Durante l’incontro del 30 dicembre con Netanyahu e il suo team, il presidente Trump si è pubblicamente impegnato ad attaccare l’Iran, se dovesse continuare con il suo programma di missili balistici, “Sì”. E per quanto riguarda il nucleare: “Immediatamente”. “Li distruggeremo”, ha detto Trump.
In contrasto con questa bellicosità, il linguaggio di Trump durante l’incontro a Mar-a-Lago rifletteva solo calore e elogi smisurati per Netanyahu e Israele. Pubblicamente, Netanyahu aveva ricevuto il sostegno pubblico di Trump per un attacco all’Iran e per la Fase Due di Gaza, ma dietro le quinte molti dei dettagli rimanevano indefiniti e controversi.
Il linguaggio escalatorio nei confronti dell’Iran non era stato una sorpresa per Teheran. Era previsto. Gli indizi che portano alle ostilità imminenti sono sotto gli occhi di tutti: il racconto sempre più aggressivo – “centinaia di cellule dormienti di al-Qaeda pronte a scatenare una carneficina; al-Qaeda ha trovato rifugio in Iran per 25 anni… [permettendo all’Iran] di alimentare la diffusione del fondamentalismo islamico”, afferma un “infiltrato dell’MI5 e dell’MI6”. Come da copione, la valuta iraniana crolla precipitosamente e gli iraniani scendono in piazza.
Cosa c’è dietro questa esplosione di militarismo statunitense-israeliano? Le minacce di Trump sull’apertura delle “porte dell’inferno” a “chiunque” sono ormai note a tutti. Tuttavia, i segnali indicano che Trump e Netanyahu sono allineati per un altro round di guerra.
Ma perché Netanyahu dovrebbe optare per un’azione cinetica quando Israele era stato così gravemente danneggiato dai sofisticati missili iraniani durante la cosiddetta guerra dei 12 giorni di giugno, quando le difese aeree israeliane si erano dimostrate carenti? Da allora l’Iran si è riarmato e si è preparato per un nuovo round.
È necessario fornire qualche contesto per spiegare questa strada apparentemente irrazionale intrapresa da Israele, dati gli evidenti pericoli che comporta una guerra con l’Iran.
Il primo punto da notare è che Netanyahu è nei guai. La sua caduta politica è stata prevista molte volte in passato, ma, in qualche modo, “Houdini” è sempre riuscito a sfuggire alle catene e alle manette di un destino maligno. Questa volta la situazione è più grave. Il consenso giuridico è che Netanyahu rischia di essere condannato se i procedimenti giudiziari a suo carico per corruzione arriveranno a termine.
Ma questo è solo un aspetto. La punta di diamante, tuttavia, sono le accuse del “Qatargate”, secondo cui tre membri dello staff ristretto del primo ministro sarebbero stati pagati dal Qatar negli ultimi anni, anche durante la guerra di Gaza (questa affermazione non è contestata). Le questioni chiave sono: Netanyahu ne era a conoscenza? Se no, perché? E quale vantaggio cercava di ottenere il Qatar in cambio dei pagamenti? Quest’ultimo aspetto, ovvero il ritorno cercato dal Qatar, non è chiaro. È possibile che per il Qatar fosse sufficiente avere i collaboratori del primo ministro sul proprio libro paga (in vista di un’eventuale necessità futura).
In Israele, tuttavia, le accuse sono diventate esplosive. L’etichetta di “tradimento” è ampiamente utilizzata, anche dall’ex Primo Ministro Nafthali Bennett e dall’ex Ministro della Difesa Bogie Yalom. Gli israeliani più cinici suggeriscono che lo scopo principale della visita della famiglia Netanyahu a Palm Beach non fosse tanto discutere di Gaza, quanto piuttosto far progredire le pressioni di Trump per la grazia o la conclusione del processo – da sollecitare presso un tergiversante Presidente Hertzog.
In breve, Netanyahu ha bisogno di qualcosa che lo tiri fuori dal guazzabuglio dei suoi intrighi legali e delle sue guerre incompiute e che gli dia una spinta popolare con cui vincere le elezioni generali del 2026. La sconfitta dell’Iran, per essere chiari, sarebbe applaudita – non solo dagli israeliani – ma da un Congresso statunitense entusiasta, dai donatori e da entrambe le ali delle strutture di controllo del Partito Unico.
Per Trump, il calcolo sarebbe leggermente diverso. Il principio di evitare controversie pubbliche con Netanyahu era stato stabilito dall’ex presidente Biden, non senza intoppi: “Bibi aveva deliberatamente cercato attriti con Biden. Con il presidente Trump, li evita“, ha osservato un funzionario statunitense. Trump è anche personalmente riluttante ad alienarsi alcuni dei suoi donatori più fedeli, come Miriam Adelson, e commentatori come Mark Levin.
Questa traiettoria di Trump può essere compresa sullo sfondo delle divisioni sul sostegno degli Stati Uniti a Israele che hanno fratturato la sua base MAGA (e alienato anche i giovani democratici). Le immagini provenienti da Gaza di donne e bambini morti hanno galvanizzato l’elettorato chiave, Turning Point USA. Gran parte della vittoria del MAGA nel 2024 è dovuta a questo movimento giovanile dotato di migliaia di sezioni, valori cristiani e grande energia. Turning Point USA offre potenzialmente una formidabile operazione “Get Out the Vote” [GOVT è un termine usato in ambito politico, specialmente negli Stati Uniti, per indicare gli sforzi organizzati volti ad aumentare l’affluenza alle urne tra gli elettori potenziali o identificati come sostenitori di un determinato candidato. N.D.T.]
Un piccolo gruppo di alti funzionari del partito repubblicano, in collaborazione con potenti politici affermati e importanti donatori, cerca di bloccare il MAGA estendendo il proprio raggio d’azione per prendere il controllo del Partito Repubblicano, minacciando così il primato dei leader del partito. Questa “maggioranza silenziosa” (ora) senza leader, ma organicamente fiorente, non è più silenziosa. I responsabili del controllo del partito vogliono domarla e riportarla sotto controllo.
Inserire nel MAGA la questione controversa, “se non sostieni le politiche di Netanyahu, sei un antisemita, un odiatore di Israele”, è stato fatto intenzionalmente, con influencer pagati che hanno alimentato la frattura interna al partito, con l’obiettivo di indebolire il movimento. I leader tradizionali del GOP vogliono riprendere il pieno controllo.
Dal punto di vista di Trump, è del tutto possibile sostenere lo Stato di Israele e continuare a criticare le politiche dell’attuale amministrazione Netanyahu. Questo rappresenta il compromesso da lui auspicato che potrebbe mantenere unito il MAGA in vista delle elezioni di medio termine. Dietro la strategia di Trump a Mar-a-Lago con Netanyahu si celano intense manovre per controllare non solo i risultati di medio termine, ma anche la definizione del panorama delle elezioni presidenziali del 2028.
Secondo la fazione dei donatori filo-israeliani la posizione di Trump (e Vance) di sostenere Israele, pur mettendone in discussione le politiche, sarebbe una falsa dicotomia: criticare Israele è, ipso facto, antisemita, insiste Netanyahu. Questo tentativo di dividere la base del MAGA – usando Israele – potrebbe funzionare o meno. Il problema per i dirigenti di partito di alto livello è che questo schema divisivo è ormai fin troppo ben compreso dalla Generazione Z.
Quindi, una guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran si svolge, di fatto, a livelli diversi dalla razionalità quotidiana. È, ovviamente, incentrata sull’Iran, ma, per la cerchia di Trump, è anche una complicata partita a scacchi su chi finirà per avere il controllo del MAGA e, per estensione, dell’era post-Trump.
E, in Israele, la prospettiva della guerra diventa anche una scacchiera su cui osservare quali fazioni (e i loro donatori) prevarranno nel calderone della guerra imminente per controllare il sistema e definire cosa sarà “Israele”. O meglio, cosa sarà ciò che ne rimarrà.
Al contrario, i dubbi e le preoccupazioni dei vertici militari professionisti in Israele, o negli Stati Uniti, potrebbero essere attenuati dalla preoccupazione di non essere sufficientemente “in squadra” in mezzo al fervore bellico.




