosse rapidamente per mettere sotto sequestro la Lino.
Nella notte del 10 aprile, una squadra di sabotatori sionisti era salita sulla nave [all’ancora nel porto di Bari, N.D.T.] e vi aveva piazzato delle cariche esplosive, per poi dileguarsi senza essere scoperti. La nave era affondata senza vittime né attribuzione ufficiale. Secondo Fiore, i media italiani avevano ipotizzato che le armi a bordo potessero essere destinate ai comunisti locali, cosa che “aveva distolto i sospetti dal coinvolgimento sionista”. Pur essendo un’operazione di piccola portata, l’affondamento della Lino aveva avuto un impatto epocale. L’azione “aveva dimostrato come risorse limitate, reti locali e un sabotaggio non attribuibile potessero produrre effetti sproporzionati, interrompendo i rifornimenti del nemico ed evitando al contempo un’escalation tra gli Stati”.
Il successo dell’operazione Lino aveva portato alla creazione formale, nel maggio del 1948, di una “Unità per il sabotaggio dei rifornimenti nemici in Europa”, con sede a Roma. Questa unità era rapidamente diventata un “centro nevralgico per l’intelligence, la logistica e il coordinamento” in Italia e in Europa per le spie sioniste. Agenti e istruttori ebrei già attivi sul continente erano stati arruolati e istruiti in ogni genere di attività illecita con l’aiuto di veterani militari e dei servizi segreti italiani. Tra questi vi erano fascisti temprati dalla guerra, le cui esperienze durante la Seconda Guerra Mondiale avrebbero influenzato le future pratiche operative israeliane.
La Lino semiaffondata
Nel frattempo, era in corso un’iniziativa siriana per recuperare il carico dalla Lino semiaffondata. Le armi e le munizioni erano state recuperate con successo, quindi reindirizzate alla loro destinazione originale a bordo di una nave chiamata Argiro. Ma le spie sioniste erano in agguato e intendevano impadronirsi del carico. Tramite corruzione e un elaborato inganno, alcuni agenti si erano infiltrati nell’equipaggio della nave, aprendo la strada ai sionisti che, fingendosi una scorta di sicurezza, erano saliti a bordo mentre la nave era in rotta verso l’Asia occidentale. Il 21 agosto, l’Argiro era stata catturata e dirottata in Palestina.
Cinque giorni dopo, le forze navali sioniste avevano requisito l’Argiro, impadronendosi del materiale bellico prima di affondare definitivamente la nave. Il carico letale aveva raggiunto Haifa quattro giorni dopo ed era stato inviato ai militanti sionisti che combattevano a Gerusalemme. L’equipaggio italiano era stato temporaneamente detenuto anziché ucciso o fatto sparire, anche se il capitano era morto di tubercolosi in prigionia prima di essere rimpatriato, cosa che per poco non aveva provocato un incidente internazionale tra la colonia di coloni in espansione e Roma.
Fiore osserva che l’operazione Argiro era stata un primo esempio di “appropriazione strategica” da parte delle spie sioniste, prefigurando operazioni future in cui “intelligence, inganno e approvvigionamento avrebbero funzionato come strumenti che si rafforzavano a vicenda”. Il sottoscritto ha documentato come un approccio simile fosse stato poi applicato nei primi anni ’60, durante la criminale ricerca dell’entità sionista di acquisire clandestinamente armi nucleari. Inoltre, il sequestro della Argiro aveva chiaramente dimostrato come gli agenti sionisti in Italia fossero disposti ad intraprendere “misure progressivamente sempre più rischiose”, che avrebbero potuto esacerbare le tensioni pubbliche e politiche con Roma. Ma il nascente Mossad aveva ben poco da temere.
‘Cuscinetto diplomatico’
All’inizio del 1949, i militanti sionisti avevano tentato di far saltare in aria in un cantiere navale italiano alcune motosiluranti acquistate dall’Egitto. Fiore racconta come l’operazione avesse privilegiato l’occultamento e la “negabilità assoluta” per evitare “ripercussioni diplomatiche” e come [i sionisti] avessero beneficiato dell’accesso al sito da parte di un informatore interno. Tuttavia, gli esecutori del complotto, guidati da uno specialista di esplosivi coinvolto in prima persona nell’affondamento della Lino, erano stati colti in flagrante dalla polizia locale. Nel giugno dello stesso anno, il capo del gruppo era stato condannato a tre anni di carcere per possesso di esplosivi.
Questo evento aveva provocato un “forte intervento diplomatico” da parte dei più alti livelli della nascente entità sionista, che aveva portato alla liberazione dell’agente condannato grazie a un’amnistia presidenziale, un “atto calcolato di clemenza esecutiva”. La mossa aveva creato un precedente che era perdurato per decenni e che potrebbe perdurare ancora oggi . Nello stesso mese in cui le spie sioniste erano state arrestate, il premier italiano Alcide De Gasperi aveva concesso ad Ada Sereni, capo del Mossad italiano, una sorta di carta bianca informale per condurre operazioni clandestine in Italia.
Di conseguenza, le attività del Mossad, non solo in Italia ma in tutto il mondo, si erano successivamente concentrate su “inganno, improvvisazione e audacia operativa”. Finché le attività delle spie sioniste “fossero rimaste al di sotto della soglia di un’escalation pubblica”, le autorità di Roma avrebbero “chiuso un occhio, preferibilmente due”. Era stato l’inizio di una politica di ambiguità strategica, con la quale l’Italia aveva cercato di mantenere relazioni amichevoli contemporaneamente con il mondo arabo e musulmano e con Tel Aviv. Si sperava che Roma potesse evitare di essere trascinata nel conflitto palestinese, preservando così “l’equilibrio politico”.
Sotto l’egida di questo accordo clandestino, l’entità sionista aveva beneficiato enormemente di diverse concessioni e di un’applicazione “selettiva” delle leggi locali e delle amnistie politiche ogni volta che i suoi agenti e/o i suoi piani venivano smascherati. Il Mossad aveva potuto quindi sfruttare Roma “come corridoio di transito, base logistica e cuscinetto diplomatico”. Tuttavia, Tel Aviv aveva sistematicamente violato i termini di questo accordo, compromettendo gravemente l’equilibrio politico del Paese. Israele non poteva tollerare che combattenti e gruppi della resistenza palestinese contrabbandassero armi o viaggiassero indisturbati attraverso l’Italia, o godessero di protezione politica a livello locale.
Questo atteggiamento di tolleranza nei confronti della resistenza palestinese era diventato noto come “Lodo Moro“, perché istituito dal veterano statista italiano ed ex primo ministro Aldo Moro. Il Mossad aveva fatto di tutto per punire severamente Roma per tale clemenza verso la causa palestinese. Numerosi interrogativi permangono sul coinvolgimento sionista in diversi attentati terroristici di alto profilo perpetrati successivamente in Italia, come l’ attentato dell’agosto 1980 alla stazione ferroviaria di Bologna Centrale, che aveva causato 85 morti e oltre 200 feriti, e alcuni assassinii politici, tra cui quello dello stesso Moro .
Il cadavere di Aldo Moro ritrovato dalle autorità italiane a Roma, maggio 1978.
Fervente antisionista, Moro era stato apparentemente rapito dalle Brigate Rosse, un movimento guerrigliero di sinistra, nel marzo del 1978. Era stato ucciso dopo 55 giorni di prigionia. Nel corso di successive inchieste parlamentari e indagini ufficiali durate decenni, numerose fonti ben informate avevano testimoniato come il Mossad si fosse infiltrato e avesse supportato le Brigate Rosse, cercando di influenzarne le attività fin dalla loro nascita. Inoltre, fin dall’inizio, vi era stato anche un ruolo, poco noto ma di enorme impatto, dei sionisti nella famigerata Operazione Gladio, condotta dalla CIA e dall’MI6.
Il caos scatenato da Gladio aveva favorito l’obiettivo del Mossad di destabilizzare l’Italia, al fine di rafforzare il sostegno finanziario, militare e politico degli Stati Uniti a Israele. Oggi è improbabile che la posizione geopolitica di Tel Aviv venga messa in discussione da Roma. Tuttavia, episodi come il misterioso attacco di fine marzo a un oleodotto italiano sollevano ovvi interrogativi sulla reale efficacia della rete di sabotaggio sionista locale, costruita decenni fa, e sulla sua capacità di continuare a inviare avvertimenti incendiari al governo del Paese, invitandolo a non oltrepassare i limiti.




