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      • La voce ritrovata. Marguerite Porete (†1310) e l’amore come resistenza

      La voce ritrovata. Marguerite Porete (†1310) e l’amore come resistenza

      Nel cuore del cristianesimo, l’amore non è mai semplice sentimento o norma morale: è una forza che disarma l’io, sovverte la legge e mette in crisi ogni forma di potere. In questo senso, il messaggio di Cristo e l’esperienza mistica di Marguerite Porete, pur lontani nel tempo e nella forma, si incontrano sorprendentemente. Entrambi propongono un’idea di amore radicale, gratuito e pericoloso, capace di trasformare l’essere umano fino alla perdita di sé.

      Chi è Marguerite Porete (†1310)? Marguerite è una mistica e teologa laica francese del tardo XIII secolo. È l’autrice de Lo specchio delle anime semplici (Le Mirouer des simples âmes), il più antico testo mistico della letteratura francese. L’opera costituisce un capolavoro di stile e di pensiero, capace di fondere poesia, dialettica e drammaturgia in una forma concettualmente rigorosa e radicale.

      Cristo e Marguerite Porete parlano dell’amore con linguaggi diversi — parabole e gesti l’uno, dialoghi allegorici e concetti mistici l’altra — ma indicano la stessa direzione: l’amore come perdita di sé, gratuità assoluta, libertà oltre la legge e unione trasformante con Dio. Un amore che non consola il mondo, ma lo inquieta e proprio per questo, lo cambia.

       

       

      Stampa del quattrocento che ritrae Marguerite Porete

       

      Marguerite Porete nacque probabilmente tra il 1250 e il 1260 nell’area dell’Hainaut, una regione allora culturalmente vivace, situata tra l’attuale Belgio e la Francia settentrionale. Le informazioni biografiche sulla sua vita sono scarse e frammentarie, come accade per molte figure femminili del Medioevo. Ciò che sappiamo proviene quasi esclusivamente dagli atti del processo inquisitoriale che condusse alla sua condanna e da riferimenti indiretti legati alla circolazione della sua opera.

      Marguerite apparteneva al movimento delle beghine, una forma di vita religiosa laica femminile sviluppatasi tra XIII e XIV secolo nell’Europa nord-occidentale. Le beghine non pronunciavano voti perpetui, non vivevano in clausura e non dipendevano formalmente da un ordine religioso maschile. Conducevano una vita comunitaria o semi-comunitaria, dedicata alla preghiera, alla contemplazione e spesso a opere di assistenza, mantenendo tuttavia una relativa autonomia economica e intellettuale. Questa posizione ambigua — né pienamente laica né pienamente monastica — le rese oggetto di sospetto da parte delle autorità ecclesiastiche, soprattutto quando alcune di esse elaborarono forme di spiritualità non mediate dall’istituzione.

      È in questo contesto che va collocata la redazione de Lo specchio delle anime semplici (Le Mirouer des simples âmes). L’opera, scritta in volgare francese, testimonia un’elevata competenza teologica e una notevole familiarità con la tradizione mistica e speculativa, pur collocandosi al di fuori del linguaggio scolastico universitario. La scelta del volgare non fu solo stilistica, ma profondamente politica: rendeva accessibili concetti teologici complessi a un pubblico laico e femminile, sottraendoli al monopolio interpretativo del clero colto.

      Il titolo stesso segnala la funzione centrale dello specchio come metafora e strumento epistemologico. Lo specchio riflette lo stato interiore dell’anima, mostrando la sua semplicità e la condizione di annichilimento: l’anima che “non vuole più nulla” e in cui Dio opera direttamente. Non si tratta di un riflesso passivo: esso rende visibile la verità spirituale senza mediazioni, permettendo di comprendere ciò che la ragione o le opere morali non possono cogliere. In questo senso, lo specchio diventa anche uno strumento di autonomia: consente alla donna e al lettore di accedere direttamente alla realtà divina, senza la mediazione ecclesiastica o monastica, sottolineando il carattere radicale e sovversivo del pensiero porettiano.

      Infine, lo specchio è trasformativo: mostra all’anima la propria dissoluzione come condizione di libertà assoluta e la conduce alla compiutezza spirituale, dove l’io cessa di essere il centro dell’esperienza.

      Già prima del processo parigino, il libro aveva attirato l’attenzione delle autorità ecclesiastiche. Intorno al 1306–1307, il vescovo di Cambrai ne ordinò la distruzione e proibì a Marguerite di diffonderlo ulteriormente. Porete, tuttavia, non ritrattò né cessò la circolazione del testo. Questo atto di disobbedienza — più che il contenuto dottrinale in sé — segnò l’inizio della sua persecuzione formale.

      Nel 1308 Marguerite fu arrestata e trasferita a Parigi, dove rimase imprigionata per circa un anno e mezzo. Durante il processo, presieduto dall’inquisitore Guglielmo di Parigi (†1314 ca.), domenicano e confessore di Filippo IV il Bello (1268–1314), re di Francia, Porete adottò una strategia di silenzio assoluto: rifiutò di prestare giuramento e di rispondere alle domande del tribunale, non riconoscendo l’autorità dell’Inquisizione sulla propria coscienza. Questo silenzio non fu un gesto passivo, ma una sfida diretta alla procedura inquisitoriale, fondata sulla confessione e sulla ritrattazione. Esso risultava coerente con la sua dottrina: l’anima annichilita non riconosce alcun tribunale umano come istanza ultima di giudizio.

      Cristo viene condannato perché il suo amore mette in crisi le autorità religiose e politiche. Non è la violenza a renderlo pericoloso, ma la libertà con cui ama, perdona e relativizza il potere. Marguerite Porete condivide un destino simile: il rifiuto di ritrattare il suo pensiero sull’amore non viene tollerato perché sottrae l’uomo alla paura, al controllo e alla mediazione del potere.

      Il 1° giugno 1310 Marguerite Porete fu condannata come eretica relapsa e arsa viva in Place de Grève, a Parigi, insieme a una copia del suo libro. La condanna avvenne in un clima politico particolarmente teso, segnato dalla repressione di movimenti religiosi non controllabili da parte di Filippo IV il Bello. Il processo a Porete anticipò inoltre il Concilio di Vienne (1311–1312), che avrebbe formalmente condannato alcune forme di spiritualità beghinale e del cosiddetto Libero Spirito.

      Dopo la sua morte, il nome di Marguerite Porete scomparve quasi completamente dalla tradizione. Lo specchio delle anime semplici continuò tuttavia a circolare ampiamente in forma anonima o sotto attribuzioni maschili, tradotto in latino, inglese medio e italiano. Solo nel 1946, grazie agli studi di Romana Guarnieri (1913–2004), storica del cristianesimo e studiosa della mistica medievale, che mise in relazione i manoscritti anonimi dell’opera con gli atti del processo inquisitoriale parigino, il testo fu attribuito con certezza a Marguerite Porete, restituendole tardivamente un posto nella storia del pensiero medievale.

      La vicenda di Marguerite Porete mostra come la repressione non abbia colpito soltanto una dottrina, ma una figura di soggettività intellettuale: una donna laica che rivendicava il diritto di pensare, scrivere e trasmettere teologia senza mediazione istituzionale. La sua storia non è soltanto quella di una mistica condannata, ma di una pensatrice la cui esistenza metteva in crisi l’ordine simbolico del suo tempo.

      La condanna di Marguerite Porete non può essere spiegata come semplice deviazione dottrinale. Il suo pensiero produceva effetti destabilizzanti su più livelli: delegittimava la mediazione ecclesiastica, dissolveva la soggettività morale come fondamento del giudizio e rendeva superflua l’autorità giuridica sulla coscienza.

      Nel Medioevo, la distinzione tra “mistica” e “filosofia” ha spesso funzionato come dispositivo di contenimento. Testi concettualmente sofisticati, elaborati da donne, sono stati ricodificati come espressioni di esperienza religiosa privata, sottraendoli al campo della riflessione teorica. Figure come Hadewijch di Anversa (attiva nel XIII secolo), mistica e poeta fiamminga, Mechthild di Magdeburgo (ca. 1207–1282), mistica tedesca, e Margherita d’Oingt (ca. 1240–1310), monaca certosina e scrittrice mistica franco-provenzale, testimoniano l’esistenza di una genealogia alternativa del pensiero europeo, sviluppatasi in spazi non canonici e per questo a lungo invisibile. Marguerite Porete rappresenta uno dei casi più radicali di questa tradizione rimossa.

      Il pensiero di Marguerite Porete si colloca all’interno del movimento laicale delle beghine, ma ne oltrepassa i confini sociologici. La dottrina dell’annichilimento dell’anima (anéantissement), nucleo del Mirouer non costituisce una variante estrema della mistica affettiva medievale, bensì una critica strutturale della volontà, del merito e dell’io come centro dell’agire.

      Il Mirouer non è un resoconto esperienziale, ma un testo strutturato e dialogico, che mette in scena un conflitto epistemologico tra Amore, Ragione e Anima. La Ragione viene progressivamente esautorata: «Ragione, tu non comprendi nulla di ciò che Amore opera, poiché la tua scienza è fondata sul possesso, e Amore opera solo nello spogliamento.» (Le Mirouer des simples âmes, cap. 15)

      Il nucleo teorico dell’opera è la dottrina dell’annichilimento, che non descrive un percorso ascetico di perfezionamento morale, ma la dissoluzione della volontà e dell’io come centro dell’agire: «Quest’Anima non vuole più nulla, poiché il suo voler è nulla; e per questo non ha più nulla, perché colui che non vuol nulla, tutto possiede.» (Le Mirouer des simples âmes, cap. 118)

      Questo “non volere nulla” non va inteso come rinuncia ascetica o nichilismo, ma come superamento della struttura volontaristica della soggettività morale. L’anima giunta a questo stadio ha “preso congedo dalle virtù”, non perché le disprezzi, ma perché non ne ha più bisogno: «Esse le obbediscono come serve» (Le Mirouer des simples âmes, cap. 62).

      È precisamente questa affermazione a rendere il testo intollerabile per l’ortodossia ecclesiastica del tempo, poiché mette in crisi il fondamento stesso dell’economia morale e sacramentale: «Essa non cerca più Dio mediante opere o preghiere, poiché Dio opera in lei senza mezzo.» (Le Mirouer des simples âmes, cap. 86)

      La dottrina dell’annichilimento si colloca in una costellazione di pensiero che attraversa, in forma sotterranea, la storia della filosofia occidentale. Il confronto con Meister Eckhart (ca. 1260–1328), teologo e filosofo domenicano della mistica renana, è in questo senso inevitabile. Entrambi descrivono un processo di spoliazione radicale, ma mentre Eckhart mantiene una distinzione ontologica tra Dio e creatura, Porete radicalizza la dissoluzione fino a dichiarare che l’anima annichilita “è Dio per condizione d’amore”. Questa differenza contribuisce a spiegare perché Eckhart fu oggetto di una condanna postuma e parziale, mentre Porete venne immediatamente giustiziata.

      Il confronto con la filosofia moderna e contemporanea, in particolare con Albert Camus (1913–1960), filosofo e scrittore francese, esponente dell’ateismo esistenziale, permette di chiarire ulteriormente la specificità del pensiero porettiano. Camus definisce l’assurdo come il divario insanabile tra il bisogno umano di senso e il silenzio del mondo, e individua nella rivolta l’unica risposta eticamente legittima: «La rivolta è il rifiuto dell’umiliazione e l’affermazione dell’uomo.» (A. Camus, L’homme révolté)

      Porete, al contrario, non risponde al silenzio con l’affermazione del soggetto, ma con la sua dissoluzione. In Camus, l’assurdo nasce dal mondo; in Porete, il problema nasce dall’io che pretende senso. L’annichilimento non risolve l’assurdo, ma lo rende irrilevante: dove non vi è più un io che domanda senso, il silenzio del mondo non costituisce più un problema filosofico.

      Una linea di continuità emerge anche con il pensiero novecentesco di Simone Weil (1909–1943), filosofa, mistica e pensatrice politica francese, che riprende il lessico dell’annientamento nella nozione di décréation. Tuttavia, mentre in Weil permane una tensione tragica tra assenza e presenza divina, Porete descrive l’annichilimento come uno stato stabile e compiuto. In questo senso, appare meno “moderna”, ma più radicale.

      Il destino divergente di Porete, Eckhart, Weil e Camus mette in luce un elemento strutturale: la legittimazione del pensiero non dipende solo dal contenuto, ma dalla posizione del soggetto che lo enuncia. Donna laica, scrivente in volgare e priva di protezione istituzionale, Marguerite Porete incarna una figura di pensatrice che non poteva essere tollerata come tale.

      Alla luce di questi confronti, Marguerite Porete può essere collocata non ai margini, ma all’origine di una linea sotterranea del pensiero occidentale che attraversa la mistica speculativa, la critica moderna del soggetto e alcune forme di pensiero contemporaneo post-identitario. La sua opera anticipa interrogativi che diventeranno centrali solo secoli più tardi, mostrando come la storia della filosofia proceda non per progressione lineare, ma per emersioni e rimozioni.

      Marguerite Porete è dunque una pensatrice filosofica a pieno titolo. Riportarla oggi al centro della riflessione non significa soltanto restituire una voce dimenticata, ma interrogare le condizioni storiche, politiche e simboliche che determinano chi può essere riconosciuto come produttore legittimo di filosofia.

      Cristo viene crocifisso, Marguerite Porete bruciata, Eckhart processato, Simone Weil consuma se stessa fino alla morte e Camus rifiuta ogni consolazione ideologica. Attualmente viviamo in un tempo ossessionato dalla sicurezza e dalla salvezza immediata, questi pensatori indicano una via più esigente: un amore che non protegge l’io, ma lo decentra; che non consola, ma libera; che non promette felicità, ma responsabilità. Un amore che non serve a sentirsi giusti, ma a non smettere di essere umani.

      Questa forma di amore è anche politicamente sovversiva. Un individuo che non ha bisogno di giustificarsi, di primeggiare o di salvarsi è difficilmente governabile. Per questo l’amore radicale viene ancora oggi neutralizzato, reso innocuo, tradotto in slogan o sentimenti privati. Ma Cristo, Porete, Eckhart, Weil e Camus ci ricordano che l’amore autentico non pacifica il mondo: lo mette in crisi.

      Essi mostrano che l’amore non è un diritto né un bene da accumulare, ma una perdita volontaria di centralità. Amare significa rinunciare a occupare tutto lo spazio, sottrarsi alla logica dell’ego, del controllo e dell’efficienza.

      In un’epoca che esige costantemente visibilità e affermazione, il loro amore è un gesto di resistenza silenziosa.

       

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