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      • Vannacci e il ciclo del catalizzatore: come il sistema produce i suoi oppositori

      Vannacci e il ciclo del catalizzatore: come il sistema produce i suoi oppositori

      Ogni sistema politico che attraversa una crisi di legittimità produce, con la puntualità di un meccanismo industriale, la figura che chiameremo catalizzatore: qualcuno che raccoglie la diffidenza accumulata, la canalizza in energia elettorale, e la restituisce al sistema in forma utilizzabile. Il Vannaccismo — il fenomeno politico costruito attorno alla figura del generale Roberto Vannacci, europarlamentare, fondatore di Futuro Nazionale, uomo con la divisa giusta al momento giusto — è l’edizione italiana 2026 di un copione che si replica da decenni con variazioni cosmetiche e struttura invariata.

      Capire perché funziona, su chi funziona e soprattutto a cosa serve richiede di guardare il fenomeno dal lato che i suoi sostenitori non guardano mai: quello del curriculum.

      Pierre Poujade radunava i piccoli commercianti francesi contro le tasse e la modernità nell’immediato dopoguerra; Jean-Marie Le Pen raccoglieva i reduci e i nostalgici dal 1972 in poi; Umberto Bossi mobilitava il Nord produttivo contro Roma ladrona; Beppe Grillo convocava i delusi di tutti i partiti nella piazza digitale del Vaffa. Ciascuno di questi personaggi ha intercettato una crisi reale, ha dato voce a una frustrazione legittima, e ha consegnato il proprio elettorato — esaurite le promesse, metabolizzate le contraddizioni — a una gestione del potere sostanzialmente identica a quella che diceva di combattere. Il Movimento 5 Stelle ha governato con la Lega, poi con il PD, poi con Draghi: la parabola vale come manuale.

      Vannacci occupa lo stesso slot funzionale con un valore aggiunto che i predecessori non avevano nella stessa misura: la divisa. Trent’anni di carriera nelle forze speciali, il comando del Col Moschin, la Brigata Folgore, la Task Force 45 in Afghanistan, il contingente italiano in Iraq. La divisa trasforma l’opinionismo da bar in analisi strategica, il risentimento in disciplina, la chiacchiera in ordine del giorno. È un moltiplicatore semiotico potente, e il mercato editoriale italiano lo ha dimostrato con la consueta brutalità dei numeri: centinaia di migliaia di copie per un libro autoprodotto su Youcanprint — un servizio di self-publishing con stampa su richiesta, formato industriale alla portata di chiunque abbia un testo e una rete — venduto per la stessa ragione per cui vendono i calendari del papa: non per il contenuto, ma per il simbolo sulla copertina.

      Il mondo al contrario non contiene nulla di strutturalmente antisistema. I bersagli scelti — omosessuali, immigrati, femministe, ambientalisti — sono tutti laterali: antagonisti orizzontali, mai verticali. Il padrone resta esattamente dove si trova; ad essere indicato come problema è il vicino di casa con le idee sbagliate. Questo è il meccanismo classico dello scontro orizzontale: tenere gli ultimi impegnati a combattersi tra loro mentre i primi amministrano indisturbati. Il fatto che il testo sia scritto con una certa competenza retorica — Vannacci non è uno sprovveduto, ha tre lauree e parla sei lingue — non modifica la funzione; semmai la rende più efficace, perché la fa sembrare argomento invece che riflesso condizionato.

      La presa sui giovanissimi si spiega proprio qui. Una generazione che non ha memoria dei tradimenti precedenti — non ha cicatrici dei 5 Stelle al governo, non ha vissuto la Lega di lotta trasformata in Lega di governo, non ha visto Bossi inciampare nelle note spese del figlio — incontra per la prima volta un’offerta politica che sembra meno ipocrita delle altre perché non ha ancora avuto il tempo di dimostrare di esserlo ugualmente. La novità è sempre credibile finché è nuova. I sondaggi di maggio 2026 collocano Futuro Nazionale tra il quattro e il cinque per cento, con flussi che provengono quasi interamente dalla Lega in caduta libera; ma comizi e conferenze raccontano qualcosa di più interessante dei sondaggi: ragazze e ragazzi che vengono da soli o a gruppetti, affascinati dalla divisa, dalla certezza, dalla promessa di un ordine comprensibile in un mondo che non lo è.

      Il catalizzatore non minaccia il sistema: lo serve. Raccoglie la diffidenza, la neutralizza in voto, e riconsegna l’elettorato disilluso al ciclo successivo, pronto per il prossimo round.

      Il dettaglio biografico più rivelatore del fenomeno Vannacci è anche il meno discusso. Somalia, Ruanda, Afghanistan, Iraq, Kosovo, Libia: non c’è una sola missione nel curriculum del generale che esuli dal perimetro NATO. Per trent’anni, Vannacci ha eseguito con distinzione l’agenda militare dell’atlantismo: ha comandato reparti d’élite nelle guerre del blocco occidentale, ha ricoperto il ruolo di capo di stato maggiore delle Forze speciali NATO in Afghanistan, ed è stato decorato con la Bronze Star Medal dall’esercito americano per il suo contributo alla campagna contro l’ISIS in Iraq. La Bronze Star è una medaglia militare statunitense: la porta sul petto il critico dell’ordine globale.

      Poi, dal dicembre 2020, addetto militare dell’ambasciata italiana a Mosca — ruolo istituzionale, governativo, tutt’altro che dissidente, che alimenta però la narrazione filorussa di cui il suo elettorato ha bisogno. Il meccanismo è elegante: la carriera al servizio dell’atlantismo fornisce credenziali di competenza; la permanenza a Mosca fornisce credenziali di autonomia. Entrambe le cose sono vere sul piano biografico; nessuna delle due è ciò che sembra sul piano politico.

      La critica all’Unione Europea, cavallo di battaglia fisso dei comizi, si ferma sempre un passo prima della soglia pericolosa: quella in cui si dovrebbe nominare il soggetto che l’Unione Europea l’ha costruita, finanziata e usata come strumento di contenimento dei paesi membri. Dire che l’UE non funziona è facile, applauditissimo e innocuo; dire che è una costruzione funzionale agli interessi americani è un’altra conversazione, che il generale decorato con la Bronze Star non ha mai avuto voglia di aprire.

      C’è un test empirico semplice per distinguere un’opposizione reale da un’opposizione funzionale nel sistema politico occidentale: la posizione su Israele. Ogni forza politica che supera una certa soglia di scala e visibilità — che entra cioè nel circuito della legittimità mediatica e finanziaria — finisce per baciare quel muro. L’AfD tedesca, Marine Le Pen nella versione presentabile, Viktor Orbán quando tratta con Washington: il copione non cambia. Vannacci non fa eccezione; dai suoi comizi non emergono prese di posizione nette nei confronti di Israele, nonostante il doppio standard sulla Russia sia uno degli argomenti più frequentati. La coerenza si ferma esattamente dove conviene che si fermi.

      Questo è il prezzo di accesso alla legittimità, e chi lo paga lo paga consapevolmente o per calcolo istintivo sviluppato in trent’anni di carriera in strutture che quel prezzo lo conoscono bene. La posizione su Israele è una firma sul contratto.

      Futuro Nazionale è stato costruito, per dichiarazione esplicita del suo fondatore, come partito a comando verticale: chi entra deve aderire totalmente, il leader decide e gli altri si conformano, perché — dice Vannacci — quando decidono tutti non decide nessuno. La grammatica dell’autoritarismo viene presentata come efficienza organizzativa; la sottomissione come coerenza; la mancanza di struttura democratica interna come virtù strategica. È esattamente il modello che, applicato allo Stato invece che a un partito, si chiama con un altro nome.

      La rete territoriale che sostiene questa struttura proviene in larga parte dai gruppi autorganizzati durante la pandemia: comitati locali, circoli informali, reti di resistenza civica che per anni hanno costruito capitale sociale e poi lo hanno consegnato al primo contenitore politico disponibile con l’estetica giusta. Il meccanismo è lo stesso dei 5 Stelle tra il 2008 e il 2012, con una variante strutturale importante: allora la rete nacque spontaneamente e fu occupata successivamente; qui l’occupazione è stata preventiva, più rapida, più consapevole da parte di chi la gestisce.

      Ma a cosa serve, e a chi, il Vannaccismo? Serve evidentemente a raccogliere la diffidenza verso il sistema politico tradizionale prima che si trasformi in qualcosa di più difficile da gestire. Serve a canalizzare la rabbia dei giovani che non votano — o che votano per la prima volta — dentro un contenitore che ha l’estetica della rottura e la sostanza della continuità. Serve a tenere la critica all’UE separata dalla critica all’ordine atlantico che l’ha prodotta. Serve a preparare un elettorato al militarismo — alla sua naturalizzazione, alla sua desiderabilità estetica — in un momento in cui la pressione verso la spesa militare e la retorica del fronte si intensificano su tutta l’Europa.

      Quest’ultimo punto merita attenzione. La retorica del generale — il pugno di ferro, la disciplina, la catena di comando, il sacrificio come valore — non è un elemento folkloristico del personaggio: è la sua funzione prospettica più precisa. Quando il sistema avrà bisogno di mandare qualcuno al fronte, avrà bisogno di qualcuno che lo abbia già reso desiderabile. In ciò la divisa è il messaggio.

      Il sistema, in sintesi, non teme il Vannaccismo. Lo ha già inserito nel ciclo, lo sta guardando crescere con la tranquillità di chi conosce il copione, e aspetta il momento in cui il catalizzatore avrà esaurito la sua funzione di raccolta per passare a quella di consegna. È sempre andata così. La sala strapiena, i ragazzi di sedici anni, le sezioni locali ex-pandemia: tutto materiale già visto, già usato, già restituito. Il ciclo non si è mai interrotto.

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