Tempo fa scrissi un articolo intitolato “Il futuro che verrà” [1] e indicai le tre forme di potere che sostenevano l’egemonia degli USA, servilmente sostenuta da vassalli, valvassori e valvassini. A proposito del vassallaggio, per comprendere la gerarchia e i legami di dipendenza, basta osservare il numero di basi statunitensi presenti nei vari paesi.
I vassalli, grandi nobili, sono le nazioni con meno di dieci basi americane e una vasta estensione territoriale (come il Canada, l’Australia e l’Arabia Saudita). I valvassori sono paesi di piccole dimensioni, con tipicamente 5-10 basi; tra questi, il Regno Unito, la Spagna e la Norvegia. I paesi africani, pur ospitando basi militari, sono esclusi dal concorso. Infine, abbiamo i valvassini, quelli con più di 26 basi sul territorio nazionale: ci sono l’Italia (che “accoglie” circa 120 installazioni militari USA e NATO e ospita più di 12.000 militari americani), la Germania, il Giappone e la Corea del Sud. A metà strada tra le due ultime categorie ci sono altri paesi in Europa, in Asia e in America Latina.
La mappa che segue indica inoltre il cosiddetto Sud del mondo, privo di basi militari statunitensi e ora in contrapposizione all’Occidente.
La struttura gerarchica pseudo-feudale permette (o permetteva) all’egemone il controllo dei territori, la mobilitazione delle truppe o la delega delle responsabilità. Come nel Medioevo, i vassalli, in cambio della fedeltà al signore, ricevono protezione e benefici (ma in misura sempre inferiore a quanto devono donare). Il valvassore moderno non è vassallo del vassallo, ma un vassallo minore che deve donare molto di più di quanto riceve. Il valvassino dei giorni nostri è come un cavaliere stipendiato, che deve essere assolutamente fedele, gratificato con pacche sulle spalle e mantenuto dal signore con un po’ di pezzi di carta verde con sopra stampata la faccia di qualche presidente passato.
Le forme di potere indicate in [1] erano militari, economiche e “soft”. L’erosione di queste tre forme di potere è alla base del declino dell’Occidente. La previsione era che il declino sarebbe stato relativamente lento, dato che la disgregazione del potere economico e di quello “soft” richiedeva tempo. La previsione fatta per l’assetto finale era che il Sud del mondo, chiamato “nuovo Mondo” era la seguente
Il nuovo mondo non avrà più rapporti economici, finanziari e commerciali con le “bestie”. La regola è: non dare da mangiare alla bestia perché se dai da mangiare alla bestia, la bestia mangia te. E questa è l’unica strada per liberarsi dall’egemonia occidentale. Ci sono stati molti tentativi per far capire all’occidente che c’è spazio per tutti, ma sono andati tutti a vuoto.
La strada verso quell’assetto finale era condizionata dalla crescita economica del Sud, dall’indipendenza tecnologica, dalla consapevolezza della natura di “bullo” dell’Occidente e dalla fine del potere economico, militare e di quello “soft”.
L’accelerazione imposta dalla “politica” di Trump e degli sciagurati vassalli europei ha cambiato le condizioni al contorno e ha anche accelerato il cammino verso il baratro del signore, dei vassalli, dei valvassori e dei valvassini.
Un aspetto non approfondito nel precedente articolo riguardava l’abilità strategica dei paesi leader del nuovo Mondo. Ad esempio, non si sono considerate le spiccate capacità dei cinesi nei giochi di logica, come il Go (Wei Qi) o il Tangram, che sviluppano il pensiero strategico e la capacità di pianificazione a lungo termine. Oppure, la forte tradizione indiana nei giochi di logica e strategia, sviluppata da giochi da tavolo come il Carrom, e la ben nota capacità degli indiani di ragionamento astratto e di risoluzione di problemi matematici.
Infine, la cultura russa, che valorizza il pensiero strategico e la capacità di risolvere problemi complessi, si è sviluppata anche grazie ai giochi da tavolo come gli scacchi e il backgammon. Gli americani, al contrario, pur vantando singoli contributi allo sviluppo della logica matematica, hanno una risibile base di logica conoscitiva; la loro capacità è più favorita da giochi di carte come il poker e il blackjack, che richiedono astuzia e immediatezza.
Lo scontro tra due approcci diametralmente opposti nella definizione delle strategie ha portato all’evoluzione che stiamo vivendo. Inoltre, si deve considerare lo stato drammatico della situazione debitoria dell’Occidente, aspetto che nel precedente articolo non è stato adeguatamente tenuto in considerazione. Si deve dire che non è il debito a contare, ma il rendimento del debito.
I grandi investitori (chiamiamo così i moderni strozzini) sanno benissimo che il debito non può essere ripagato, dato che supera ampiamente il prodotto interno lordo di interi paesi. Invece, sono gli interessi che contano, dato che vengono pagati regolarmente e, eventualmente, contribuiscono ad aumentare il debito. Ne consegue che ridurre il debito è inessenziale o, addirittura, deleterio.
Quello che conta è verificare la capacità di pagare gli interessi. Solo quando la situazione è vicina al totale spolpamento, i creditori staccano la spina, ma ciò è l’estrema ratio. Piuttosto, quando qualcuno inizia a disfarsi del debito, subito chi ha interesse a sostenere lo schema Ponzi acquista, evitando il tracollo. La figura mostra infatti che, in corrispondenza della vendita di US Treasury della Cina, c’è stato un acquisto equivalente da parte della City di Londra.
Gli gnomi saranno avidi ma mica scemi. Il problema, serio, sarà quando il Giappone deciderà di togliersi il giogo americano, eventualmente ricordandosi delle due bombette sganciate un’ottantina di anni fa. Il rischio è spaventoso, ma, per fortuna, è stato rinviato con la nomina a primo ministro della filoamericana Sanae Takaichi, recentemente abbracciata e baciata dall’omonima italiana, venditrice di ghiaccio agli eschimesi, ma valida ambasciatrice dell’italico prêt-à-porter, di alta fascia. Quanto sopra è lo scenario che, forse, giustifica la curiosa strategia americana.
Si ritiene che la pressione dei voraci creditori sia enorme e che la capacità degli Stati Uniti di pagare gli interessi sia molto precaria. I nostri “amici del giaguaro”, ma amici veri degli USA, che sono quelli che assegnano le pagelle alle nazioni tipo Moody’s o S&Poor’s, assicurano che l’outlook degli USA rimane stabile, che l’economia è resiliente, credibile e ha una politica monetaria efficace, il debito (ora a 38.618,5 miliardi di dollari USA [2], senza contare i debiti delle famiglie e delle aziende) è una cosa tranquilla, anche se il tetto del debito statale è stato aumentato nel 2025 a 41,1 triliardi di dollari USA. In compenso, i nostri furbastri riducono timidamente il rating da Aaa ad Aa1 (ovvero, da capacità eccezionale a capacità eccellente di pagare il debito).
È plausibile pensare che i voraci creditori non si accontentino delle carinerie degli istituti di rating, ma vogliano dimostrazioni più concrete. E, appunto, l’amministrazione di Trump si impegna e si è impegnata a dimostrare ai vampiri la capacità di pagare gli interessi del debito attraverso una serie di operazioni screanzate.
Prima operazione: aumento dei dazi alle importazioni con scuse variegate. Secondo la Banca Mondiale, la tariffa media ponderata nel 2022 era pari all’1,5%. Con i dazi imposti e programmati si stima che arrivi al 15,8%. Risultato pregevole, dato che l’incasso, secondo l’U.S. Treasury, nel 2025 è stato di 287 miliardi di dollari USA, circa tre volte rispetto a quello incassato l’anno precedente. In compenso, l’orologio che scandisce il debito [2] continua a segnare un aumento costante, o meglio, più intenso. A cosa siano serviti questi trecento miliardi non è dato saperlo. Sembra allora che il contributo (o meglio, taglieggio) distribuito sul mondo, assieme a quello pagato da ogni famiglia americana, pari a 1100 dollari nel 2025 e a 1500 nel 2026 [3], sia servito solo da specchietto per mostrare solvibilità.
La seconda operazione è stata lo strangolamento del Venezuela, ricco di petrolio e risorse, che si è concluso con l’illegale rapimento di Maduro, che è costato, tra l’altro, la vita a un centinaio di persone (un’inezia rispetto alle uccisioni nella Striscia di Gaza). La vicenda venezuelana è stata intercalata con un bombardamento in Nigeria, che, guarda caso, è ricca di petrolio e risorse. Entrambe le vicende sono state un mezzo fallimento, ma, come la prima operazione, si configurano come specchietti, ma un pochino incrinati.
La terza operazione riguarda l’acquisizione della Groenlandia. La scusa è la sicurezza degli USA (e la sicurezza degli stati vicini non conta?), ma in realtà servirebbe a far vedere ai creditori che “Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole, e più non dimandare”. Ovvio: di fronte a tanta potenza, chi può rifiutare il rinnovo dei Treasury e chi può disdegnare il rifugio nel biglietto verde? Anzi, con il One Big Beautiful Bill Act, che offre ampie agevolazioni, il debito può allegramente crescere di 3.300 miliardi in dieci anni, superando il banale valore di 40.000 miliardi. Pinzillacchere! Anche questo è uno specchietto?
Anche le minacce, un po’ da gradasso, rivolte all’Iran possono riferirsi alla necessità indicata. La cosa, comunque, si colloca in un contesto più complesso che verrà considerato più avanti.
Molti si chiedono come mai i leader del nuovo Mondo non reagiscano e, sembra, accettino passivamente i comportamenti da bullo. Forse le osservazioni sono come quelle di un dilettante che assiste a una partita di scacchi. Le mosse sembrano sciocche, ma in realtà il giocatore spavaldo si è infilato in una situazione di Zugzwang, il termine che negli scacchi indica che, qualunque mossa venga fatta, peggiora comunque la situazione e che, pur non essendoci mosse immediatamente efficaci, la strada verso lo scacco matto è assicurata.
Torniamo alle tre condizioni. Il potere “soft” fondamentale per mantenere l’egemonia, costruito sul cosiddetto “ordine basato sulle regole”, è stato disintegrato da azioni illegittime che non hanno rispettato alcuna regola, anche se “pro domo mea”. Il comportamento da bulli è evidente a tutta la popolazione mondiale, tranne forse ai leccapiedi europei. Le risposte dei leader del nuovo Mondo sono allora conformi a sofisticate strategie scacchistiche. Un bravo giocatore di scacchi non si lascia mangiare un pedone a cuor leggero: perdere un pedone per un buon giocatore è sempre funzionale a un piano ben definito, e il dilettante che guarda, e forse anche l’avversario, non immagina nemmeno lontanamente la strategia sottostante. Per questo si può presumere che il non intervento nella Striscia di Gaza, in Siria o in Venezuela sia equivalente al sacrificio di un pedone.
Intervenire per opporsi a evidenti forme di criminale crudeltà comporta l’impiego di risorse senza la garanzia che tali crudeltà, ben percepite dai cittadini del nuovo Mondo, vengano punite. La punizione, invece, sarà lo scacco matto. Il sacrificio del pedone (triste ma funzionale) è un’operazione di Zugzwang, poiché contribuisce a distruggere il “soft power”. Nell’occidente si fa di tutto per mascherare i misfatti, dato che il giornalismo è diventato una réclame del potere popolata da falsificatori con poco cervello, ma il nuovo Mondo vede e inorridisce.
Anche i dazi portano a un cammino verso lo Zugzwang. Generano indebiti incassi immediati, ma danneggiano la stessa popolazione di chi li impone e, nel medio termine, reindirizzano il flusso di merci e favoriscono accordi commerciali alternativi. Un esempio è il recente accordo tra Canada e Cina per l’importazione di 49.000 veicoli elettrici, ripagata da esportazioni canadesi, come quella del pisello giallo: un affare da circa 700 milioni di dollari all’anno. A quanto pare, la decisione viene presa al momento giusto, dato che i contadini programmano ora le semine.
La contromossa cinese in risposta ai dazi-Zugzwang è ingegnosa. Non si risponde con altri dazi, ma si trova una soluzione più dolorosa e funzionale a un obiettivo più generale: inviare il messaggio “la vostra supremazia tecnologica è un gigante coi piedi d’argilla”. Infatti, si bloccano le esportazioni di terre rare, vitali per l’alta tecnologia, richiedendo autorizzazioni speciali per prodotti che contengono anche percentuali minime di terre rare cinesi.
Il potere militare dell’occidente è consistente, anche se c’è molta fuffa e un grandioso sperpero di denaro. Eroderlo è un’impresa non facile, ma la Russia, persa la pazienza per il continuo avanzare della Nato verso i suoi confini, sta ottenendo ottimi risultati. Il bello è che le finalità non sono le conquiste lampo preconfigurate da sciocchi commentatori; gli obiettivi sono stati dichiarati fin dall’inizio: demilitarizzare e denazificare, come ha detto chiaramente Putin. Lui parlava dell’Ucraina, ma in realtà intendeva l’occidente. Demilitarizzare significa esaurire le scorte di armi e neutralizzare gli eserciti. Denazificare non significa eliminare l’ideologia, ma eliminare i suoi portatori.
Questi due obiettivi sono stati raggiunti a un buon livello, stante la significativa riduzione delle scorte di armi, come, ad esempio, le riserve di missili Patriot, sprecati anche in Israele, e la carenza di altri sistemi per fare la guerra.
Per la neutralizzazione degli eserciti, bisogna aspettare che si impegnino e, a quanto pare, di voglia ne hanno pochina. L’invio di armamenti a go-go, sistematicamente distrutti dai bombardamenti russi, si è rivelato una mossa che porta a Zugzwang. Anche l’obiettivo di denazificazione ha prodotto risultati pregievoli, sebbene i caporioni, un po’ tremebondi, restino rintanati in nascondigli. Comunque, il potere militare è ora traballante. Fare i gradassi con paesi deboli è facile, ma confrontarsi con i leader del nuovo Mondo è un’altra cosa.
Un discorso a parte riguarda l’Iran. Questo Paese non è l’equivalente di un pedone sulla scacchiera, ma un alfiere o, forse, una torre. Per questo, il giocatore di scacchi non se lo lascia mangiare a cuor leggero. Qualsiasi presunta minaccia viene analizzata con attenzione e il contrasto è predisposto con meticolosità.
Si ritiene allora che, come mostrato nella cosiddetta guerra dei 12 giorni, la reazione, dopo un attacco a sorpresa, possa essere catastrofica per Israele e per le basi USA (e forse per i navigli, chissà, portaerei). Mosse che portano allo Zugzwang militare sono, in un momento di lucidità, ora evitate. Invece, una mossa verso lo Zugzwang “classico”, chiamata rivoluzione colorata, c’è stata recentemente, con la novità dell’uso di un numero spropositato di terminali Starlink (poi requisiti a migliaia) che dovevano coordinare le sommosse.
La contromossa è stata quella di disattivare i collegamenti satellitari, cosa ritenuta disdicevole dagli americani, che hanno argomentato dicendo, più o meno, che il web è come il pane. Si deve supporre che l’utilizzo di Starlink fosse previsto e che la contromisura fosse già predisposta. Ovvero, la mossa “rivoluzione colorata” era attesa al varco per convogliarla verso lo Zugzwang.
Quanto sopra sembra indicare che la fine del dominio egemonico e la totale separazione tra Occidente e il nuovo Mondo siano ineludibili, e che, per le mosse di uno spavaldo giocatore di poker impegnato in una partita di scacchi, siano abbastanza prossime nel tempo. I rapporti economici e commerciali si esauriranno; il dispendioso potere militare non sarà in grado di sostenersi; l’occidente diventerà (o lo è già) una landa litigiosa e desolata. L’unico quesito è se i vassalli, valvassori e valvassini seguiranno il padrone nel tracollo. Forse i vassalli, più accorti degli altri, si salveranno.
Ci sono dubbi riguardo alle altre due categorie. L’Italia, da buon valvassino, ora segue fedelmente il padrone. Potrebbe salvarsi se riuscisse a liberarsi dei lacci che l’avvolgono e cominciasse a pensare ai propri interessi, guardando al nuovo Mondo come a un’opportunità da cogliere al volo, che, ahimè, svanirà velocissimamente.




