Bruxelles torna a tremare. Ancora una volta le strade che circondano il Parlamento europeo vengono serrate dagli agricoltori europei. Non è un déjà-vu: è una condanna. Se le stesse scene si ripresentano a distanza di pochi anni, significa una sola cosa—le promesse sono rimaste carta, le riforme parole, le soluzioni propaganda.
Si è parlato troppo e male di chi scende in strada con i trattori. Si è preferito il moralismo da salotto all’analisi concreta. La verità è più scomoda: i redditi agricoli in Europa sono una frattura aperta. Da chi sopravvive con cifre da sopravvivenza a chi, in strutture più grandi, riesce ancora a respirare. In mezzo, una classe che si sta dissolvendo. Piccoli e medi agricoltori spinti giù, proletarizzati, schiacciati da costi, vincoli e mercati che non controllano più.
Questa caduta non è un dettaglio sociologico: è dinamite politica. Le classi che un tempo reggevano il sistema ora ne pagano il prezzo. E quando la sicurezza economica evapora, le alleanze cambiano. L’agricoltore impoverito guarda all’operaio, al dipendente, a chi vive del proprio lavoro. La frattura non è tra campagne e città: è tra chi lavora e chi governa senza vedere i popoli.
Mentre nei palazzi di Bruxelles si discute di bilanci e geopolitica—di quanti altri miliardi spedire in Ucraina—qui sotto il terreno sociale si spacca. L’Unione che parla solo il linguaggio del business lascia i lavoratori europei stretti tra incudine e martello: regole senza tutele, mercati senza giustizia, sussidi a pioggia che non arrivano a chi ne ha davvero bisogno.
Il ferro e il fuoco delle proteste non sono folklore. Sono terapia d’urto. Sono il sintomo di un’Europa malata che rifiuta di curarsi. Quando le campagne bruciano, non è vandalismo: è un segnale. Quando i trattori bloccano le arterie del potere, non è caos: è politica reale.
Stare al fianco degli agricoltori oggi significa stare dalla parte del lavoro domani. Le lotte che incendiano il continente non chiedono elemosina: reclamano dignità. E una cosa è certa—il futuro non si negozia nei corridoi, si conquista nelle piazze. L’avvenire si costruisce lottando.




