Parigi, 1983. François Mitterrand, neoeletto Presidente della Repubblica, ha grandi progetti per la Francia e la sua capitale. Bandito un concorso internazionale di architettura per la costruzione della Défense, il primo quartiere di affari europeo, a vincerlo, contro ogni aspettativa, è Johann Otto von Spreckelsen, architetto danese, sconosciuto anche in patria. Mitterrand lo accoglie con entusiasmo e lo lancia sotto i riflettori con il lavoro più emblematico della sua presidenza. Creatore discreto e purista, che aveva realizzato fino a quel momento la sua casa e quattro chiese in Danimarca, l’inconnu concepisce un progetto rivoluzionario, esteticamente audace, un grande arco per tradurre l’ottimismo del potere pubblico dell’epoca. Ma il suo sogno architettonico deve fare i conti con la burocrazia francese, i bilanci, le elezioni legislative, le rivalità politiche. Determinato a non cedere di un millimetro, soprattutto sulla qualità dei materiali, finirà con un congedo. Il più triste.
Con L’Inconnu de la Grande Arche, Stéphane Demoustier continua la sua esplorazione sulle tensioni tra individuo e istituzioni, cominciato con La ragazza con il braccialetto e approfondito in Borgo.
Il suo quinto film adatta i fatti reali descritti nel libro di Laurence Cossé, “Le Grande Arche”, e ripercorre l’ascesa e la disillusione dell’architetto danese Johann Otto von Spreckelsen, vincitore inaspettato del concorso indetto nel 1983 per la costruzione della Défense. Alla testa di un cantiere faraonico, l’eroe di Demoustier assomiglia a una sorta di Don Chisciotte lanciato contro le complessità amministrative, i vincoli di bilancio, i giochi di potere politici, un nemico insidioso e invisibile che ridimensionerà progressivamente le sue ambizioni. Con densità narrativa e senso della commedia sociale, Stéphane Demoustier mette in scena uno shock culturale, lo scontro tra i metodi di lavoro danesi, improntati al rigore e alla trasparenza, e le pratiche francesi, marcate sovente dalla burocrazia e dai compromessi politici. I dialoghi, talvolta caustici, sottolineano le incomprensioni e le tensioni tra i protagonisti, riflettendo le sfide che von Spreckelsen deve affrontare per realizzare la sua visione artistica in un ambiente che gli è estraneo e in cui la consorte lo aiuta a orientarsi, come un faro in un mare di considerazioni logistiche e politiche.
Al cuore del film c’è un oggetto architettonico da inventare che prosegue una certa ‘forma’ di tradizione della capitale francese (Torre Eiffel, l’Opéra Garnier, il Grand Palais, l’Arc de Triomphe…). Le grandi arterie haussmanniane chiudono su monumenti singoli ficcati al centro di vaste piazze, in cui l’architetto danese, ‘in asse’ con la prospettiva ‘trionfale’, immagina un cubo come un totem. Intorno danzano i cortigiani, Xavier Dolan su tutti, impeccabilmente viscido alla corte del Mitterrand vanaglorioso e rotondo di Michel Fau, che gioca a fare Lorenzo de’ Medici con un blocco di marmo in mano. Completano il cast Swann Arlaud e Sidse Babett Knudsen, infondendo profondità emotiva alla narrazione e una dimensione umana alle questioni politiche in gioco. A Claes Bang l’arduo compito di incarnare von Spreckelsen, trampoliere placido e segreto cresciuto nella sana e robusta Danimarca. Con un’aria da Gary Cooper, infila una testardaggine tutta protestante, avanzando schivo e assorto dentro ai sandali e sulle lastre bagnate della Défense. Tra ideale artistico e principio di realtà, il suo architetto si vedrà costretto ad abbandonare il cantiere.




