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      • La vita è guerra

      La vita è guerra

      Adamo ed Eva sono i progenitori idealizzati del genere umano “sapiens”, che nasce dal “peccato originale” di aver assaggiato il frutto proibito dell’albero della conoscenza del bene e del male.

      E’ evidente, prendendo alla lettera l’allegoria biblica, che l’uomo prima viveva nell’Eden al pari degli altri animali, che non sanno cosa sia il bene e il male. Quindi la novità consiste nel dotare l’uomo di una coscienza morale, che può orientare la scelta dei suoi comportamenti sostituendosi, almeno in parte, agli istinti. Questa nuova “intelligenza comportamentale” implica il libero arbitrio, cioè la libertà di scelta, che il puro comportamento istintuale invece non contempla. Ciò significa che l’uomo può anche sbagliare “liberamente”, mentre l’animale fa sempre la cosa giusta “obbligatoriamente”, nel senso che è la natura che sceglie per lui dotandolo di istinto, affinato da milioni d’anni di esperienza, attraverso le generazioni, per ridefinire di epoca in epoca le scelte ottimali in ogni circostanza, non solo per l’individuo e la sua specie, ma anche per l’ecosistema che si è evoluto in quegli stessi luoghi e tempi. Date certe condizioni ambientali compatibili con la vita, questo mondo, popolato da una grande varietà di organismi animali e vegetali, si trasforma in conformità al principio vitale nel migliore dei mondi possibili al momento, cioè un “paradiso terrestre”, sia pure relativo e storicizzato. Non che qui non si muoia, ma la vita scorre nel migliore dei modi anche per le specie più evolute, con gioie, sofferenze, serenità e paure vissute dai singoli individui semplicemente al presente, senza le angosce, i sensi di colpa, e tutte le nevrosi che invece ammorbano l’esistenza umana. Ci pensa la natura, o se si preferisce il buon Dio, a dotare gli organismi viventi dei migliori strumenti per affrontare le difficoltà della vita.

      L’intelligenza conoscitiva, frutto di una mente evoluta che confronta le percezioni sensoriali nel tentativo di relazionarle secondo modelli logici coerenti, non è un’esclusiva umana, ma si sviluppa straordinariamente dopo questo salto di qualità che riguarda solo l’uomo, cioè dopo la rivelazione dell’intelligenza riflessiva, che ha per oggetto di attenzione non solo il mondo esterno ma anche la propria soggettività, comprese le percezioni emotive, restituendo consapevolezza di esistere e sensibilità morale riguardo alle proprie e altrui azioni, cioè facoltà di giudizio e responsabilità dei comportamenti, in tal senso “liberati” almeno in parte dall’obbedienza alle pure e semplici reazioni istintuali (mia libera interpretazione della verità biblica).

      Sappiamo che il cervello umano si differenzia da quello delle specie più affini per l’enorme sviluppo della corteccia cerebrale, che necessita di un cranio di dimensioni maggiorate, tali da modificare radicalmente la fisiologia riproduttiva rispetto agli altri mammiferi, i quali partoriscono cuccioli molto più maturi dei nostri neonati, che anche per questo necessitano di tempi di crescita più lunghi per poter sviluppare sufficienti capacità di vita autonoma. Questo fatto ben si concilia con l’esercizio quotidiano delle riflessioni morali di cui parliamo, simboleggiate dal gesto che ha provocato la cacciata dall’Eden. La funzione modifica l’organo, detto brutalmente, senza voler entrare nelle questioni ontologiche relative alla coscienza.

      D’altro lato il potenziamento delle capacità riflessive va di pari passo con lo sviluppo della conoscenza in tutte le direzioni del sapere, aprendo la strada anche ad applicazioni creative che diventano strumenti artificiali di difesa e offesa, rivelatisi superiori ai soli strumenti naturali utilizzati dalle altre specie, come denti, artigli, zampe, ali, pinne, ecc., oltre ai classici 5 sensi, che sono in realtà molti di più.

      Il prezzo biologico, per lo sviluppo di tale conoscenza consapevole e creativa, è stato una riduzione delle capacità sensoriali, fisiche, e anche istintuali ovviamente, surrogate da questa inedita coscienza umana nella sua funzione di controllo discrezionale dei comportamenti individuali e sociali. Al che il buon Dio dice all’uomo: “Vattene, esci dal paradiso terrestre, visto che vuoi arrangiarti liberamente da solo, e vedrai quanto è dura” (sempre mia libera interpretazione).

      In definitiva l’analisi di questo passo della Bibbia, inteso anche solo come espressione di saggezza, ci fa propendere per l’ipotesi che la coscienza morale autonoma nasca prima dello sviluppo della coscienza cognitiva, quella necessaria a comprendere il mondo percepito, e ne diventi così una forza motrice trainante, nel complesso della conoscenza in generale. Il che, per inciso, potrebbe sembrare contro-intuitivo visto che il giudizio morale si applica essenzialmente ai comportamenti umani dopo averli osservati e interpretati grazie all’uso dell’intelligenza cognitiva. E’ un po’ come la vexata quaestio se è nato prima l’uovo o la gallina. L’importante è concludere che queste due forme di intelligenza, emotiva e razionale (giudizio morale e sapere), e la relativa coscienza, crescono insieme, per distinguere l’uomo dagli altri animali, distaccandoli in questo di molte lunghezze, fino a rendere l’umano, pur fisicamente inferiore in quasi tutto, dominatore del mondo che lo ospita.

      La storia però ci offre anche un’altra narrazione, registrando una grande lentezza nell’evoluzione dell’intelligenza morale, con corsi e ricorsi e cambiamenti di peso e di significati del giudizio, rispetto all’evoluzione dell’intelligenza cognitiva, che partita in sordina accelera progressivamente, fino ai ritmi forsennati della storia contemporanea.

      Ma soprattutto quest’ultima produce un sapere che si accumula in quantità e migliora in qualità, senza mai retrocedere, diventando così patrimonio dell’umanità che chiunque può studiare e fare proprio, in generale o approfondendo singole specializzazioni, vista la vastità degli oggetti del sapere in rapporto ai limiti dell’apprendimento.

      Inoltre le applicazioni pratiche frutto della creatività stimolata dal sapere diventano oggetti universalmente fruibili nei limiti commerciali della distribuzione di massa, e della produzione industriale, sempre più potente e automatizzata, ormai limitata nel suo potenziale solo dalla sostenibilità ambientale (inquinamento da rifiuti e scorie, reperibilità di materie prime, limiti della domanda).

      Il nuovo sapere aggiunto dell’intelligenza cognitiva è generalmente prodotto da una ristretta selezione di menti eccelse, mentre l’intelligenza morale richiede la partecipazione di tutti, con una unitarietà di spirito difficile da realizzare, per via delle spontanee diversificazioni nel pensare e nell’agire individuale secondo libero arbitrio, differenze mitigate solo in parte da comandamenti religiosi o sociali imposti e condivisi.

      L’intelligenza comportamentale poi, in quanto libera, è priva di limitazioni, a differenza dei soli comportamenti istintuali, gli unici concessi nel regno animale. Neppure le più feroci e crudeli predazioni in natura possono sconfinare in una criminalità illimitata senza regole.

      Ad esempio i conflitti territoriali tipici di molte specie si risolvono il più delle volte con zampate, beccate, cornate, morsi o anche semplici minacce, senza esiti mortali.

      Al contrario i conflitti sul territorio tra gli umani diventano spesso guerre fratricide all’ultimo sangue, con esiti distruttivi limitati fino a poco fa solo dalla rozzezza delle armi disponibili, ma ora non più con le nuove tecnologie militari da fine-di-mondo, il cui utilizzo è solo frenato dal labile, per non dire stupido, concetto di deterrenza reciproca, che in realtà produce un circolo vizioso essendo promotore di rinnovate corse agli armamenti di distruzione di massa, e alla tentazione di usarli in ultima istanza in caso di minaccia esistenziale.

      Ancor peggio si osserva nelle dinamiche di conquista del potere sociale, per millenni riservato alle caste del sapere, per lo più religiose o nobiliari, per sfociare nell’attuale potere della ricchezza smodatamente concentrata, tendente al totalitarismo imposto da insignificanti minoranze in forza della loro esclusiva facoltà di controllo nell’allocazione delle risorse e di ricatto debitorio verso il resto del mondo, comprato e plasmato anche culturalmente per realizzare le loro oscure strategie col silenzio-assenso delle masse.

      In questa fase di transizione antropologica, indotta da rivoluzioni tecnologiche sempre più invasive per la qualità e la potenza degli strumenti realizzati e resi disponibili anche per l’uso comune (vedi ad es. lo smartphone), coesistono almeno due tipologie di guerre: quelle guerreggiate tra popoli, geograficamente classificabili in blocchi politicamente contrapposti, e quelle economiche trasversali, anche interne ad ogni Paese tra la casta dirigente e le classi sociali subalterne. Entrambe queste tipologie di guerra sono connotate da notevoli differenze nella ricchezza dei Paesi belligeranti, ma anche, e molto più, nella distribuzione di ricchezza tra il grosso della popolazione e la propria classe dirigente, sforando smodatamente in ordine di grandezza qualunque altro genere di limitazione quantitativa presente in natura, cioè nel mondo al netto della presenza umana. Mentre un capobranco controlla qualche decina d’individui, o una formica regina è di riferimento a qualche migliaio di formiche operaie, tra gli umani la “proporzione”, che diventa sproporzione, si può valutare nell’ordine delle decine di milioni o molto più tra numero di sudditi e numero di governanti, a seconda dei criteri identificativi e di classificazione dei cosiddetti “padroni universali” e loro cortigiani.

      Inoltre questo problema è aggravato dalla qualità, soprattutto morale, dei detentori del “vero” potere, i quali esercitano in esclusiva il loro libero arbitrio ai più alti livelli strategici, sia nel dirigere le economie che nel decidere e provocare le guerre. Si tratta di persone selezionate dal sistema con l’unico criterio della capacità di appropriarsi, più o meno legalmente ma sicuramente illecitamente e senza pudore, di enormi ricchezze sottratte alla quasi totalità delle popolazioni nel mondo, profittando anche della globalizzazione economica resa possibile e necessaria dall’applicazione di nuove e potenti tecnologie di massa. In pratica il non plus ultra dei ladri moderni, legalizzatisi grazie al potere, nascosto quanto incontrastato, derivante dalla gestione delle loro ruberie in tutto il mondo, che viene così dominato e corrotto a loro piacimento.

      Ma nulla avviene per caso, neppure le cose più assurde. Per farsene una ragione occorre esplorare almeno altre due direzioni evolutive, quella nobile della conoscenza, già accennata, e quella ignobile della gestione truffaldina e strumentale della moneta a fini di concentrazione di ricchezza e potere.

      In realtà la nobiltà del sapere è anch’essa gravemente inquinata dalla barbara ferocia della guerra. Nel senso che fin dalle prime conquiste scientifiche la forza del sapere è stata utilizzata e stimolata dalla volontà di vincere le guerre con armi sempre più distruttive, senza alcuna cura per l’ambiente comune né la benché minima empatia per l’avversario, trasformato in nemico cattivo da disumanizzare e odiare per poterlo distruggere senza pietà o sensi di colpa.

      Da Archimede a Leonardo, Galileo, Newton, fino ai padri della moderna fisica quantistica e della biologia molecolare, i più illustri scienziati hanno contribuito, con le loro invenzioni e le loro scoperte, alla realizzazione di armi sempre più potenti e sofisticate, fino alle moderne armi di distruzione di massa che mettono in serio pericolo la sopravvivenza dell’umanità.

      Ma soprattutto le attuali modalità di ricerca scientifica necessitano di macchinari costosissimi e del lavoro di migliaia di tecnici e ricercatori, cioè di investimenti colossali allocati anche in funzione bellica, o comunque speculativa finanziaria, ad esempio in campo farmaceutico, alimentare ecc. Anche qui ovviamente senza alcun riguardo per la salute umana e alcun rispetto per l’ambiente, nelle logiche di quel processo di produzione e concentrazione di ricchezza di cui sopra.

      Questo significa che i progressi scientifici e tecnologici devono la loro rapidissima accelerazione a motivazioni tutt’altro che virtuose, riassumibili nel binomio guerra e illimitato arricchimento concentrato e privato, cioè sottratto alla popolazione mondiale, quella che rende possibile tutto ciò con la propria stessa esistenza e il proprio lavoro, ma ormai degradata al solo ruolo di lavoratori-consumatori schiavi del debito, da spremere ai limiti della sussistenza, come animali d’allevamento nella zootecnia industriale, con tutti i suoi obbrobri.

      Quindi abbiamo da un lato le guerre moderne, il cui movente si è rapidamente convertito da volontà di conquista territoriale a semplice destabilizzazione sociale e politica degli aggrediti, a fini di lucro sulle loro risorse. Un modo di far soldi dei già ricchi mandanti della guerra. Dall’altro lato una gestione criminale della moneta, quella astrazione indispensabile a promuovere gli scambi commerciali a tutti i livelli, ma purtroppo poco compresa e niente affatto controllata dalle masse. Vedi ad es. la tanto sbandierata “indipendenza” delle banche centrali dal controllo politico, accusato di destabilizzare la moneta stessa, ma che è in realtà una malcelata sostituzione col controllo interessato del grande capitale privato, custodito nelle banche privatizzate. In tal modo la gestione della moneta e relativa finanza vengono facilmente indirizzati al continuo spostamento di ricchezza dal basso verso il vertice della piramide sociale, dove già si concentra il grande capitale. E’ così che si realizza una completa e totalizzante plutocrazia, infarcita di misantropia e satanismo.

      Cosa avrebbe potuto impedire questo imbarbarimento nel progresso della civiltà?

      Certamente una diffusa e potente sensibilità morale, una coscienza collettiva che però è incompatibile con le logiche di mercato e di massimizzazione del profitto individuale e d’impresa privata, che forniscono una spinta ulteriormente privatizzatrice del patrimonio pubblico, soffocando il perseguimento del bene comune, oltre che promuovere la competizione e l’individualismo egoistico, a detrimento di una possibile e necessaria solidarietà collaborativa.

      Certamente queste opposte pulsioni umane avrebbero potuto trovare un punto d’equilibrio molto più nobile ed elevato ponendo in essere una sana regolamentazione della gestione monetaria, tale da contrastare quel tipo di finanziarizzazione truffaldina in quanto funzionale al trasferimento della ricchezza prodotta dai poveri verso i ricchi, come in un casinò dove il banco vince sempre e i giocatori, costretti a partecipare a loro insaputa, non si rendono minimamente conto di essere subdolamente “derubati”, occupati come sono a lavorare duramente altrove per sbarcare il lunario.

      Nel mondo ideale senza più guerre, dove le differenze tra ricchi e poveri sono molto limitate e rientrano in una logica di accettabili differenze comportamentali, avremmo avuto la stessa rapidità di progresso scientifico-tecnologico con le relative ricadute positive sugli stili di vita?

      A prescindere da cosa s’intenda per “qualità della vita”, probabilmente no, saremmo ancora indietro di secoli. Ad ognuno il giudizio di cosa sia stato meglio o peggio. In ogni caso è bene comprendere cosa sia realmente accaduto e perché, per aprire gli occhi sulla nostra realtà esistenziale e sulla necessità di lottare per difendere un futuro sostenibile, e possibilmente migliore, anche se, arrivati a questo punto, la sola sopravvivenza messa concretamente a rischio ha la priorità assoluta.

      Comunque sia la vita è guerra, in tutte le epoche, come ad esempio testimoniato dalla saggezza di Eraclito 2.500 anni fa. Ma è sempre più una guerra interiore, da combattere e vincere per evitare le guerre sociali, combattute economicamente e militarmente senza esclusione di colpi. Una buona strategia di battaglia in tal senso è quella di indagare se stessi e riconoscere i propri limiti, con umiltà, proteggendosi poi con la legge da chi invece non si pone alcun limite e trasgredisce platealmente i comandamenti morali condivisi. Anche in questo è utile la ricerca di una conoscenza autentica, che più si approfondisce con sforzo personale e più ci rende consapevoli degli abissi d’ignoranza ancora da esplorare, di fronte ai quali l’arroganza dei “padroni universali”, che intendono tracciare la via per tutti dai loro meschini punti di vista, è veramente fuori luogo e antistorica, nel senso che è contraria e nemica della maturazione civile dei popoli. Ma allora perché ancora la sopportiamo? Evidentemente ci difetta un serio esame di realtà e di coscienza, che evidenzi le nostre fragilità materiali e spirituali ad esempio nei confronti delle tentazioni offerte dalle comodità dei progressi tecnologici, riservate però ai soli “solventi”, che stimolano la primazia individualistica a detrimento della sensibilità ai valori sociali, impedendoci così di poter restituire alla politica la dignità e l’importanza che ha, o meglio che dovrebbe avere nella nostra vita terrena se non fosse ormai così palesemente corrotta dal sistema vigente.

      Non possiamo più lasciarci condizionare dalla schiavitù del denaro, né con le sue tentazioni né con la sua cattiva gestione di cui sopra, causa di un totalitarismo pervasivo, intollerabile e insostenibile. E’ tempo di uscire dalla “Matrix” virtuale che ci tiene prigionieri, versione moderna della caverna di Platone, cioè di spezzare quelle catene alle quali purtroppo molti, troppi, si sono abituati o, peggio ancora, morbosamente affezionati. Non c’è altra via che rivalutare la nostra dimensione sociale per riconquistare con l’unione la dignità e la consapevolezza del nostro enorme potere potenziale, indirizzabile a fin di bene, che se non è bene per tutti, cioè amore per il prossimo, non lo potrà mai essere neppure per ciascuno, individualmente.

      Quindi morte al tiranno, dentro e fuori di noi, ovunque si trovi, non fa differenza.

      Con questo breve (si fa per dire) excursus dall’antropologia delle origini alle problematiche dei giorni nostri si è voluto, non so con quale esito, gettare ponti sugli apparenti paradossi che, come torrenti in piena, ci confinano da una parte sempre più scomoda della nostra realtà umana, con la speranza di rendere possibile l’attraversamento verso nuovi lidi di speranza e serenità, se solo lo vogliamo con tutta la nostra buona volontà, anche se messa a dura prova dalle pesanti responsabilità che la tecnocrazia da un lato e le ingiustizie sociali dall’altro ci caricano sulle nostre fragili spalle. Per questo tendenzialmente siamo portati a credere di essere inadeguati al compito e impotenti nell’agire positivamente per un possibile cambiamento risolutivo. Ma non è così, l’animo è forte, tanto più se provato dalle difficoltà.

      Buona fortuna a tutti, che questo viaggio terreno abbia un lieto fine, degno delle fatiche spesso eroiche dei nostri predecessori, non proprio tutti, che comunque ci hanno consentito di esistere, così come siamo. A loro va tutta la nostra più profonda e amorevole stima e riconoscenza, che speriamo di meritarci a nostra volta superando le particolari difficoltà di questo straordinario quanto pericoloso passaggio di transizione verso un nuovo mondo da consegnare ai posteri. Assicurarne la sopravvivenza è il minimo che si possa fare, e già questo impegnerà il meglio delle nostre forze per riuscirci restando umani, nel senso buono del termine, che è la cosa più importante. Dopodiché preghiamo la Provvidenza che diventi anche un mondo migliore, secondo i criteri che ci suggerisce il cuore, distinguendo il bene dal male come è nel nostro DNA ereditato da Adamo ed Eva. Realizzare il Paradiso in Terra è la nostra “mission impossible”, con tutte le fatiche, i sacrifici, gli eroismi che comporta. Niente ne vale di più la pena, nel nostro viaggio intorno al Sole, comunque vadano le cose.

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