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      • Il Credito e il Sangue

      Il Credito e il Sangue

      I libri di storia ufficiale descrivono il Risorgimento come un’epopea luminosa, una marcia trionfale verso l’apparente Unità d’Italia, ma le epopee, di solito, vengono scritte dai vincitori e i vincitori raramente includono nei loro resoconti il costo umano e materiale delle loro conquiste.
      Questo racconto nasce da un bisogno di dare un volto e un nome a quelle che la storiografia piemontese ha sempre chiamato, con fredda burocrazia, “reazione”, “brigantaggio” o, peggio ancora, “pacificazione”, dimostrando con i fatti che il popolo meridionale non veniva considerato alla stregua di quello piemontese e che non hanno unito ma diviso.

      I personaggi di Giulia, Luca e Michele sono frutto di finzione, ma le coordinate che li circondano sono drammaticamente reali: l’influenza dei banchieri Rothschild nei fatti di quegli anni, il Banco delle Due Sicilie svuotato delle sue riserve auree; la svalutazione del ducato che ridusse sul lastrico intere generazioni; la leva obbligatoria usata come strumento di spopolamento; i patti di sangue tra il nuovo esercito occupante e il sottosuolo criminale, i metodi di repressione militare.

      Il credito e il sangue non sono una metafora. Sono i due fluidi che hanno davvero segnato il passaggio dal Regno di Ferdinando II al Regno d’Italia. Leggete questa storia sapendo che ci sono decine di migliaia di storie vere sepolte nei boschi del Sud.

      Nel 1858, chi sbarcava a Napoli restava abbagliato, non solo per il golfo color smeraldo incorniciato dal Vesuvio, ma per l’evidenza di una ricchezza che in nessun’altra parte della penisola si poteva riscontrare con tale magnificenza. Il Regno delle Due Sicilie era il cuore pulsante del “Mezzogiorno”, un’estensione immensa che abbracciava più della metà d’Italia, al suo centro c’era Re Ferdinando II di Borbone. Lo chiamavano “Franceschiello”, un soprannome che non nasceva dal disprezzo ma dalla familiarità: Franceschiello scendeva per strada ogni mattina, toccava con mano la realtà del suo popolo. Quel Regno era il frutto di un lavoro cominciato da suo padre Ferdinando I, che nel 1816 aveva unito Napoli e Sicilia in un unico Stato e aveva gettato le fondamenta di tutto: il Banco delle Due Sicilie per la stabilità monetaria, le prime scuole statali, le premesse per lo sviluppo industriale. Ferdinando II aveva ereditato quel patrimonio e lo aveva moltiplicato.

      Aveva imposto un’alfabetizzazione di massa che non aveva eguali, con scuole in ogni comune, dai quartieri napoletani ai casali calabresi. Aveva riformato gli Alberghi dei Poveri, trasformandoli da luoghi di degrado in comunità dove i bambini abbandonati venivano accolti, istruiti e avviati a un mestiere.  Aveva fatto costruire giardini pubblici, viali alberati, fontane di marmo. Aveva creato l’Ostificio di Pietrarsa, un colosso industriale dove migliaia di operai costruivano locomotive, cannoni e navi. I cantieri di Castellammare sfornavano fregate che navigavano in tutti i mari. Le manifatture di San Leucio producevano sete esportate fino a Parigi.

      Nel 1839 aveva inaugurato la prima ferrovia della penisola italiana. Tutto creava occupazione, dignità, autosufficienza, tutto era sorretto dal Ducato, moneta d’argento puro garantita dalle riserve del Banco, forte e rispettata in tutto il Mediterraneo. Era un Regno che funzionava e che poteva guardare al futuro con fiducia.

       

      La spensieratezza

       

      La piccola Giulia, dieci anni, figlia del colonnello Raffaele di Roccabruna, viveva in un palazzo gentilizio del quartiere di Chiaia, a Napoli, era un luogo che respirava un’eleganza sobria e una quiete profonda, il genere di quiete che solo chi si sente al sicuro può permettersi. La sua camera era una stanza piccola ma luminosa, con una finestra che dava sul cortile interno dove cresceva un limone piantato da sua madre prima che morisse. Il letto era una struttura di ferro battuto verniciato di bianco, coperto da una trapunta di cotone a fiori, con i cuscini imbottiti di piuma d’oca che profumavano di lavanda, come tutta la biancheria della casa. Sulla toeletta di mogano, Giulia teneva la sua bambola di porcellana, quella con il vestito di seta rosa l’ultimo regalo di sua madre. Ogni sera, prima di dormire, Giulia appoggiava il naso sul cuscino e respirava quell’odore di lavanda, e si sentiva avvolta in un abbraccio materno.

      La domenica, padre e figlia salivano in carrozza per andare alla Reggia di Caserta, attraversando campagne di vigne e ulivi, e quando la facciata immensa compariva all’orizzonte come un miraggio di pietra e luce, Giulia restava senza fiato. Dentro, lo Scalone Reale la faceva sentire una formica davanti a una cascata di marmo bianco, ma ciò che davvero le faceva battere il cuore era qualcosa di meraviglioso e magico, perché a Capodimonte la bellezza non stava solo nelle pareti e nei soffitti, stava dentro i mobili, animata da meccanismi segreti che trasformavano l’arredamento in qualcosa di vivo. La prima volta che Giulia aveva scoperto quella magia, aveva quattro anni.

      Stava giocando a nascondino dietro una grande gabbia ornamentale di legno di noce intarsiato e ottone dorato, che racchiudeva un intricato paesaggio di rami di fil di ferro ricoperti di corteccia vera e foglie di seta, dove erano appoggiati dei merli. Sembrava un oggetto statico, un arredo come un altro, ma quando Giulia, inavvertitamente, urtò con il gomito una chiave quasi nascosta nella base, gli uccellini racchiusi aprirono il becco, inclinato la testina di lato ed emisero un cinguettio sommesso, dolcissimo, incredibilmente vero, battendo le ali di piume con un ritmo perfetto, quasi stesse facendo lo sfoggio davanti alla compagna. Era un vero prodigio d’officina, dove l’ ebanisteria più fine si fondeva con la meccanica più delicata.

       

       

      Ogni stanza della reggia era provvista di questi preziosi orologi a carillon. Scatole musicali animate che stavano sui tavoli dei saloni, piccole e preziose come gioielli. Quando si ruotava la chiave si caricava la molla, un cilindro dentato cominciava a girare e riproduceva melodie complesse, mentre piccole figure in bronzo dorato o porcellana si animavano: pastorelle che ballavano, cavalieri che sfilavano, cigni che battevano le ali su specchi d’acqua finta. Giulia poteva restare ore a guardare quelle figure minuscole che si muovevano, ipnotizzata dalla precisione dei loro gesti meccanici. Chiudeva gli occhi e le sembrava di essere dentro una sinfonia dove ogni oggetto era uno strumento e ogni ingranaggio una nota.

       

      Orologio a forma di gabbia di uccello Stanza da lavoro della Regina e Gabinetto degli Stucchi

       

      Quell’immenso parco delle meraviglie non custodiva solo questo, nella Reggia c’erano due organi automatici viennesi, capolavori assoluti di meccanica musicale, non erano organi come quelli delle chiese, che avevano bisogno delle mani di un suonatore, questi vivevano da soli. Su 89 cilindri  c’erano incise le musiche più celebri dell’epoca: arie di Mozart e Rossini, sinfonie di Beethoven e Haydn, oltre a centinaia di composizioni sacre e profane che coprivano un repertorio vastissimo. Un sistema di cilindri mobili poteva passare da un brano all’altro senza interruzione, e un meccanismo di pesi, mantici e valve pneumatiche comandava tutto: la selezione dei brani, l’inserzione dei registri, l’apertura e la chiusura dei canali. Quando si attivava era come un sospiro lontano, come se la Reggia facesse un respiro profondo, poi le prime note riempivano ogni angolo delle sale con una potenza che non sembrava possibile per uno strumento senza un suonatore. Giulia non sentiva solo quella musica  la vedeva, la toccava.

      Le sembrava che l’intera Reggia diventasse uno strumento, che le pareti stessero cantando, che il marmo stesso si fosse trasformato in pelle e le vene di pietra trasportassero il sangue della musica da una stanza all’altra. In quei momenti si sentiva protetta dalla pietra, dal legno, dalla precisione di quei meccanismi che riproducevano la vita senza bisogno di nessuno.

      Quella Reggia era una fortezza di civiltà, e lei ne era la piccola principessa errante. Dopo le sale, il parco: chilometri di viali alberati, fontane, la grande cascata artificiale, il Giardino Inglese con i cigni bianchi sul laghetto.

      Giulia correva lungo i viali. Correva fino a perdere il fiato, con le gonne che le volavano intorno alle gambe e i capelli che le sferzavano il viso. Suo padre la seguiva a passo lento, sorridendo, godendosi la vista della figlia che si perdeva in quella meraviglia. A volte si fermavano al Grande Bosco, dove gli alberi crescevano più fitti e selvaggi, e lì Giulia immaginava di essere in una foresta incantata, popolata da fate e da cavalieri.  Altre volte passeggiavano nel Giardino Inglese, il preferito di sua madre, con i suoi sentieri irregolari, le sue rovine finte, il suo laghetto con i cigni bianchi che scivolavano sull’acqua immobile come fantasmi eleganti. Lì l’ordine geometrico del parco italiano si rompeva, e tutto diventava romantico, malinconico, dolcissimo.

      Quando il sole tramontava la carrozza li riportava a Napoli. Il sole calava dietro il Posillipo tingendo il golfo di arancione e rosa, e Giulia si addormentava sul sedile di velluto, con la testa appoggiata sul ginocchio del padre. Quello era il suo mondo, profumato, sicuro, musicale, un mondo dove una bambina poteva correre nei corridoi del potere senza paura, perché quel potere era gentile.

       

      L’organo automatico

       

      La speranza e l’educazione

       

      Non tutti i bambini vivevano tra damaschi e marmi, anche per chi non aveva nulla, il Regno offriva un posto dove vivere. Luca aveva dodici anni e non ricordava il padre. La madre era morta di febbre quando lui aveva cinque anni, in un basso del quartiere della Pendola. Luca non era finito per strada. Il Re non lo aveva permesso. Era stato ospitato nell’ Albergo dei Poveri di San Gennaro, un edificio arioso con dormitori puliti, refettorio dove si servivano i pasti ogni giorno, e soprattutto la scuola. Luca aveva imparato a leggere e aveva scoperto di avere mani d’oro per il legno, per questo venne mandato come apprendista alla bottega di un falegname che lavorava proprio alla Reggia. Un giorno di ottobre del 1859, portò una cassa di assi di ciliegio nella Sala degli Arazzi, mentre mastro Ciccio parlava col sovrintendente, Luca sentì una risata di bambina che riecheggiava nel corridoio. Si voltò e vide una fanciulla con un vestito azzurro e scarpe di vernice, scarpe che lui non aveva mai visto, che correva verso di lui.

      «Come ti chiami?» chiese la bambina.

      «Luca. E tu?»

      «Giulia. Vieni. Ti faccio sentire e vedere la magia.»
      Lo trascinò nella sala dove stava la gabbia con gli uccelli. Giulia girò la chiave, i mantici si gonfiarono, gli uccelli aprirono i becchi e il canto riempì la sala. Luca sentì le vibrazioni dei minuscoli ingranaggi attraverso il pavimento, una vibrazione sottile che saliva dai piedi e gli faceva formicolare le gambe. Poi successe qualcosa che lo fece cadere in ginocchio. Dalle pareti, dal pavimento, dal soffitto, arrivò un’onda di suono che gli riempì il petto come un respiro gigante. Uno degli organi automatici viennesi si era attivato da qualche parte nelle viscere della Reggia, e la sua musica viaggiava attraverso i condotti nascosti nei muri. Luca sentì le note alte come gocce di luce sulla pelle e quelle basse come un abbraccio che lo stringeva da tutte le parti. Sentì i timpani vibrare nel pavimento sotto le sue ginocchia, e quella vibrazione gli fece tremare le ossa, non di paura, ma di qualcosa che assomigliava alla meraviglia ma era più grande, era come se il legno con cui lavorava ogni giorno avesse improvvisamente trovato una voce e stessero cantando tutti insieme e lui, che conosceva il linguaggio del legno, potesse finalmente capirli. Due lacrime scesero sulle sue guance, non pianse per tristezza, pianse perché non sapeva che il mondo potesse essere così bello.

      «Anche questo è della Reggia» disse Giulia, sorridendo. «Nessuno li suona. Suonano da soli. Come se avessero un cuore.»

      «Chi li ha fatti?» chiese Luca, con voce rotta.

      «Non lo so. Mastro Ciccio forse lo sa.»

      In effetti lo sapeva. Erano stati costruiti a Vienna ma custoditi e mantenuti da artigiani napoletani formati nelle officine reali, nelle stesse botteghe dove Luca stava imparando il mestiere. Un sapere che passava dal maestro all’apprendista, da generazioni di mani che avevano imparato a parlare la lingua della meccanica con la stessa precisione con cui i cilindri viennesi parlavano la lingua della musica. Da quel giorno si incontrarono nel parco. Giulia portava il cibo, Luca raccontava dell’istituto, di mastro Ciccio, dei bambini che avevano perso tutto ma avevano trovato un posto dove vivere.

      «Il Re ci ha dato una casa» diceva Luca. «Mastro Ciccio è convinto  che se lavoro bene, un giorno potrò costruire cose come quelle.»

      «Mio padre dice che il Re è buono» disse Giulia. «Ma teme che ci sono uomini lontani da qui che vogliono prendere le nostre cose.»

      Luca non capiva. Conosceva solo l’istituto, la bottega, la Reggia, il pane, il legno, Giulia.

       

      Il complotto

       

      L’aria di Napoli sapeva di zagara e di polvere da sparo, ma nel salotto privato del palazzo reale, quell’aria era filtrata dai tendaggi di seta e pesava per via dei silenzi innaturali. In un angolo quasi in ombra, sedeva un uomo con un soprabito inglese tagliato con precisione millimetrica. Era l’inviato di Nathan Mayer Rothschild, non portava una spada, ma una valigetta di cuoio nero che conteneva più potere di tutta l’artiglieria del Regno delle Due Sicilie. Il colonnello Raffaele, in uniforme bianca dei dragoni borbonici, lo affrontò. L’uniforme gli stava addosso come un’armatura, ma i suoi occhi avevano il colore della sconfitta.

      «Signore», disse Raffaele, sfiorando l’elsa della sciabola con un gesto di sfida puramente formale. «Siamo uno Stato sovrano. Le nostre casse sono piene. Il Banco di Napoli ha riserve d’argento e oro che il vostro stesso governo britannico invidia, perché l’Inghilterra dovrebbe spingere quel ribelle di Garibaldi sulle nostre coste?»

      L’inglese sorrise. Un sorriso freddo, che non raggiungeva gli occhi. Si tolse i guanti di pelle di capretto con estrema lentezza.

      «Colonnello, lei parla di casse piene, ma io parlo di flussi di capitale. Siete ricchi, è vero, ma il vostro Re ha commesso un errore fatale: ha voluto costruire una flotta da guerra, dodici fregate corazzate a Pietrarsa. L’ammiragliato di Sua Maestà britannica non può permettere che il Mediterraneo diventi un lago napoletano.»

      «E allora?» ringhiò Raffaele.

      «Allora, la vostra ricchezza è un ostacolo. Il Piemonte ha contratto debiti con le nostre banche per comprare le armi. Il debito è lo strumento di controllo perfetto. Garibaldi non è un eroe per noi, è un liquidatore.»
      Guardandolo fisso negli occhi le parole lo trafissero come una lama.

      «Lei pensa che la forza di uno Stato sia nel suo esercito e nelle sue casseforti, non è così. La forza di uno Stato è nella sua capacità di non essere indipendente, ma di essere collegato ai flussi del capitale internazionale. Quando lo Stato è connesso ai debiti delle nostre banche, non è più lui a guidare le finanze, ma sono le finanze a guidare lo Stato. È questo che è cambiato, colonnello. Siete usciti dal gioco senza nemmeno accorgervene. Voi avete costruito un Regno autosufficiente, ma l’avete fatto senza chiedere il permesso a chi decide chi può essere autosufficiente e chi no. Avete costruito la vostra flotta senza considerare che quel mare era già stato assegnato da noi. Avete costruito le vostre fabbriche senza capire che il carbone, le macchine e i capitali per farle funzionare dovevano essere prestati dalle nostre banche, adesso che tutto è pronto, adesso che le vostre fabbriche producono ricchezza, noi arriviamo a incassare quella ricchezza. È molto semplice, in fondo, più il Sud produce, più il capitale internazionale ha bisogno di lui per finanziare la propria espansione. Lei pensa che il suo esercito la protegge. In realtà, quell’ esercito è solo la forza di polizia incaricata di proteggere non il popolo, ma il prelievo delle risorse. Il debito è lo strumento perfetto. Noi non vogliamo il vostro argento, colonnello; vogliamo che il vostro argento finisca nelle casse di Torino per pagare i debiti piemontesi verso di noi, non stiamo conquistando il vostro Regno, lo stiamo riassorbendo nel flusso naturale del capitale.»

      Raffaele estrasse la pistola. L’inglese non batté ciglio.

      «Spari, se vuole. Ma sa cosa succederà domani? Succederà quello che è stato deciso a Londra e a Torino.»

      L’inviato di Rothschild guardò verso la porta del salotto, dietro la quale probabilmente Giulia stava giocando con la sua bambola di porcellana.

      «La storia non è fatta di ragazzine con vestiti di seta, colonnello. La storia è scritta con i libri mastri. Quando il generale Garibaldi entrerà qui, non troverà un Regno. Troverà una miniera da sfruttare per alimentare la macchina industriale del Nord e chi si opporrà… beh, la stampa londinese e torinese ha già pronta l’etichetta, non si chiameranno “soldati leali“. Si chiameranno “briganti“. È molto più facile giustificare l’eliminazione di un brigante che di un patriota difensore della propria casa. Le vostre risorse come lo zolfo in Sicilia, il ferro in Calabria, l’agricoltura estensiva e un mercato potenziale di oltre 9 milioni di consumatori sarà sotto il nostro controllo.»

      Raffaele capì che l’avvertimento al Re non fu un tentativo di evitare la guerra. Fu l’analisi fredda di chi sta per avviare una macchina di distruzione. Era un messaggio subdolo: “Abbiamo già deciso la tua rovina. Ora ti diamo la possibilità di scegliere come rovinarti: con i trattati (che non firmerai per orgoglio) o con le armi (che perderai). In entrambi i casi, per noi è uguale.”
      L’avvertimento era il bisturi anatomico che sezionava la dignità del Re davanti allo specchio della realtà del potere finanziario.  Ferdinando, con tutto il suo coraggio, non poteva recidere il taglio, anche la sua resistenza eroica faceva parte della leva che i banchieri avevano calcolato per far crollare il Regno dall’interno.
      Era una mossa da maestri di scacchi. Nella partita della storia, il Re fu sacrificato per aprire la via al vero scopo dell’operazione: l’assorbimento della ricchezza del Sud. L’avvertimento era stato il modo per assicurarsi che la pedina del Re si muovesse esattamente nella direzione della trappola.

       

      L’invasione e il tradimento

       

      L’uragano arrivò nella primavera del 1860. Garibaldi sbarcò a Marsala. I generali borbonici si arresero uno dopo l’altro. Il Re lasciò Napoli per Gaeta. Le truppe piemontesi entrarono come padroni.

      Alcuni ufficiali giurarono fedeltà ai Savoia, altri sparirono, altri presero le armi e si rifugiarono nelle montagne. Il colonnello Raffaele fu tra questi. Raccolse un gruppo di soldati leali, prese tutte le armi disponibili e chiese a Carmela di portare Giulia in un posto sicuro e di raggiungerlo a Mignano.
      Carmela, conoscendo l’amicizia tra i due ragazzi, passò dall’Albergo dei Poveri per avvertire Luca, ma  lì trovò l’inferno. Tornò dalla piccola Giulia sconvolta e preoccupata. Con il crollo dell’autorità borbonica, con la polizia sciolta e l’esercito occupante ancora impegnato a consolidare il potere nei palazzi governativi, le bande criminali erano scese in strada come sciacalli.

      La camorra, che era sempre esistita nel sottosuolo napoletano ma era stata tenuta a bada dalla ferrea mano del regime borbonico, si sentì improvvisamente libera e protetta.  Perché i nuovi padroni piemontesi avevano bisogno di alleati nella città? Avevano bisogno di uomini che conoscessero i vicoli, le abitazioni, i nascondigli, così, in cambio di impunità e di favori, le autorità militari sabaude avevano dato via libera ai capi banda. Un patto sporco, mai scritto ma perfettamente funzionante: voi ci aiutate a controllare la città e a catturare i “briganti” borbonici, e noi vi lasciamo liberi di fare i vostri affari. E uno di quegli affari, il più lurido e il più redditizio, erano i bambini. L’Albergo dei Poveri fu uno dei primi obiettivi. Una banda guidata da un individuo noto come “o’ Scartocchiato” sfondò le porte dell’istituto una sera di ottobre.

      Luca era nel dormitorio quando sentì le urla. Si alzò dal letto e li vide. Uomini grossi, con il viso cicatrizzato, i coltelli alla cintura. Afferrarono i bambini che piangevano e li trascinarono fuori come sacchi di farina. La rabbia sostituì il panico. Luca conosceva l’istituto come le sue tasche. Si infilò sotto il letto, strisciò fino alla finestra, scese lungo la grondaia e corse a piedi nudi, nel buio. Il suo corpo andò da solo verso la Reggia.

       

      La fuga

       

      La Reggia non era più quella che ricordava. I saloni erano vuoti, le porte socchiuse, i corridoi pieni di echi solitari. La guarnigione piemontese aveva requisito parte dell’edificio per uso militare, ma i viali del parco erano ancora lì, e la notte lo nascondeva. Luca si rannicchiò sotto un cespuglio di alloro nel Giardino Inglese, vicino al laghetto dei cigni, e pianse. Pianse fino a quando non ebbe più lacrime. Fu allora che sentì i passi. Passi rapidi, di corsa, accompagnati da un respiro affannoso. Una donna che trascinava una bambina per mano. Luca si fece piccolo piccolo nel buio e guardò.  Era Carmela insieme a Giulia. Indossava una veste ruvida da contadina, i capelli erano arruffati e pieni di foglie, il viso era rigato di lacrime e di fuliggine. Sembrava un’altra bambina, eppure, Luca la riconobbe subito. Carmela si fermò ansimando. Guardò indietro, verso il viale principale, dalle tenebre arrivavano voci maschili, grida, il rumore di rami spezzati, non erano soldati regolari,  erano uomini della camorra, quelli che i piemontesi usavano come cacciatori di taglie. Avevano capito che il colonnello Raffaele era fuggito con la figlia, e avevano messo una taglia sulla bambina, non per soldi, per fare un favore ai nuovi padroni. Catturare la figlia di un ufficiale borbonico “brigante” sarebbe stato un colpo propagandistico perfetto.

      «Stanno arrivando» sussurrò Carmela, con gli occhi pieni di terrore. «Signorina, non posso più correre. Le gambe… non ce la fanno più.»

      Giulia guardò intorno, disperata. Il laghetto era davanti a lei. I cigni dormivano sull’acqua immobile. Non c’era dove nascondersi. I viali erano aperti, i cespugli troppo radi.  Fu allora che Luca uscì dal buio.

      «Giulia» sussurrò.

      La bambina sobbalzò. Lo guardò con occhi che non riconoscevano più nulla, persi nella paura, poi, lentamente, qualcosa si accese in quello sguardo.

      «Luca?»

      «Vieni. Vieni con me. So dove andare.»

      Luca prese Giulia per mano. La sua mano era ruvida per il legno, ma ferma. La guidò attraverso i sentieri secondari del Giardino Inglese, quelli che solo un bambino che aveva esplorato ogni angolo della Reggia avrebbe conosciuto. Passarono sotto la finta rovina gotica, attraverso un tunnel di verzura, fino a un muro semidiroccato. Luca rimosse una pietra che non era incastrata: dietro c’era una breccia che dava sui campi, dall’altra parte, il buio li accolse, mentre correvano verso la campagna, Luca si voltò un’ultima volta, dalle sale aperte della Reggia non usciva più nessun suono. Solo silenzio, come se qualcuno avesse tolto il respiro a un gigante. Carmela li accompagnò per due giorni. La terza notte le gambe cedettero.

      «Andate senza di me. Il colonnello vi aspetta a Mignano. Tienila in vita, Luca» gli sussurrò abbracciandolo.

      «No» disse Giulia, piangendo. «Non ti lasciamo.»

      «Devi andare, Giulietta. Per tuo padre. Lui ha bisogno di sapere che sei viva. Io… io sono vecchia. Mi prenderanno, magari mi picchieranno, ma non mi uccideranno. Non valgo niente per loro. Tu sì. Tu sei la figlia di un “brigante”. Se ti prendono, ti uccidono per dare un esempio.»

      Poi li spinse via con un gesto della mano e restò seduta sotto l’ulivo, con gli occhi chiusi, aspettando quello che sarebbe arrivato. Luca e Giulia corsero.Giulia si voltò per un attimo, la vide lì seduta, esamine.  Il cuore le si spezzò.

       

      La carneficina

       

      Camminarono per cinque notti. Dormirono nei pagliai, si sfamarono di fichi selvatici, noci, meloni rubati. Giulia imparò a dormire sulla terra dura, le sue mani si riempirono di tagli, i piedi si lacerarono. Luca cercò di proteggerla in tutti i modi: la teneva per mano, la sollevava quando cadeva, la copriva col proprio corpo quando passavano vicino a soldati.  Una notte, Giulia si fermò e pianse a dirotto per tutto quello che aveva perso.

      «Perché ci stanno facendo questo?»

      «Non abbiamo fatto niente di male» disse Luca, con gli occhi che brillavano di una rabbia antica per i suoi 12 anni. «Esistiamo e abbiamo qualcosa che vogliono. I nostri soldi, le fabbriche, la terra. Siccome non vogliono sembrare ladri, devono far finta che siamo noi i cattivi. I briganti, gli zotici. Sei tu una zotica, Giulia?»

      «No.»

      «Allora non piangere. Noi siamo i figli di un Regno che era bello e solido. Dobbiamo sopravvivere per raccontarlo.»

      La sesta notte li trovarono. Una pattuglia piemontese, due bambini soli, magri, sporchi. Bastava un minimo di umanità per lasciarli andare, purtroppo la macchina della distruzione non si ferma. Luca si mise davanti a Giulia come uno scudo. «Non la toccate.»

      Il capitano ridacchiò, l’aveva riconosciuta. «La bambina vale più del padre. Sarà un bel regalo.»

      Luca lanciò un sasso, lo afferrarono per i capelli, lo sbatterono a terra. Lo legarono con una corda che gli tagliava la pelle. Legarono anche Giulia.

      «Che facciamo con loro, capitano? Li portiamo al comando?»

      «Il comando è lontano. E questi due non camminano più. Specialmente il maschio, sembra che stia per svenire.»

      Il capitano li guardò con l’indifferenza con cui si guarda del bestiame.

      «Basta non trovarli.»

      Giulia capì subito cosa volevano fare. Gli occhi le si spalancarono di un terrore puro, primitivo, quello che non ha parole, solo un grido silenzioso che le si strozzò in gola. Luca capì un secondo dopo. Guardò il capitano, guardò i soldati che si alzavano con un’aria di noia, guardò il bosco da cui erano usciti, guardò la strada vuota, guardò il cielo che si tingeva di rosa e arancione sopra le montagne. Un cielo bellissimo. Lo stesso cielo che vedeva dalla finestra dell’istituto, la mattina, quando mastro Ciccio lo chiamava per andare in bottega. Si voltò verso Giulia. I suoi occhi erano bagnati, ma la sua voce era ferma.

      «Giulia. Quando ti dico di correre, tu corri. Non ti voltare. Corri verso le montagne. Là ci sono gli uomini di tuo padre. Ti troveranno.»

      «No, Luca, no, resto con te.»

      «Giulia. Ascoltami. tu puoi ancora correre io no. Mi hanno rotto qualcosa dentro, lo sento,  tu sei veloce. sei sempre stata veloce. Ricordi quando correvamo nel Giardino Inglese? Eri più veloce di me. Sempre.»

      Il capitano diede un calcio a Luca, facendolo cadere di fianco. «Basta chiacchiere. Muoviamoci.»

      Luca, con l’ultimo briciolo di forza che aveva, si rotolò verso il capitano e gli morse la mano. Il capitano urlò di dolore e  sparò un colpo in aria. I soldati si tolsero i fucili dalla spalla. In quel secondo di caos, Luca urlò: «CORRI, GIULIA! CORRI!»

      Giulia corse come non aveva mai corso, con le mani legate, i piedi sanguinanti, le lacrime che le offuscavano la vista. Dietro di lei, uno sparo. Poi un altro. Poi il silenzio. Non si voltò.

       

      L’esilio

       

      Raffaele trovò Giulia tre giorni dopo in una grotta sulle montagne di Mignano, quasi morta di fame e freddo, con le mani ancora legate dietro la schiena. Quando la prese in braccio, Giulia non pianse.

      «Hanno ucciso Luca, papà. L’hanno ucciso perché per loro non contava nulla, era solo un napoletano.»

      In quel momento, Raffaele capì tutto. Capì le parole dell’inglese con la valigetta di cuoio. Capì che non stavano combattendo una guerra. Stavano assistendo a una liquidazione. Il Regno delle Due Sicilie non stava cadendo sotto i colpi di un esercito, doveva essere smantellato pezzo per pezzo, da uomini che non avevano una bandiera ma un libro mastro.  chi resisteva non era un soldato o un essere umano, era una merce da eliminare.

      La guerra che stava combattendo non era più una guerra. Era un macello.

      Le sue truppe, un tempo un gruppo di soldati disciplinati in uniforme bianca, si erano ridotte a una banda di fantasmi affamati che si muovevano di notte tra i boschi di Mignano e di Isernia, senza  più munizioni e viveri e soprattutto non avevano più notizie. Il Re era a Gaeta, assediato e nessuno sapeva se sarebbe resistito o capitolato. I piemontesi non mandavano più eserciti regolari contro di loro: mandavano i camorristi, che conoscevano i sentieri meglio di loro e uccidevano per una paga. Pensò a Giulia che a dieci anni aveva già visto più morte di un veterano.
      Una notte, il suo vice, il tenente Greco, un uomo di San Fele con la barba lunga e gli occhi pieni di stanchezza, gli si avvicinò con una notizia che Raffaele sapeva sarebbe arrivata prima o poi.

      «Colonnello. I piemontesi hanno circondato la valle. Stanno bruciando i casolari. Hanno ucciso anche le donne e i bambini, accusandoli di dare rfugio ai briganti, se restiamo, ci prenderanno entro domani,  se ci prendono…»

      Non finì la frase, non ne aveva bisogno. Raffaele sapeva cosa succedeva ai “briganti” catturati. Lo aveva visto con i suoi occhi, nessun processo o tribunale, c’era un albero, una corda, e a volte, per risparmiare la corda, un colpo di pistola nella nuca, dopo la testa tagliata e messa in una cassa da mostrare al comando come trofeo. La sorte per Lui, che era un ufficiale conosciuto, sarebbe stata ancora peggio. Avrebbero fatto una cerimonia e pubblicato il suo nome sui giornali di Torino come “il capo brigante giustiziato“. E Giulia? Giulia sarebbe finita in un istituto piemontese, da dove sarebbe uscita solo per finire in una strada del Nord.

      «Bisogna sciogliete la truppa. Tornate nelle vostre case. Nascondete le armi. Fatevi passare per contadini sottomessi. Il tempo della resistenza armata è finito, ora inizia un altro tempo, un tempo in cui dovremo resistere in un altro modo. Sopravvivendo. Ricordando. Trasmettendo la verità ai vostri figli.»
      Poi prese Giulia e scese verso il Garigliano. Attraversarono lo Stato Pontificio di nascosto, a Civitavecchia presero un bastimento per Barcellona. Quando sbarcarono, un napoletano li accolse in una bottega del quartiere de La Barceloneta. Giulia si guardò nello specchio e non si riconobbe: un teschio con occhi enormi, mani nodose, piedi fasciati con stracci insanguinati, eppure era ancora viva.

       

      I nuovi padroni i mercenari di anime

       

      Quello che Raffaele temeva stava già accadendo. Il nuovo governo doveva finanziare la macchina statale, pagare i debiti con le banche straniere, mantenere un esercito enorme, il denaro lo dovevano prendere dal Sud, ma c’era un altro problema: le braccia. L’esercito doveva quadruplicare, doveva prendere i soldati dal Sud. La leva obbligatoria divenne una deportazione di massa mascherata da dovere civico. Giovani contadini e artigiani che non avevano mai impugnato un fucile, che non capivano il dialetto dei conquistatori, venivano prelevati dalle loro case e mandati in caserme in Piemonte, in Lombardia. A centinaia di chilometri da casa, tra gente che li chiamava “cafoni” e “briganti”. Era una guerra senza spari, perché il giovane portato via era un bracciante mancante per la sua terra, una mano in meno nei campi alla semina e al raccolto, un figlio in meno per una famiglia che già faticava a sopravvivere. Le campagne iniziarono a svuotarsi. I campi si riempirono di erbacce, non perché la terra fosse sterile, ma perché non c’era più nessuno a coltivarla. I vecchi rimanevano, troppo stanchi per lavorare da soli. Le donne restavano, senza gli uomini, e la fame, già seminata dalla svalutazione del ducato e dalla tassa sulla macinazione, trovò nella mancanza di manodopera il suo terreno più fertile.  Il cibo non c’era più, perché non c’era più nessuno a produrlo. La leva non serviva solo a fornire soldati, serviva a svuotare il Sud delle sue forze vive, renderlo dipendente dal Nord per tutto. I giovani portati via, la terra abbandonata, la fame che aumentava,

      Michele aveva diciassette anni e veniva da un paese di collina in Calabria. Lavorava la terra di suo padre da cinque generazioni, poi arrivò la notifica di leva. Suo padre, sessant’anni e mani deformi dall’artrite, lo guardò senza parole.

      «Se tu vai, chi lavora la terra? Se tu vai, noi moriamo di fame.»

      Michele non andò. Si nascose nel bosco. Sua sorella gli portava il cibo di notte, ma qualcuno fece la spia. Una mattina di novembre i soldati circondarono il bosco, lo presero, lo legarono a un albero nel cortile del municipio davanti al paese radunato a forza. Il capitano lesse: diserzione, pena di morte.

      La madre si lanciò ai suoi piedi: «È un bambino! Voleva solo lavorare la terra!»

      Il capitano la allontanò con un calcio. I soldati caricarono i fucili. Michele guardò i campi di olive, i limoni, il tetto di tegole della sua casa. Chiuse gli occhi. Lo sparo risuonò come un orologio che batteva l’ultima ora. Il corpo restò legato all’albero per ore, come un monito. Guardate: questo succede a chi rifiuta di lasciare la propria terra per servire il re Vittorio Emanuele. Quella sera il padre di Michele si sedette nel campo di olive, immobile come un albero secco, aspettando una morte che non arrivava abbastanza in fretta.

       

      La tracotanza del nuovo potere

       

      Nell’autunno del 1861, la Reggia di Caserta tornò a vivere, ma era un’altra vita. I nuovi padroni arrivarono da Torino, Genova, Milano. Con le uniformi blu Savoia e le mani che avevano solo firmato documenti, contato monete, stretto mani in logge segrete, con loro vennero i traditori: ex funzionari borbonici che il giorno prima giuravano fedeltà a Francesco II e il giorno dopo denunciavano i colleghi come “briganti da eliminare”. Uomini che avevano venduto la loro dignità al miglior offerente. Si insediarono negli appartamenti reali, non rimasero colpiti dalla sontuosità, dalla raffinatezza delle opere custodite, per loro il re Ferdinando era uno zotico, non comprendevano l’ amore per l’arte e per la scienza che aveva perseguito durante il suo breve regno. Le sale, i tessuti, i libri, le statue, per loro erano solo oggetti da catalogare e portare via per venderli, senza nemmeno capire il loro vero valore e la loro funzione, perchè da ignoranti non avevano mai visto niente di simile. La magia che aveva colpito la piccola Giulia li lasciava indifferenti, la bellezza per l’arte e l’armonia non esisteva per questi uomini, quello che vedevano, quello che faceva brillare i loro occhi, era accumulare quanti più tesori per i loro resoconti bancari. Il colpo più spietato fu un decreto. Il Ducato delle Due Sicilie fu abolito, da un giorno all’altro, la moneta guadagnata col sudore, risparmiata per i figli, coniata con argento puro e garantita dal Banco fondato da Ferdinando I, non valeva più nulla.

      Il governo impose la lira come unica moneta legale, ma non convertì i ducati alla pari, li svalutò con brutalità secondo tassi stabiliti non dal mercato ma da funzionari seduti nelle loro scrivanie. Fu un furto legalizzato. Un decreto diceva: quello che hai in tasca non vale più. I risparmi di una vita erano carta straccia. Quelli che avevano le informazioni prima degli altri grazie  ai legami con le banche piemontesi, i nuovi funzionari avevano convertito i ducati al cambio migliore prima del crollo. Si erano arricchiti a danno del popolo.

      Il Banco delle Due Sicilie fu svuotato delle sue riserve auree, che finirono, come previsto, nel Nord per coprire i debiti piemontesi verso i Rothschild, in un colpo solo, il governo aveva distrutto il potere d’acquisto dell’intero “Mezzogiorno”, trasferendo nel Nord ricchezza accumulata in secoli di lavoro. Il Sud era diventato una colonia che poteva solo comprare dal Nord e vendere al Nord a condizioni imposte da altri. I giornali di Torino celebravano la “fine dell’anarchia monetaria del Sud“. Nessuno di quei giornalisti aveva mai visto una madre piangere perché i suoi risparmi non valevano più niente. Intanto il popolo moriva nei bassi di Napoli la fame era un male invisibile. Le donne facevano la fila davanti ai forni con monete svalutate che i fornitori accettavano a malincuore. I bambini rovistavano nella spazzatura, i contadini costretti a pagare i canoni in lire vendevano i raccolti a prezzi stracciati. Le strade si riempirono di gente senza terra, senza bottega, senza moneta. I “nuovi poveri“, che lo  Stato Italiano aveva creato con precisione chirurgica. Ormai nessuno poteva ribellarsi senza che sui muri non comparisse la parola: BRIGANTE. Fucilato senza processo. Testa tagliata e esposta in piazza. Famiglia impriggionata.

      La stampa torinese raccontava che nel Sud si stava “portando la civiltà” tra i “barbari“. Si congratulavano per aver “liberato” il Sud e sostituito la lira con il ducato, certo non pensavano al ragazzo di diciasette anni fucilato perché voleva coltivare la sua terra, perché pensare avrebbe significato guardare e guardare avrebbe significato ammettere che non erano liberatori, ma predatori che non stavano unificando l’Italia, la stavano divorando,pezzo per pezzo, moneta per moneta, bambino per bambino, giovane per giovane.

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