La storia dell’egemonia imperiale non può essere compresa unicamente a partire da decisioni politiche, campagne militari o dottrine ideologiche. Nel suo livello più profondo, il potere si struttura attorno a risorse strategiche capaci di articolare simultaneamente quattro dimensioni fondamentali: la produzione materiale, la capacità bellica, il commercio di lungo raggio e la legittimazione dell’ordine politico. Quando una risorsa riesce a svolgere in modo convergente queste funzioni, cessa di essere un semplice input economico e diventa infrastruttura storica del potere.
Questa centralità, tuttavia, contiene una contraddizione costitutiva. Ogni risorsa che fonda un ordine egemonico tende a essere naturalizzata e assolutizzata. Il sistema politico, militare e amministrativo si organizza come se tale risorsa fosse permanente, insostituibile e priva di alternative. In quel momento, la risorsa smette di essere solo un mezzo di espansione e inizia ad agire come principio di rigidità. L’egemonia non crolla quando la risorsa si esaurisce, ma quando il sistema non è più in grado di pensarsi senza di essa.
Il caso della canapa nella costruzione del potere marittimo inglese costituisce uno degli esempi più precoci, chiari e teoricamente fertili di questa dinamica. Lungi dall’essere un episodio marginale, la canapa funziona come prototipo storico delle politiche imperiali delle risorse strategiche che, in seguito, si estenderanno al carbone e al petrolio.
La canapa come fondamento materiale del potere navale
Tra il XVI e il XVIII secolo, la canapa (Cannabis sativa) non fu una semplice materia prima agricola, bensì una risorsa geopolitica critica. L’espansione marittima inglese – militare, commerciale e coloniale – poggiava letteralmente su fibre vegetali. Vele, sartie, cavi, manovre, calafataggio e persino l’abbigliamento degli equipaggi dipendevano dalla canapa in proporzioni schiaccianti. In termini materiali, oltre l’80-90% dei componenti funzionali di una grande nave era direttamente o indirettamente legato a questa risorsa.
Il dato decisivo non è quantitativo, ma strategico. La proiezione di potere oltre il territorio nazionale – condizione di base di ogni egemonia imperiale – era subordinata alla disponibilità continua di canapa di qualità navale. Da qui il calcolo sistematico delle superfici coltivabili necessarie per ogni nave, l’accumulazione di riserve strategiche negli arsenali e l’intervento diretto dello Stato nella produzione. La canapa non era mercato: era sicurezza nazionale.
In questo senso, la canapa svolse per l’Inghilterra la stessa funzione strutturale che il petrolio avrebbe svolto secoli dopo per gli Stati Uniti: fu la condizione materiale di possibilità dell’egemonia, il supporto invisibile del dominio globale.
Politiche imperiali della risorsa: controllo senza sovranità
La gestione inglese della canapa rivela un modello destinato a ripetersi in tutte le risorse strategiche moderne: il tentativo di combinare efficienza economica, controllo politico e sicurezza strategica all’interno di una stessa architettura imperiale. Il risultato fu un sistema tripartito di approvvigionamento che, lungi dall’eliminare la vulnerabilità, la redistribuì.
In primo luogo, una dipendenza esterna strutturale. Tra il 1700 e il 1800, circa il 90% della canapa navale britannica proveniva dal Baltico russo. L’Inghilterra accettò questa dipendenza perché massimizzava efficienza e qualità, ma cercò di compensarla attraverso trattati commerciali asimmetrici, pressione diplomatica sulle rotte dell’Europa settentrionale e sussidi a intermediari chiave come la Compagnia di Mosca. Il risultato fu una classica parabola del potere egemonico: quanto più la risorsa diventava critica, tanto minore era il controllo effettivo sulle sue condizioni di fornitura.
In secondo luogo, una produzione domestica incentivata ma strutturalmente insufficiente. Le leggi di coltivazione obbligatoria a partire dal XVI secolo mostrano fino a che punto lo Stato fosse disposto a intervenire per ridurre la dipendenza esterna. Tuttavia, la qualità inferiore della canapa inglese impedì una reale autosufficienza. La sovranità formale non si tradusse in sovranità materiale.
In terzo luogo, una produzione coloniale di riserva, in particolare nel Nord America. Quote obbligatorie, incentivi fiscali e distribuzione di sementi miravano a trasformare l’impero in un ammortizzatore strategico. Ma le colonie compresero rapidamente il carattere politico della canapa e svilupparono forme di resistenza passiva, producendo solo quanto necessario per il consumo locale.
Questo schema illustra un principio centrale del modello teorico: il controllo imperiale di una risorsa strategica raramente equivale a una sovranità piena. Piuttosto, genera un’illusione di dominio che nasconde vulnerabilità crescenti nella catena di approvvigionamento.
Innovazione, crisi e sostituzione: il limite della risorsa egemonica
L’innovazione non distrugge i sistemi: li rende obsoleti.
La crisi della canapa non fu il risultato di un esaurimento fisico, ma di una trasformazione sistemica. Innovazioni tecnologiche – il cotone per le vele, fibre tropicali più resistenti, il ferro e l’acciaio per scafi e manovre – iniziarono a eroderne la centralità. A ciò si aggiunsero shock geopolitici decisivi: il Blocco Continentale napoleonico e la guerra anglo-americana interruppero simultaneamente le due principali fonti di approvvigionamento.
La risposta inglese fu rivelatrice. Non vi fu una transizione strategica pianificata. Il sistema non progettò un’uscita dalla canapa: ne fu espulso. L’investimento nei sostituti fu reattivo, non anticipatorio. A metà del XIX secolo, la canapa era stata relegata senza essere scomparsa. Si trasformò in ciò che può essere definito un residuo operativo: funzionale, ma non più organizzatore dell’ordine.
Qui emerge una legge fondamentale della risorsa egemonica: l’obsolescenza arriva per sostituzione tecnologica e riconfigurazione sistemica, non per esaurimento materiale. Il potere non perde la risorsa; perde la capacità di strutturare l’ordine a partire da essa.
La canapa come modello teorico generale
Ogni egemonia attraversa una curva materiale che non può essere invertita per decreto.
Il caso della canapa consente di astrarre un modello generale delle politiche imperiali delle risorse strategiche, articolato in cinque momenti:
- Identificazione della risorsa critica per la proiezione di potere.
- Costruzione di un sistema di controllo ibrido che combina coercizione, dipendenza esterna e incentivi interni.
- Istituzionalizzazione della risorsa in burocrazie, infrastrutture e dottrine strategiche.
- Rigidità strutturale di fronte all’innovazione, dovuta a investimenti sommersi e abitudini istituzionali.
- Declino per sostituzione dirompente, non per scarsità fisica.
Questo ciclo si ripeterà, su scala maggiore, con il carbone nel XIX secolo e con il petrolio nel XX. In entrambi i casi, l’egemonia non crolla per mancanza di risorse, ma per incapacità di riorganizzazione di fronte a un mutamento tecnologico e geopolitico che rende obsoleto il fondamento materiale del potere.
Dalla fibra al fossile: continuità storica del modello
Cambiano i materiali, non la logica che li assolutizza.
Il carbone permise all’Inghilterra di riorganizzare il mondo industriale, ma la intrappolò in un’infrastruttura pesante e socialmente conflittuale quando emersero nuove energie. Il petrolio consentì agli Stati Uniti di costruire un ordine globale energetico, militare e monetario, ma oggi li vincola a una logica fossile che non produce più obbedienza né senso. In tutti i casi, il modello inaugurato dalla canapa si ripete: la risorsa che fonda l’egemonia finisce per diventarne il limite storico.
Riflessione finale: la vera lezione strategica
L’insegnamento duraturo della canapa non è energetico, ma politico. La vera strategia imperiale non risiede nel controllo assoluto di una risorsa specifica, bensì nella capacità di anticiparne l’obsolescenza e riorganizzare il sistema prima che la sostituzione venga imposta dall’esterno.
L’Inghilterra non perse potere per mancanza di canapa, ma perché l’insieme istituzionale, mentale e tecnologico organizzato attorno ad essa fu superato da un nuovo sistema. Lo stesso vale oggi per il petrolio. La canapa, lungi dall’essere una curiosità storica, è un microcosmo della dinamica egemonica moderna: mostra come il potere materiale, istituzionale e ideologico si intreccino, e come il loro declino nasca meno dalla scarsità che dall’inflessibilità di fronte all’innovazione.
Per questo, nessuna risorsa è strategica per sempre. Lo è solo finché l’egemonia conserva la capacità di reinventare l’ordine che quella risorsa aveva reso possibile.
Epilogo
Risorse strategiche senza egemonia: il caso argentino
La periferia non è priva di risorse. È priva di controllo sul loro significato.
La discussione sulle risorse strategiche è spesso “imperiale”: studia come i centri di potere costruiscono e consumano i propri fondamenti materiali. Ma il quadro resta monco se non si osserva il rovescio: i paesi dipendenti si organizzano anch’essi attorno a risorse strategiche, non come strumenti di ordine globale, bensì come vettori di inserimento subordinato in un ordine che non controllano.
L’Argentina è un caso paradigmatico. Nel suo ciclo moderno, si è strutturata attorno a risorse decisive -bestiame, grano, carne, petrolio, gas, litio, soia- che raramente hanno prodotto sovranità, e spesso hanno prodotto dipendenza. Il paese non assolutizza una risorsa perché quella risorsa organizzi il mondo; la assolutizza perché il mondo organizzato da altri le assegna quel posto.
La risorsa come promessa di integrazione
Dalla fine dell’Ottocento, l’Argentina viene incorporata come fornitrice di alimenti e materie prime. Questa posizione può produrre crescita, rendita e modernizzazione parziale, ma non produce controllo sulle regole: commercio, moneta, sicurezza. La risorsa diventa promessa: “produrre di più” come passaporto per “entrare nel mondo”. Ma l’ingresso è subordinato. La rendita esiste; la sovranità no.
Petrolio senza petrodollaro
Anche quando il petrolio avrebbe potuto rompere lo schema agro-esportatore, non si è tradotto in un ordine proprio: non ha strutturato la moneta, non ha imposto regole commerciali, non ha conferito capacità coercitiva internazionale. Il petrolio argentino è stato soprattutto strumento di equilibrio interno, non di proiezione.
Qui sta la differenza con il centro:
- l’impero resta prigioniero della risorsa che lo ha fondato;
- la periferia resta esposta allo spossessamento delle risorse che non ha mai potuto trasformare in principio d’ordine.
Litio, soia e la ripetizione
Oggi il discorso ritorna: litio, Vaca Muerta, idrogeno, agroindustria “intelligente”. Cambia il lessico, non la struttura: estrazione, esportazione, valuta, dipendenza tecnologica, vulnerabilità esterna. Senza controllo della catena del valore, della tecnologia, della moneta e delle regole, la risorsa non fonda sovranità: consolida la dipendenza. La politica diventa amministrazione dei flussi e gestione delle crisi.
Spodocene dipendente
In chiave spodocenica, la periferia mostra una variante specifica: non l’”egemonia senile”, ma l’impossibilità strutturale di fondare. Si governa su residui -infrastrutture incompiute, capacità tecniche parziali, risorse preziose- senza trasformarli in principio organizzatore del futuro.
Nel centro si amministra il declino dei fondamenti. In periferia si amministra l’impossibilità di fondare. Entrambi abitano l’esaurimento, ma da posizioni opposte.
Chiusura
La genealogia canapa-carbone-petrolio mostra come gli imperi diventino prigionieri di ciò che li ha resi grandi. Il caso argentino mostra l’altra faccia: come le nazioni dipendenti diventino prigioniere di risorse che non sono mai riuscite a renderle sovrane.
Nello Spodocene, centro e periferia governano tra residui. La differenza è che alcuni lo fanno dall’inerzia del potere e altri dall’inerzia della dipendenza. E questa differenza decide non solo l’economia, ma il destino politico.




