Durante il turno notturno, un tassista in solitaria carica in auto un travestito fuggito dal night club in cui si esibisce e lo accompagna a casa. Durante una pausa in un bar, l’uomo assiste a una grottesca televendita in cui un presentatore folle offre al pubblico la propria famiglia: la madre ex ballerina dell’Opera, il padre clown malinconico e Vanessa, la ballerina en travesti che ha appena conosciuto. Chi sono queste persone? E cosa le spinge a esporsi in modo così violento e autodistruttivo alla derisione e alla compassione degli altri? Nel loro passato, forse, la risposta a queste domande, e anche la sola via di salvezza.
Il nuovo lavoro di Dario D’Ambrosi, creatore del Teatro Patologico, regista sulla scena e al cinema, da sempre impegnato nella rappresentazione di pensieri e comportamenti di persone affette da malattia mentale.
C’è qualcosa di disturbante, in Il principe della follia: l’esibizione di una disabilità che accetta in maniera paradossale la propria mostruosità, solo per rilanciarla a sua volta contro le persone presunte normali; l’accostamento altrettanto mostruoso, eppure anche mostruosamente comune, tra travestitismo e degradazione; la rappresentazione di un’umanità ai margini, degradata, repressa, calpestata.
C’è da parte del suo autore il coraggio di raccontare in chiave distorta un’esclusione sociale di cui è vittima ogni famiglia che conosce la disabilità. «Credi che non mi accorga di come la gente guarda nostro figlio, O come non lo guarda?», dice il marito alla moglie nei flashback che ricostruiscono il passato che ha portato i protagonisti del film – la ballerina, il padre, la madre e il torturatore della televendita, che altri non è che il secondo figlio della coppia, disabile fin da piccolo – alla disperazione del loro presente…




