L’intelligenza artificiale generativa sta entrando rapidamente negli uffici, nelle aziende e nei servizi. Scrive testi, riassume documenti, organizza informazioni, prepara report, gestisce appuntamenti e svolge una quantità crescente di attività amministrative. La sua diffusione non avrà però lo stesso effetto su tutti i lavoratori. A essere maggiormente esposte sono soprattutto le donne (e la classe media in generale, ma questo è un argomento da trattare in sede separata).
A segnalarlo è l’Organizzazione internazionale del lavoro, l’agenzia delle Nazioni Unite che delegata ad occupazione e condizioni di lavoro (ILO). Secondo il rapporto dedicato all’impatto dell’intelligenza artificiale generativa, il 29% delle professioni nelle quali le donne sono più rappresentate è esposto al rischio di automazione, contro il 16% delle professioni a prevalenza maschile. La quota è dunque quasi doppia.[1]
Il dato deve essere letto con attenzione. L’esposizione all’intelligenza artificiale non equivale automaticamente alla perdita del posto di lavoro. Indica piuttosto che una parte significativa delle mansioni svolte all’interno di una professione può essere affidata a un software o profondamente modificata dall’utilizzo di strumenti automatizzati. Nella maggior parte dei casi, quindi, l’ipotesi più probabile non è la cancellazione completa del lavoro, ma la sua trasformazione.[2]
Il divario dipende soprattutto dalla distribuzione degli uomini e delle donne tra i diversi settori. Le lavoratrici sono numerose nelle professioni amministrative, negli uffici e nei servizi di supporto alle imprese: segreteria, gestione delle agende, contabilità di base, inserimento dati, preparazione di documenti, front office e attività organizzative. Sono mansioni indispensabili al funzionamento quotidiano di un’azienda, ma spesso composte da procedure ripetitive, standardizzate e basate sull’elaborazione di informazioni.
Proprio queste caratteristiche le rendono più facilmente automatizzabili. Un software può già oggi classificare documenti, compilare moduli, produrre una prima versione di una relazione, rispondere a richieste ricorrenti, fissare appuntamenti o trasferire dati da un sistema all’altro. La tecnologia non sostituisce necessariamente la persona in ogni sua funzione, ma può ridurre il numero di addetti necessari oppure spostare il lavoro verso compiti di controllo, supervisione e gestione delle eccezioni.
Il rischio, dunque, non riguarda soltanto il licenziamento. Anche quando il posto rimane, l’introduzione dell’intelligenza artificiale può cambiare la qualità dell’occupazione: meno autonomia, ritmi più intensi, maggiore sorveglianza, pressione sui salari e una progressiva perdita delle competenze. Un lavoro amministrativo potrebbe trasformarsi in una sequenza di verifiche su ciò che il software ha prodotto, con responsabilità ridotte e margini di decisione più stretti.
Esiste poi un secondo elemento che rende il quadro più problematico. Le donne sono più presenti nei lavori che l’intelligenza artificiale può trasformare, ma sono ancora minoritarie nei settori che progettano e sviluppano queste tecnologie. La loro presenza resta infatti limitata nelle discipline scientifiche e tecnologiche, nell’ingegneria, nella programmazione e nelle professioni legate direttamente all’intelligenza artificiale. Nel 2022 le donne rappresentavano circa il 30% della forza lavoro nel settore dell’IA.[3]
Si profila così un doppio svantaggio: da una parte una maggiore esposizione all’automazione, dall’altra una partecipazione più ridotta ai lavori qualificati che nasceranno dalla nuova economia digitale. Se questa tendenza non cambierà, le donne rischieranno di subire gli effetti della trasformazione tecnologica senza poter incidere abbastanza sulle decisioni che la guidano e senza accedere in misura adeguata alle opportunità create dalla transizione.
Il confronto con il lavoro manuale aiuta a comprendere meglio la natura del fenomeno. La maggior parte degli impieghi necessari al funzionamento fisico della società – meccanici, idraulici, elettricisti, magazzinieri, autisti, muratori e molti altri – è svolta prevalentemente da uomini e non perchè vi sia qualche barriera all’ingresso delle donne in questi settori, ma semplicemente perchè le donne non li scelgono. Si tratta di attività che, in molti casi, sono oggi poco o per nulla automatizzabili nella loro interezza, perché richiedono presenza sul posto, capacità pratiche, adattamento a situazioni imprevedibili, uso di strumenti diversi e interazione con ambienti non standardizzati e, in alcuni casi, forza fisica.
Un conto è elaborare un documento secondo regole ricorrenti; un altro è individuare un guasto in un impianto, riparare un tubo in uno spazio difficile da raggiungere, guidare in condizioni variabili, movimentare merci in un ambiente non completamente automatizzato o costruire e mettere in sicurezza un edificio. Anche nei lavori manuali l’automazione è destinata a crescere, attraverso robot, sistemi di assistenza e macchinari intelligenti, ma la sostituzione integrale della persona è generalmente più complessa rispetto a quanto accade nelle attività d’ufficio.[4]
Questo non significa che gli uomini siano al riparo dagli effetti dell’intelligenza artificiale, né che il lavoro manuale non possa cambiare. In fondo abbiamo già esempi di mezzi di trasporto a guida autonomo o di utilizzo di robot umanoidi in impianti di produzione; significa piuttosto che la composizione del mercato del lavoro distribuisce in modo diverso i rischi della trasformazione tecnologica. Gli uomini sono più numerosi in mansioni fisiche e operative, mentre le donne sono prettamente impiegate in attività amministrative e cognitive di routine, oggi più direttamente raggiungibili dall’IA generativa.
Anche la geografia conta. Nei Paesi ad alto reddito la quota di occupazioni esposte è maggiore, perché è più ampia la presenza di professioni d’ufficio e di attività digitalizzate. Nei Paesi a basso reddito, dove molte persone lavorano ancora nell’agricoltura, nei servizi informali e in attività manuali, l’esposizione media è più contenuta. Questo non significa però che la transizione sarà indolore: dove mancano formazione, protezioni sociali e accesso alle tecnologie, anche una trasformazione parziale può produrre conseguenze pesanti.[5]
Le imprese, per definizione, valutano l’introduzione di una tecnologia se essa consente di ridurre i costi, e se ciò porta a comprimere gli organici, porta ad un doppio vantaggio e si affacciano già sul mercato imprese senza dipendenti, completamente gestite dall’IA. [6]
Il rapporto dell’ILO non descrive quindi un futuro già deciso. I numeri mostrano una vulnerabilità maggiore delle professioni femminili, ma l’esito dipenderà dalle scelte di governi, aziende e parti sociali. La politica ha, e deve avere, un ruolo fondamentale nel definire i limiti di una tecnologia che impatta su ogni settore economico e su parecchi aspetti dell’organizzazione sociale. L’intelligenza artificiale può ampliare le disuguaglianze oppure contribuire a ridurle. La differenza non sarà determinata soltanto dalla potenza degli algoritmi, ma da chi li progetterà, da come verranno utilizzati e da quali tutele saranno garantite alle persone che dovranno lavorare insieme alle macchine.




