Mother Mary era una popstar acclamata in tutto il mondo, ma ora non calca il palcoscenico da più di dieci anni. Per risorgere si rivolge a Sam: era la sua migliore amica e la sua costumista di fiducia, nel frattempo diventata una stimata professionista senza di lei. Ora la cantante, in piena crisi emotiva, ha bisogno del suo talento per gli abiti del nuovo tour. Il loro rapporto, però, si è interrotto bruscamente e lo strappo non si è mai ricucito. Sam è interdetta e ancora ferita. L’incontro scoperchia le ruggini del passato e porta entrambe alla traumatica esplorazione di una relazione un tempo così vitale. Tra pressioni pubbliche, frenetica preparazione delle coreografie, ricordi, liti e riti d’espiazione, questo rapporto di amore-odio sarà centrale per scolpire di nuovo l’icona di un’artista che ha fatto innamorare tutto il pianeta.
Dopo Peter Pan & Wendy, l’alfiere del cinema indie David Lowery si misura stavolta con “un melodramma pop” al femminile, così definito dai produttori di A24, nuova Mecca del cinema indipendente hollywoodiano.
La casa di produzione, dopo Storia di un fantasma e Sir Gawain e il Cavaliere Verde, continua la collaborazione con il regista statunitense che qui, nella consueta veste di sceneggiatore e co-produttore, ha riunito a sé un gruppo di fedelissimi tra cast artistico e tecnico.
Cavalcando l’onda lunga dei biopic musicali che da Bohemian Rhapsody in poi caratterizzano ogni anno le programmazioni in sala, Lowery, con un occhio a Il cigno nero e The Neon Demon e l’altro a Beyoncé e Jennifer Lopez, propone un ambiziosissimo thriller sia glamour che intimista pronto a riscrivere le coordinate di questo (sotto)genere: alternerà passi da jukebox movie allo scavo psicologico del duo protagonista.
Il trailer e la locandina americana, infatti, fanno intravedere tutti gli ingredienti tipici del cinema di Lowery: echi di quell’horror trascendentale che era Storia di un fantasma (il trailer italiano precisa, non senza malizia, che questa non è una “storia di fantasmi”), qui più sanguigni, ma con lo stesso senso del sacro e del surrealismo a tinte gotiche, tra animismo e riti esoterici. Si aggiunga l’analisi di identità pubblica e vita spirituale nella società dello spettacolo inserita in ambienti chiaroscurali, specchio dei tormenti delle protagoniste: la fotografia materica e piena di contrasti è del fido Andrew Droz Palermo.
L’estetica del film, infatti, con tutta probabilità, unirà il privato con il pubblico, lo sfarzo dei concerti pop al Kammerspiel più doloroso (il montaggio è affidato ad Harrison Atkins). Lo segnalano anche i toni rossi e neri, sia in spazi ampi come gli auditorium dei concerti, sia in quelli ristretti scenografati da Francesca Balestra Di Mottola (Bones and All); gli audaci costumi pieni di lustrini sono stati cuciti, invece, dalla veterana Bina Daigeler, collaboratrice tra gli altri di Niki Caro, Jarmusch e Almodóvar, celebre proprio per le sgargianti paillettes dei suoi film.




