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      • L’Istanza di conduzione sistemica: quando la grammatica occulta la struttura

      L’Istanza di conduzione sistemica: quando la grammatica occulta la struttura

      Ciò che abitiamo non è una crisi che interrompe un ordine, ma un ordine la cui ragion d’essere è la stabilizzazione permanente di una crisi senza una chiara via d’uscita. Le categorie con cui per secoli si è pensata la politica, l’economia e la storia – direzione, progresso, sovranità, soggetto, progetto – continuano a circolare nel discorso pubblico, ma lo fanno sempre più come residui semantici. Nominano un mondo che non esiste più con un’efficacia che un tempo possedevano.

      Il problema non è soltanto empirico, né tecnico, né morale. È ontologico e linguistico. Continuiamo a descrivere la realtà attraverso una grammatica progettata per un tipo di mondo ormai esaurito: un mondo in cui le azioni potevano essere attribuite a soggetti identificabili, in cui i conflitti producevano direzioni storiche e in cui il futuro appariva come un orizzonte contendibile.

      Il linguaggio dominante, strutturato attorno allo schema soggetto-predicato, forza l’imputazione di volontà, intenzione e responsabilità là dove operano dinamiche distribuite, automatismi cumulativi e inerzie strutturali. Il risultato non è soltanto un errore descrittivo, ma una cecità funzionale: personalizzando lo strutturale, diventa possibile amministrare il deterioramento senza interrogare le sue cause profonde.

      La politica contemporanea è intrappolata in una grammatica individualizzante che impedisce di pensare le dinamiche sistemiche; la cosiddetta “conduzione” non dirige, ma traduce, ammortizza e amministra la chiusura; nello Spodocene, la politica praticabile non è più la direzione storica, bensì la persistenza abitabile.

       

      La trappola grammaticale

       

      La principale difficoltà nel comprendere la dinamica socioeconomica e politica contemporanea non risiede nella mancanza di informazione né nella complessità tecnica, bensì in una cecità strutturale prodotta dal linguaggio stesso.

      Le lingue moderne dominanti si organizzano attorno allo schema soggetto-predicato, un’architettura grammaticale che privilegia l’agenzia individuale, l’intenzionalità cosciente e la causalità personalizzata.

      Questo quadro risulta adeguato per narrare azioni puntuali, ma diventa profondamente ingannevole quando tenta di descrivere sistemi complessi – mercati globali, contaminazione ambientale, malattie sistemiche, aumento dell’aggressività sociale e della criminalità, tratta di esseri umani – nei quali gli effetti emergono da interazioni distribuite prive di un autore centrale. Tali interazioni non sono anomalie: costituiscono i meccanismi attraverso cui il sistema riesce a continuare a funzionare anche quando le sue condizioni materiali di riproduzione iniziano a esaurirsi, producendo esiti imprevisti.

      Questa grammatica genera una distorsione sistematica: personalizza lo strutturale, moralizza il dinamico e attribuisce volontà a processi privi di autore. La cecità sistemica non è dunque un deficit cognitivo individuale, ma un effetto ontologico del linguaggio ereditato, funzionale alla continuità del sistema in condizioni di crescente deterioramento.

       

      1. Dalla grammatica alla politica: la macchina dell’imputazione

       

      Lo schema soggetto-predicato non organizza soltanto il pensiero quotidiano; configura il campo politico.

      Imponendo la domanda “chi ha fatto questo?”, il linguaggio pre-struttura l’assegnazione di colpe, responsabilità ed aspettative di correzione, spostando l’attenzione dalle dinamiche strutturali verso attori identificabili.

       

      Caso paradigmatico: la crisi finanziaria del 2008

       

      Il collasso fu spiegato come il risultato dell’avidità di alcuni banchieri o di decisioni politiche errate. Questa narrazione, pur contenendo elementi di verità, spostò l’attenzione dall’architettura sistemica – interdipendenza globale, innovazione finanziaria opaca e meccanismi automatici di retroazione – verso la moralità di attori individuali.

      Ciò che tale spiegazione omise fu che la finanziarizzazione non costituì un’anomalia esterna né un semplice eccesso, ma una risposta funzionale del sistema all’esaurimento dell’accumulazione produttiva. Spostando la riproduzione del capitale verso la circolazione finanziaria, il sistema riuscì a differire il proprio collasso materiale, seppur al prezzo di una maggiore fragilità strutturale.

      L’imputazione morale operò così come un dispositivo di riduzione della complessità: preservò l’intelligibilità del sistema personalizzandone gli effetti, mentre la politica moderna non correggeva questa cecità, bensì la istituzionalizzava e la gestiva come parte dei meccanismi che ne consentono la continuità operativa.

       

      2. Oltre il soggetto sovrano: l’istanza di conduzione sistemica

       

      Di fronte a questo limite, si rende necessario uno spostamento radicale: un approccio sistemico. La domanda sul potere viene riformulata. Non si tratta più di “chi comanda”, ma di quale funzione svolga una determinata posizione all’interno di un sistema privo di un centro sovrano.

      In questo quadro introduciamo il concetto di istanza di conduzione sistemica, che designa una posizione funzionale – occupata da istituzioni, dispositivi tecnici, media e organismi regolatori – il cui compito non è “dirigere” in senso classico, bensì:

      • ridurre la complessità affinché il sistema sia processabile;
      • organizzare schemi di imputazione che stabilizzino le aspettative;
      • accoppiare dinamiche sistemiche opache con narrazioni socialmente intelligibili, rendendo possibile la continuità del sistema in condizioni di deterioramento strutturale.

      Queste istanze non si definiscono per ricchezza, status o intenzioni dichiarate, ma per la loro funzione operativa:

      • capacità di definire l’agenda: stabilire che cosa costituisce un “problema” e che cosa viene trattato come “rumore”;
      • potenza traduttiva: convertire dati complessi in formule politiche comunicabili;
      • gestione dell’imputabilità: personalizzare successi e fallimenti, distogliendo lo sguardo dalla struttura.

       

      3. Ciò che non è: limiti delle teorie classiche del potere

       

      Pensare questa istanza come una “classe dirigente” in senso marxista, weberiano o elitista reintroduce l’ontologia del soggetto che qui viene messa in discussione. Una classe presuppone interessi comuni stabili, capacità causale diretta sulla struttura e coordinamento cosciente dotato di direzione storica.

      L’istanza di conduzione sistemica non soddisfa strutturalmente questi requisiti. Le sue decisioni sono condizionate, selezionate e limitate da dinamiche che non controlla. Non produce direzione storica: amministra traiettorie ereditate come modalità di sostegno alla riproduzione del sistema in assenza di orizzonti espansivi.

       

      4. Le operazioni fondamentali

       

      L’istanza di conduzione svolge funzioni di accoppiamento e traduzione attraverso tre operazioni principali.

       

      a) Traduzione

       

      Converte la complessità sistemica – economica, ecologica, geopolitica – in narrazioni e decisioni istituzionali processabili. Non genera la dinamica: la rende dicibile e, per questo, politicamente sopportabile.

       

      b) Riduzione della complessità

       

      Seleziona priorità, gerarchizza conflitti e definisce i confini del “realistico”. Ogni riduzione implica un’esclusione: rendere visibile qualcosa significa simultaneamente rendere impensabile qualcos’altro.

       

      c) Contenimento dello straripamento simbolico

       

      In contesti di crisi, la sua funzione principale non è risolvere il collasso materiale, ma evitare un collasso di senso che paralizzi il sistema e comprometta la sua capacità di continuare a operare in stato degradato.

       

      5. L’istanza nello Spodocene

       

      Lo Spodocene – era di saturazione strutturale e normalizzazione della rovina – segna il limite storico della direzionalità. In questo contesto, l’istanza di conduzione non può più promettere progresso né pianificare un futuro aperto. La sua funzione si sposta verso l’amministrazione del deterioramento: normalizzare la rovina, frammentare le responsabilità e abbassare le aspettative collettive.

      Questa amministrazione del deterioramento non costituisce una deviazione del sistema, ma il modo specifico attraverso cui esso riesce a prolungare la propria esistenza oltre i propri limiti strutturali. Non conduce verso un orizzonte: gestisce l’abitabilità di un presente degradato.

       

      6. Obiezioni frequenti

       

      Determinismo linguistico? No. Viene indicata una tendenza strutturale, non una chiusura assoluta. Nuovi linguaggi e pratiche possono mettere in tensione questo orientamento.

      Negazione dell’agenzia politica? No. L’agenzia viene ridefinita: non più come controllo del sistema, ma come interruzione di funzioni, disputa dei quadri di senso e sperimentazione istituzionale.

      Quietismo? Al contrario. Smontare l’illusione del “Grande Soggetto” obbliga a una politica più precisa, orientata a funzioni e dispositivi, non soltanto a persone.

      L’istanza di conduzione sistemica non dirige né controlla il sistema in senso forte. Riduce la complessità, organizza le imputazioni e amministra il deterioramento. Nello Spodocene non è il motore del collasso, ma un dispositivo di ammortizzazione simbolica che consente al sistema di persistere senza trasformarsi.

      La domanda politica decisiva cessa dunque di essere “chi comanda?” e diventa: chi definisce che cosa può essere detto, che cosa deve restare innominabile e che cosa appare come responsabilità individuale in un sistema che non promette più futuro?

       

      Il marxismo come orizzonte di contrasto

       

      Pensare insieme al marxismo è illuminante perché esso rappresenta la formulazione più rigorosa di una certezza che lo Spodocene dissolve: la storia concepita come narrazione di soggetti collettivi dotati di capacità causale. Il marxismo classico costituisce l’apice di un’ontologia della direzionalità storica, in cui il conflitto struttura la possibilità stessa di una riorientazione sistemica.

      Questo contrasto delimita, per differenza, la natura del cambiamento d’epoca. Il marxismo operò nella fase espansiva del metabolismo industriale, quando il sistema appariva ancora contendibile: le sue contraddizioni generavano soggetti antagonisti dotati di densità materiale e di una potenzialità storica tangibile. La classe era un operatore causale visibile e la storia conservava l’apparenza di un’arena di progetti in conflitto.

      Lo Spodocene inizia là dove questa condizione si esaurisce. Le contraddizioni e i conflitti non scompaiono, ma perdono la loro potenza riorientativa. La dinamica sistemica non si decide più nello scontro tra progetti collettivi, bensì si dispiega come inerzia strutturale, una traiettoria che condiziona tutti gli attori – inclusi quelli collocati in posizioni di apparente dominio – verso la gestione del deterioramento.

      Da questa prospettiva, l’istanza di conduzione sistemica emerge non come una “classe dirigente” fallita, ma come sintomo e posizione funzionale di amministrazione di questa chiusura storica. Il marxismo, con la sua lente analitica per individuare interessi e progetti, consente di vedere con chiarezza ciò che questa istanza non è più, né può essere: un soggetto storico dotato di un disegno. Il suo potere è paradossale e posizionale: la capacità di tradurre l’inerzia sistemica in governabilità simbolica entro margini sempre più ristretti.

      Il linguaggio marxista, anche nella sua critica più radicale, incontra qui il proprio limite costitutivo. Continua a formulare la domanda sul soggetto della trasformazione in un contesto in cui l’agenzia si è redistribuita in reti tecno-economiche, circuiti di retroazione ecologica e automatismi istituzionali. La critica conserva la sua forza morale, ma perde adeguatezza ontologica quando continua a cercare autori dove vi sono soltanto funzioni, e progetti dove vi è soltanto amministrazione di traiettorie.

      Questo non rappresenta un fallimento teorico, ma il segno di un limite storico. Il marxismo illumina con grande potenza analitica la logica di un mondo che svanisce – quello dell’espansione, della disputa e della fede nella riorientazione – e, per contrasto, permette di riconoscere la logica del mondo che emerge: quello dei limiti, della gestione del collasso e della chiusura degli orizzonti.

      Lo Spodocene non invalida la resistenza; la ricolloca. Non più nel terreno epico della conquista del futuro, ma nello spazio austero dell’abitabilità tra le rovine. La lucidità critica non consiste più nell’identificare il conducente per prenderne il posto, ma nel comprendere che non esiste una cabina di comando e, nonostante ciò, introdurre frizioni locali o disallineamenti parziali nelle funzioni sistemiche che trasformano il deterioramento in normalità.

      La domanda sull’emancipazione si dissolve nella sua formulazione classica e si riformula come questione di posizionamento e di pratica all’interno della chiusura. Non è più “chi porterà la storia alla sua prossima stazione?”, ma: da quali posizioni e mediante quali pratiche è possibile ostacolare la traduzione del deterioramento in governabilità, e rendere visibile la chiusura come uno dei fatti politici decisivi di questa fase?

      È in questo silenzio – dopo l’esaurimento delle grandi narrazioni direzionali – che il pensiero critico, spogliato della certezza del soggetto redentore, trova il suo punto di ripresa più esigente: pensare e agire senza promessa di istituzione, e contro la macchina che trasforma questa impossibilità in stabilità.

       

      Sintesi

       

      Non conducono il sistema: sono condotti da esso mentre lo amministrano.

       

      L’istanza di conduzione sistemica non dirige, non controlla né progetta il sistema. Traduce la complessità, riduce l’incertezza, organizza l’imputabilità e amministra il deterioramento. Nello Spodocene non è il motore del collasso, ma un dispositivo centrale di ammortizzazione simbolica.

      La domanda politica decisiva smette di cercare un conducente e si sposta verso i meccanismi di traduzione: chi definisce che cosa può essere detto, che cosa deve restare innominabile e che cosa viene registrato come responsabilità individuale in un sistema che ha chiuso i propri orizzonti di futuro?

      Il compito politico non consiste più nell’identificare il timoniere né nel contendere la conduzione del sistema. Lontano dal condurre al quietismo, questo spostamento concettuale apre un altro campo d’azione: una politica intesa come ecologia della persistenza, orientata alla costruzione frammentaria dell’abitabilità ai margini di sistemi in decomposizione. Non si tratta di contendersi il timone di una nave senza timone, ma di sviluppare pratiche, saperi e forme di coordinamento capaci di sostenere vita, senso e cooperazione là dove il sistema amministra soltanto il proprio esaurimento.

      La possibilità politica non risiede più in un progetto totale di mondo, ma nella costituzione graduale di nuclei abitabili, inizialmente frammentari e debolmente connessi, capaci di sostenere vita, senso e cooperazione là dove il sistema amministra soltanto il proprio esaurimento.

       

      Un esempio storico: la rete dei vescovi integrata nell’Impero Romano d’Oriente

       

      Dopo la disintegrazione dell’Impero Romano d’Occidente, non emerse un nuovo ordine per sostituzione cosciente né per sconfitta politica del sistema precedente. Ciò che avvenne fu la riarticolazione di resti funzionali capaci di sostenere la continuità sociale là dove la capacità amministrativa imperiale si indeboliva: una rete di vescovi.

      Questa rete non competé con l’impero, non tentò di rovesciarlo né si propose di sostituirlo. Abitò la sua decomposizione. In un contesto di indebolimento statale, crisi fiscale, frammentazione territoriale e perdita di capacità amministrativa, tale rete iniziò a svolgere funzioni elementari là dove il sistema imperiale non arrivava più:

      • organizzando cure di base;
      • garantendo una normatività minima;
      • assicurando continuità simbolica;
      • permettendo forme di coordinamento locale in territori sempre più scollegati dal centro.

      La sua azione non rispose a un progetto storico né a una volontà di conduzione, ma alla necessità pragmatica di sostenere vita e senso in condizioni di deterioramento strutturale. Ciò che si produsse fu altro: la riarticolazione di resti funzionali dell’ordine in decomposizione, orientati anzitutto alla sopravvivenza sociale.

      Essa organizzò assistenza ai poveri, ai malati e agli sfollati; sostenne una normatività minima quando il diritto romano diveniva inoperante; garantì continuità simbolica in un mondo che perdeva riferimenti comuni; rese possibili forme di coordinamento locale in territori sempre più distanti dal centro. Tutto ciò avvenne senza contendere la sovranità né pretendere di condurre la storia.

      • Non furono un soggetto storico in senso classico.
      • Non progettarono un futuro.
      • Non pianificarono una transizione.

       

      Furono infrastruttura di sopravvivenza

       

      Solo retrospettivamente è possibile riconoscere che tali pratiche contribuirono alla gestazione di un ordine differente. Nel loro tempo operarono come dispositivi di persistenza, non come avanguardia. Il nuovo ordine non nacque da una decisione né da una conquista, ma dalla disponibilità funzionale di forme capaci di mantenere l’abitabilità quando il sistema precedente non era più in grado di farlo.

      Questo esempio illumina con precisione la tesi centrale dello Spodocene: gli inizi di un nuovo ordine non si fondano contro il sistema dominante, ma sui suoi resti funzionali, inizialmente orientati alla sopravvivenza e non alla direzione storica. La politica, nelle fasi di collasso, cessa di essere conduzione e diventa ecologia della persistenza. Non inaugura il futuro: mantiene abitabile il presente fino a quando un altro ordine, non pianificato, può emergere.

      L’approccio sistemico non chiude la ricerca di senso, ma rende visibile la chiusura; non promette un futuro, ma tenta di sgomberare il terreno per pensare quali forme di esistenza restino possibili quando il mondo proiettabile ha cessato di esistere. In questo gesto – critico, scomodo e necessariamente parziale – si gioca la scommessa centrale di queste pagine.

       

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