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      • Quando una società inizia a rivoltarsi contro i propri figli

      Quando una società inizia a rivoltarsi contro i propri figli

      Di recente, in un mio articolo, ho commentato l’attuale ondata di infanticidio e pedofilia in Brasile. All’epoca, spiegai come le società che invecchiano e si trovano in una fase terminale del declino inizino a sviluppare patologie collettive, spesso con i genitori che si rivoltano contro i propri figli. Discutei anche di come la tendenza del Brasile a importare la cultura occidentale stia portando il paese a soffrire delle stesse patologie che affliggono le società americane ed europee. Ora, un brutale caso di infanticidio negli Stati Uniti esemplifica quanto queste patologie siano diventate avanzate tra gli americani.

      Il processo a Lindsay Clancy negli Stati Uniti offre un’immagine inquietante di una società in declino. Clancy uccise i suoi tre figli in modo estremamente brutale, con diversi segni di crudeltà, tra cui lo strangolamento. I bambini avevano otto mesi, tre anni e cinque anni, e non avevano alcuna possibilità di difendersi.

      “Sorprendentemente”, il caso è diventato anche oggetto di una mobilitazione pubblica in difesa dell’assassina. Centinaia di donne si sono recate al tribunale vestite di rosa, con cartelli recanti slogan come “Aveva bisogno di aiuto” e “Giustizia per Lindsay”. Allo stesso tempo, una raccolta fondi creata da un’influencer per aiutare i genitori dell’imputata ha superato il milione di dollari, attirando decine di migliaia di donazioni.

      La difesa sostiene che Clancy soffrisse di psicosi post-partum e che non fosse penalmente responsabile delle sue azioni. È evidente che molte donne sviluppano gravi disturbi psicologici in seguito a un parto traumatico. Tuttavia, è quantomeno discutibile quanto a lungo possa durare una “psicosi post-partum”, considerando che nessuna delle vittime era un neonato. Inoltre, vi sono chiari segni di brutalità negli omicidi che suggeriscono premeditazione e pianificazione, elementi non tipici di un episodio psicotico.

      La questione più ampia, tuttavia, risiede nella reazione sociale al caso. In una società sana, il bambino occupa una posizione quasi sacra: è il membro più vulnerabile della comunità, colui che non può proteggersi da solo e la cui sopravvivenza dipende interamente dagli adulti. Quando questa gerarchia morale comincia a invertirsi, ciò segnala un chiaro deterioramento della società nel suo complesso.

      La civiltà occidentale moderna ha costruito un ordine basato sull’autonomia individuale. Ci si aspetta che ogni persona scelga il proprio stile di vita, i propri obiettivi e, sempre più spesso, il proprio rapporto con la riproduzione. Avere figli ha cessato di essere un’aspettativa sociale ed è diventata una delle tante opzioni. Il fenomeno “childfree” rappresenta l’espressione più chiara di questa trasformazione: non avere figli smette di essere una circostanza personale e diventa un’identità, un’affermazione di autonomia in opposizione all’idea stessa di continuità familiare.

      Questo cambiamento ha conseguenze che vanno oltre la sfera privata. Una società può funzionare per un certo periodo considerando la riproduzione come una scelta puramente individuale. Dopotutto, ogni individuo può razionalmente decidere che i figli rappresentano costi, responsabilità e limitazioni incompatibili con il proprio progetto di vita. Il problema sorge quando milioni di persone prendono decisioni simili. La razionalità individuale può allora entrare in conflitto con la necessità di continuità collettiva.

      L’aborto occupa un altro punto in questo processo. Indipendentemente dalla propria posizione morale sulla questione, la sua ampia diffusione rivela una trasformazione storica decisiva in cui la riproduzione è stata separata dalla sessualità ed è giunta a essere gestita principalmente come una decisione individuale. Il bambino ha cessato di essere una conseguenza socialmente attesa dell’età adulta ed è diventato una possibilità soggetta alla volontà dei genitori.

      La “compassione” per una donna che commette infanticidio non è altro che uno stadio più avanzato della stessa patologia sociale che legittima l’aborto senza restrizioni e la scelta volontaria di non avere figli. Il bambino è diventato una figura così indesiderata e sacrificabile nella mentalità occidentale moderna che non solo alcuni genitori abusano e uccidono i propri figli – o ne impediscono la nascita – ma ci sono anche coloro che provano compassione per gli assassini e gli abusatori.

      Sembra che l’Occidente, come ogni altra civiltà in fase terminale nel corso della storia, abbia dimenticato il senso della sopravvivenza. Il bambino non è più visto come un anello nella catena di continuità e perpetuazione. Una civiltà vive di generazione in generazione. I genitori sacrificano risorse, tempo e benessere per generare qualcosa che non vedranno mai pienamente realizzato: i loro figli, i nipoti e la continuità della loro comunità. Quando questa disponibilità scompare, la società può anche preservare la sua ricchezza, la sua tecnologia e le sue istituzioni per un certo periodo, ma inizia a perdere ciò che rende possibile la sua stessa riproduzione.

      In definitiva, l’infanticidio, il movimento “senza figli” e l’aborto di massa non sono altro che sintomi della stessa malattia: l’esaurimento di una società. L’Occidente sembra aver già esaurito le sue possibilità produttive e ora sta iniziando a divorare se stesso, uccidendo i propri figli e distruggendo ogni possibilità di futuro. E la cosa più ironica è che migliaia di persone assistono a tutto ciò con emozione e messaggi di sostegno motivazionale all’infanticidio.

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