Raccontare il Novecento e il suo rapporto con il corpo, attraverso la filosofia, la storia e le arti, in centoventi minuti. Questo il grandioso obiettivo di Corpi mutanti, documentario ibrido, e oscillante tra didattica e storia dell’estetica, di Walter Bencini (prolifico documentarista, fotografo, montatore, sceneggiatore, molto attivo su profili di personaggi e comunità locali, come Gli ultimi butteri o I cavalieri della laguna, come pure di L’ultimo uomo che dipinse il cinema sull’illustratore Renato Casaro). Il corpo come luogo e rappresentazione del potere, strumento di fascinazione e identità, lungo il secolo che maggiormente è stato attraversato da correnti di pensiero e pratiche artistiche.
La trattazione si articola in quattro capitoli: Corpi da rigenerare, La riscoperta del corpo, Il corpo del soldato, Il corpo politico e sociale.
Ognuno dei quattro segmenti è costituito da montaggi di film d’archivio colorizzati e immagini di opere, per lo più pittoriche, alternati a a coreografie interpretate da cinque danzatori su scene a volte reali, a volte ricostruite, e a interviste a sei accademici ed esperti di storia dell’arte, storia contemporanea, sociologia.
Il percorso tende a evidenziare come i cambiamenti sociopolitici, a partire dall’affermazione del nazionalismo europeo, abbiano inciso progressivamente sulla dimensione privata e quindi anche sulla cura del corpo – riscoperto, adorato, politicizzato, curato, esposto – e della sua immagine.
Accentuandone, di volta in volta, le caratteristiche di bellezza, “normalità”, salute, istinto, evasione, conformismo. La divisione quadripartita agevola solo parzialmente la comprensione della visione, perché una messe di materiali inonda lo spettatore di informazioni e immagini che richiederebbero più selezione e tempo per essere assimilate. Uno sforzo di sintesi e montaggio schiacciato dalla propria tensione enciclopedica.
Oltre agli interventi delle “teste parlanti”, poi, una voce over tiene il filo complessivo della trattazione: è quella, onnisciente e istituzionale di Roberto Pedicini, doppiatore tra gli altri di Kevin Spacey: quando ripete “Ràifensthal” riferendosi alla regista tedesca di Olimpia, il cinefilo ha un sobbalzo. Anche il commento musicale onnipresente e gli innesti di danza risultano soverchianti in un film compilativo, straboccante, che si conclude con un rapido epilogo sull’attualità: il corpo evanescente nell’era dell’AI.




