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      • Aspettare per curarsi, pagare per guarire

      Aspettare per curarsi, pagare per guarire

      Da quasi tre anni Noctua APS assiste cittadini provenienti da ogni parte d’Italia che si trovano ad affrontare ritardi, rinvii o vere e proprie impossibilità di accesso alle prestazioni sanitarie garantite dal Servizio Sanitario Nazionale. Attraverso attività di informazione, supporto amministrativo e tutela dei diritti, abbiamo accompagnato centinaia di persone nel percorso necessario ad ottenere visite specialistiche, esami diagnostici e interventi chirurgici entro i tempi previsti dal Piano Nazionale di Gestione delle Liste di Attesa.

      Le storie che incontriamo ogni giorno sono diverse tra loro per età, provenienza geografica e condizioni di salute, ma presentano spesso gli stessi elementi: tempi di attesa incompatibili con le classi di priorità assegnate, informazioni incomplete o contraddittorie, cittadini lasciati soli di fronte a procedure che pochi conoscono e che molti rinunciano ad affrontare. In questo contesto il nostro compito non è sostituirci alle istituzioni sanitarie, ma ricordare che il diritto alla cura non è una concessione discrezionale dell’amministrazione, bensì un diritto riconosciuto dall’ordinamento e tutelato dalla Costituzione.

      Quando mi è stato chiesto di raccontare dell’operato di Noctua APS mi è venuta subito in mente la storia di Francesca.

      Ci scrive Antonio, il marito, ultrasettantacinquenne anche lui, arriva a noi leggendo un post su FB, ci racconta che ha provato in tutti i modi ad ottenere una data per l’intervento chirurgico alla spalla prescritto per sua moglie, ma niente. Dall’inserimento nella lista da parte del chirurgo ortopedico è trascorso quasi un anno, ma Francesca non è stata mai chiamata, nonostante i numerosi solleciti, le telefonate all’URP e le mail inviate. Ormai quella spalla non riesce più a muoverla, il dolore è sempre più forte e lancinante e le limita tutti i movimenti del braccio. Così non si può andare avanti.

      Prendiamo in carico la situazione e ci muoviamo usando gli strumenti giuridici che ancora ci permettono di tutelare il nostro diritto alla salute e alle cure. E’ stato già un bene che Antonio fosse così determinato a voler trovare una soluzione, come molti non sapeva infatti che anche quando vengono prescritti degli interventi viene assegnata una classe di priorità: A-B-C-D, ciascuna prevede come tempi massimi di attesa rispettivamente 30-60-180-365 giorni, ma non volendosi rassegnare o peggio ancora non volendo ricorrere ad un intervento in struttura privata ha cercato il nostro aiuto.

      L’intervento di Francesca è prescritto in classe C, siamo a novembre e la prescrizione è stata fatta a gennaio, i 180 giorni sono ampiamente e inutilmente trascorsi. Diversamente da come si potrebbe immaginare ci troviamo in una ricca provincia nord occidentale, dove di certo non immagini di venire rimpallato per mesi da uno dei poli ospedalieri di alta specializzazione più importanti di Europa. La prima risposta alla nostra diffida arriva a fine novembre e ci arriva dal referente per le Relazioni Esterne, il Direttore Generale che è responsabile di questa situazione neanche ritiene di doverci prendere in considerazione. In buona sostanza ci viene detto che nonostante gli sforzi compiuti per trovare degli spazi operatori esterni per recuperare e ridurre le liste d’attesa, Francesca dovrà aspettare ancora alcuni mesi, un tempo indeterminato dopo averne già aspettati undici. Però si scusano per il disagio!

      Decidiamo allora di alzare il tiro, se è vero che hanno cercato spazi operatori ci facciano vedere i registri e chiediamo di accedere agli atti delle prenotazioni in regime istituzionale e in regime intramoenia dell’ultimo anno e dei prossimi sei mesi. Siamo ormai a dicembre, l’azienda ospedaliera prova a resistere opponendo richieste di deleghe ed eccezioni di legittimità dell’azione associativa, ma siamo irremovibili perché sappiamo di essere sulla strada giusta, se la bestia si dimena tanto è perché abbiamo colpito nel punto esatto e così il 20 dicembre arriva la comunicazione ufficiale: Francesca sarà operata il 10 gennaio, in questo modo decade l’interesse diretto, concreto e attuale per poter accedere ai registri di sala operatoria.

      Da un lato la contentezza per Francesca e la soddisfazione di aver risolto un problema invalidante per una persona anziana e malata, dall’altra la rabbia e la frustrazione perché la risposta così tempestiva e risolutiva non fa che confermare il sospetto che le liste di attesa siano volutamente alimentate e lasciate lì a marcire frutto di assetti organizzativi che producono effetti coerenti con gli interessi del settore privato. Da un punto di vista collettivo sarebbe stato “meglio” accedere ai registri e costatare che effettivamente non c’era proprio possibilità di fissare quell’intervento. Sarebbe stato “meglio” perché avrebbe significato che vi era solo un problema di risorse, un problema tecnico e quindi affrontabile e risolvibile. Invece la prenotazione tempestiva conferma che il problema non era tecnico o di risorse, ma di politica gestionale: vanno preservati gli spazi per gli interventi a pagamento che da normativa non dovrebbero superare il 50% dell’attività dell’azienda ospedaliera e che potrebbero essere sospesi per favorire lo smaltimento delle Liste di Attesa.

      Naturalmente non disponiamo delle informazioni interne che possiedono i tecnici informatici delle aziende sanitarie, gli operatori dei CUP o i responsabili della programmazione delle agende, non sappiamo se e in quale misura vi siano scelte consapevoli volte a limitare l’offerta istituzionale. Tuttavia una domanda è inevitabile: le liste di attesa non si formano da sole, sono il risultato dell’incontro tra domanda e offerta, se migliaia di cittadini attendono mesi o anni per una prestazione, significa che da qualche parte si è deciso quante sedute ambulatoriali aprire, quante sale operatorie rendere disponibili, quante agende mettere a disposizione del sistema pubblico e quante riservarne ad altre attività. Non è necessario immaginare oscure manipolazioni informatiche, è sufficiente ridurre progressivamente gli spazi destinati all’attività istituzionale, non sostituire il personale che va in pensione, limitare le aperture pomeridiane o mantenere inutilizzate risorse potenzialmente disponibili. Il risultato è sempre lo stesso: l’offerta pubblica si restringe, i tempi si allungano e la prestazione a pagamento appare come l’unica soluzione ragionevole, se questo sia un effetto collaterale o l’esito prevedibile di precise scelte organizzative è una domanda che meriterebbe ben maggiore trasparenza da parte delle amministrazioni sanitarie.

      Sarebbe veramente riduttivo ricondurre la storia di Francesca ad un caso di inefficienza del sistema, anzi sarebbe proprio cadere nella trappola liberista. E’ uno schema da tempo consolidato: rendere il servizio pubblico incapace di soddisfare i bisogni dei cittadini per spingere quest’ultimi a rivolgersi a soluzioni proposte dai privati, ammantate di buoni propositi e di slogan sempre legati all’efficienza, all’economicità, alla tempestività.

      Se parliamo in ambito sanitario ogni visita mancata, ogni ritardo, ogni intervento rinviato, offre una possibilità di lucro su una necessità, a volte improcrastinabile. Il ricorso alla soluzione in intramoenia o in regime privato presso strutture accreditate dalle regioni sembra essere l’unica strada percorribile se ci si vuole curare. Pagando si accede alle prestazioni in tempi rapidissimi, molto al di sotto dei tempi di attesa previsti dal Piano Nazionale di Gestione delle Liste di Attesa. Ma se già quasi il 10% degli italiani rinuncia a curarsi per motivi economici, dove ci spingerà questo sistema?

      Ogni volta che sentiamo parlare di tagli nella sanità, di bilanci che devono stare in pareggio, di efficienza dobbiamo rabbrividire, una reazione che dovrebbe valere per ogni settore pubblico, ma ancor più quando si parla di salute e di diritto ad essere curati.

      La storia di Francesca ci insegna una lezione che va ben oltre il singolo intervento chirurgico ottenuto dopo una diffida.

      Il problema delle liste di attesa non è una patologia del sistema: è il sistema, è il prodotto coerente di una precisa impostazione culturale e politica che da oltre trent’anni considera la salute non come un diritto universale da garantire, ma come un costo da contenere e un mercato da sviluppare e come si sviluppa un mercato se non creando una domanda? Allora si riducono posti letto, personale sanitario, sale operatorie e investimenti pubblici, mentre contemporaneamente si espande lo spazio economico della sanità privata e dell’intramoenia, il risultato non è un incidente di percorso, ma è una conseguenza prevedibile, un obiettivo raggiunto se si guarda dal punto di vista liberista.

      Il cittadino viene progressivamente trasformato da titolare di un diritto a cliente di un servizio, prima viene lasciato attendere mesi o anni, poi gli viene offerta una soluzione immediata, purché paghi. La sofferenza, il dolore, la paura della malattia e perfino il trascorrere del tempo diventano così fattori economici da cui estrarre profitto.

      È proprio in questo passaggio che il Servizio Sanitario Nazionale perde la sua natura originaria. Quando fu istituito nel 1978, il SSN si fondava su un principio rivoluzionario: ogni persona aveva diritto alle cure in quanto cittadino, indipendentemente dal reddito, dal patrimonio o dalla condizione sociale. La salute non era una merce da acquistare sul mercato, ma un diritto fondamentale della collettività.

      L’allungamento delle liste di attesa, la crescente dipendenza dalle prestazioni a pagamento e il continuo trasferimento di risorse pubbliche verso soggetti privati stanno progressivamente svuotando questo principio. Formalmente il diritto continua ad esistere, ma sostanzialmente diventa sempre più condizionato dalla capacità economica individuale: chi può pagare ottiene cure rapide, chi non può pagare è costretto ad attendere, a rinunciare o ad indebitarsi.

      In questo modo il sistema perde il proprio carattere universalistico e tende a trasformarsi in un modello sanitario duale: una sanità veloce per chi dispone delle risorse necessarie e una sanità lenta e residuale per tutti gli altri. È una frattura che colpisce il cuore stesso del patto sociale su cui si fonda la Repubblica e che entra in tensione con l’articolo 32 della Costituzione, secondo cui la tutela della salute è un diritto fondamentale dell’individuo e un interesse della collettività.

      Il paradosso è che tutto questo viene spesso presentato come modernizzazione, innovazione, efficienza, ma non esiste alcuna efficienza quando una persona rinuncia a curarsi perché non può permetterselo, non esiste alcuna libertà di scelta quando l’alternativa è attendere tempi incompatibili con il proprio stato di salute, non esiste alcuna sostenibilità quando il prezzo viene scaricato sui cittadini più fragili, sugli anziani, sui lavoratori e sulle famiglie.

      La domanda che dovremmo porci non è perché esistano liste di attesa così lunghe, quello che dovremmo chiederci è a chi giovi la loro esistenza, perché ogni cittadino costretto a rivolgersi al privato rappresenta una sconfitta del Servizio Sanitario Nazionale e, allo stesso tempo, un’opportunità economica per qualcuno. Finché non prenderemo consapevolezza di questo conflitto di interessi strutturale continueremo a discutere e a lamentarci degli effetti senza mai alzare lo sguardo e intervenire sulle cause.

      Noctua APS continuerà a difendere ogni singolo cittadino che si trova intrappolato in questo meccanismo, ma la tutela individuale, per quanto necessaria, non basta, occorre una battaglia civile e politica per riaffermare un principio semplice: la salute non è una merce, il paziente non è un cliente e il Servizio Sanitario Nazionale non può essere ridotto a una sala d’attesa del mercato. Per questo motivo ogni cittadino dovrebbe pretendere il rispetto dei tempi di attesa, esercitare il proprio diritto di accesso agli atti, contestare le violazioni e sostenere tutte quelle iniziative che difendono il carattere universalistico del Servizio Sanitario Nazionale perché i diritti che non vengono esercitati finiscono inevitabilmente per essere perduti.

      Quando il diritto alla cura dipende dalla capacità di pagare, non siamo di fronte ad una sanità inefficiente, siamo di fronte ad un sistema che ha smesso di perseguire l’uguaglianza e ha iniziato a selezionare le persone in base al loro reddito. Il rischio non è soltanto quello di avere liste di attesa più lunghe, ma di perdere definitivamente l’idea che una società civile debba garantire le stesse possibilità di cura al pensionato e al manager, al disoccupato e all’imprenditore, al lavoratore precario e al professionista. La direzione è chiara: la salute deve cessare di essere un diritto universale e diventare un bene acquistabile e non si tratta ovviamente di una riforma della sanità, ma della sua privatizzazione sostanziale, pur continuando a chiamarsi Servizio Sanitario Nazionale. Questa non è una deriva inevitabile: è una scelta politica e anche una nostra responsabilità.

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