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      • Antistoria della PAC. Come e perché l’Europa ha distrutto l’agricoltura

      Antistoria della PAC. Come e perché l’Europa ha distrutto l’agricoltura

      Avete mai trascorso un week-end in un agriturismo? Se sì, è giunto il momento che sappiate di aver contribuito, più o meno inconsapevolmente, al declino dell’agricoltura e del mondo rurale europei. E ora vi spiego come.

      A raccontarlo oggi, ai tempi dell’Intelligenza Artificiale, è difficile crederci, ma, ancora all’inizio degli anni Novanta, cioè fino all’altro ieri, la Comunità Economica Europea non si occupava d’altro che di agricoltura: tanto per avere un’idea, basterà ricordare che, a quella data, il complesso di strumenti a disposizione della Politica agricola comune (PAC) assorbiva, da solo, oltre i due terzi del bilancio comunitario.

      Di quegli strumenti, la parte del leone era svolta dal meccanismo di sostegno all’esportazione, che assicurava ai prodotti agricoli europei quote di mercato internazionale altrimenti irraggiungibili. Ma proprio il meccanismo che per tre decenni misurò il successo della PAC – quantomeno agli occhi degli agricoltori europei – alla lunga ne decretò il fallimento, perché colpevole, da una parte, di suscitare le ire dei partners commerciali della Comunità (segnatamente gli USA) e, dall’altra, di lasciare poco o nulla a disposizione delle nuove materie di competenza comunitaria che l’Atto Unico Europeo del 1986 aveva ampliato ed esteso a campi fino ad allora rimessi all’esclusiva sovranità statuale (come nel caso della cooperazione in materia economica e monetaria, che aprirà la strada all’Euro).

      Alla luce di quanto dirò tra breve, oggi ci si potrebbe chiedere quanto l’insostenibile leggerezza della PAC fosse realmente imprevista e imprevedibile; ma resta il fatto che, allora, per le ragioni poc’anzi indicate, le istituzioni europee ritennero imprescindibile operare una profonda revisione della politica agricola, che si concretizzò dapprima nelle misure correttive adottate nel corso degli anni Ottanta e, in seguito, nella più organica “riforma MacSharry” del 1992.

      La riforma della PAC si fondò, in sostanza, su un semplice imperativo categorico: ridurre a ogni costo la produzione agricola. Oggi, di quella riforma, spacciata come snodo irrinunciabile per passare da una anticoncorrenziale e velleitaria politica di sostegno del prezzo dei prodotti agricoli a una solidaristica e lungimirante politica di sostegno del reddito degli agricoltori (lo slogan fu proprio “dal prezzo al reddito”), taluni ricordano le misure più draconiane, quali, appunto, il taglio dei prezzi garantiti o la messa a riposo obbligatoria dei terreni (il controverso set-aside); altri ricordano le più ambigue misure “di accompagnamento” che, di fatto, portarono al prepensionamento tout court di una intera generazione di agricoltori o al definitivo abbandono dell’attività contadina mercé l’assunzione, da parte degli stessi agricoltori, di nuove ed effimere identità professionali (a proposito degli agriturismi di cui si è detto in apertura).

      In ogni caso, è innegabile che quella riforma inferse un colpo mortale all’agricoltura europea, e in definitiva al settore economico primario degli Stati membri, che da allora non si è più ripreso. Un dato per tutti: nell’Italia del 1938, data dell’ultimo censimento prebellico, oltre il 70% della popolazione attiva era occupata direttamente o indirettamente nel settore agricolo; oggi, quella percentuale si aggira intorno all’1.5%.

      La riforma della PAC giunse, del resto, al culmine di un processo di trasformazione culturale che, a partire dal secondo dopoguerra, aveva relegato l’agricoltura ai margini dell’economia, finendo per considerare il mondo rurale come il relitto di un passato ormai lontano. Questo è vero soprattutto in Italia, che non solo si è sempre mostrata particolarmente incline a rinnegare le proprie radici e la propria identità, ma che dalla ricostruzione post-bellica (a partire dal Piano Ina-Casa finanziato dal Piano Marshall) ha tratto una lezione evergreen: e cioè che il progresso passa, prima di tutto, dalla cementificazione del territorio e che, di conseguenza, la vera ricchezza di un Paese agricolo riposa sulla trasformazione della destinazione d’uso dei terreni. Esemplificativo, in questo senso, è il film di Francesco Rosi “Le mani sulla città”, del 1962, che giungeva sugli schermi quasi a sugellare le devastazioni inferte all’Italia post-bellica in nome della modernità: dalla Riforma agraria del 1950 (che demagogicamente polverizzò la proprietà terriera rendendola, di fatto, improduttiva), allo sfollamento coatto della città-simbolo della civiltà contadina e rurale, Matera (le cui grotte, oggi, sono considerate esempi ante litteram di bioarchitettura sostenibile), alla costruzione delle “cattedrali nel deserto” a partire dalla fine degli anni Cinquanta (dall’Ilva di Taranto alla Montecatini di Brindisi agli impianti manifatturieri della Valle del Basento all’ANIC di Gela) fino alla naturale conclusione del già citato Piano Ica-Casa (meglio noto come Piano Fanfani), che tra il 1949 e il 1962 realizzò circa 360.000 nuove case in più di 5000 comuni sancendo, così, la centralità economica dell’edilizia e, soprattutto, l’egemonia trasversale del “partito del cemento”.

      Ma non è possibile apprezzare appieno la portata e gli scopi reali della riforma della PAC se non ci si allontana per un momento dall’universo agricolo e non si prende in considerazione il momento storico in cui essa fu varata.

      Forse non tutti ricordano che gli anni Novanta si aprirono all’insegna della disciplina antitrust e degli aiuti di Stato, proseguirono con l’entrata in vigore dei criteri di convergenza previsti dal Trattato di Maastricht e si conclusero con l’introduzione della moneta unica. Tutto ciò, in Italia, segnò la fine del sistema produttivo nazionale (reo, allora, di essere il più socialista tra quelli occidentali perché fondato sul meccanismo delle partecipazioni statali) e consegnò l’economia del Bel Paese al labirinto di scatole cinesi che anima il capitalismo finanziario e le sue dinamiche borsistiche. Le finalità di questa trasformazione, dissimulata sotto rassicuranti logiche efficientiste e moderniste, sfuggirono completamente agli Italiani che, anziché riflettere sugli effetti esiziali che il processo di privatizzazione avrebbe prodotto, erano troppo impegnati a lanciare monetine contro un ex Presidente del Consiglio e a celebrare il crollo della Prima Repubblica causato – in apparenza – dall’inchiesta Mani pulite: ed è ovviamente solo una coincidenza che quell’inchiesta abbia preso il via appena dieci giorni dopo la firma del Trattato di Maastricht.

      Trasformazioni epocali, in ogni caso: e, se non rientrasse in un piano strategico, sarebbe davvero curioso che la nascita dell’Unione europea, avvenuta proprio nel 1992, abbia segnato il tramonto tanto del capitalismo produttivo, che di lì a breve assumerà le vesti rapaci del capitalismo ultra-finanziario e digitale, quanto dell’agricoltura tradizionale, cui nel 2003 renderanno il colpo di grazia i regolamenti UE relativi all’immissione in commercio di alimenti contenenti, costituiti o derivati da OGM, regolamenti fondati sullo scellerato principio della “contaminazione accidentale o inevitabile”.

      Quel piano strategico ha ovviamente lo scopo di azzerare il complesso patrimonio di conoscenze antropologiche, culturali, rituali e magico-religiose che da millenni caratterizzano l’identità rurale, per la cui sopravvivenza non basta organizzare gioviali (e sponsorizzate) “notti della Taranta”, nonché di annientare la prospettiva autarchica tradizionalmente assicurata dalla campagna e dall’attività contadina, come conferma il macchinoso quadro normativo europeo in materia di qualità e sicurezza alimentare o le proposte che periodicamente si affacciano alla mente della Commissione UE nel senso di vietare o limitare la commercializzazione delle sementi e gli orti domestici, proposte che – ma è solo una coincidenza – l’Intelligenza Artificiale si affanna a sminuire e a dissimulare.

      In fondo, se voi foste un tiranno crudele e intendeste controllare la vita dei vostri sudditi, non vedreste come un pericolo la loro capacità di essere autonomi e autosufficienti? E, nella vostra strategia totalitaria, non comincereste con limitare l’accesso alle risorse alimentari? Non è forse questa la lezione che si deve trarre dalla morte annunciata della PAC? E la scellerata gestione dell’affaire Xylella, in anni più recenti, non ha forse riprodotto le stesse dinamiche?

      Questo è esattamente il piano strategico che chiamo, da anni, “totalitarismo biopolitico globale” e che punta a controllare ogni aspetto della dimensione psico-fisica dell’essere umano manipolando le evidenze scientifiche (in ogni campo: sanitario, ambientale, climatico, energetico, geo-strategico, ecc.) per propagandare il terrore e soggiogare, così, gli individui. Dalla PAC al Covid alla guerra in Ucraina all’incondizionato sostegno fornito a Israele, la regia è sempre la stessa.

      Tutto è perduto? Nemmeno per idea. Semmai, è giunto il momento di abbattere il tiranno prima che il tiranno ci divori. E il tiranno si chiama Unione europea, tempio continentale del capitalismo ultra-finanziario e digitale di matrice giudaico-massonica, del transumanesimo e del totalitarismo biopolitico globale.

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