Michael Mason si è ritirato dal mondo. Solo come un cane e con un cane, vive su un’isola scozzese, all’ombra di un faro e di un passato che immancabilmente ritorna. Dopo aver salvato dal naufragio la nipote del marinaio che ogni settimana gli consegna i viveri, Michael deve imparare a convivere di nuovo col mondo. Ma quando un gruppo di uomini armati sbarca sulla sua isola, è costretto a fuggire con Jesse, e proteggerla diventa la sua priorità. Dietro le quinte, intanto, l’ex capo dell’Intelligence britannica tira i fili.
La storia è nota, al punto che Jason Statham non si è affermato solo come una delle figure più riconoscibili del cinema d’azione, ma è diventato un sottogenere a sé stante. Innocuo all’apparenza ma formidabile al primo alito di vento, Jason Statham fa Jason Statham e noi lo amiamo per questo.
Lo amiamo così, ex soldato o mercenario, agente segreto o avventuriero, che a un certo punto esce dal suo anonimato per vendicare un’ingiustizia, proteggere un innocente e combattere orde di cattivi a mani nude (The Transporter, The Beekeeper, A Working Man…). Statham incarna una formula collaudata e apprezzata da un pubblico che preferisce la familiarità all’originalità, a patto che sia efficace. E Missione Shelter non delude. Ancora una volta la nostra star veglia su una ragazza testarda con un’abnegazione letale. E dio assista chi ha intenzione di ostacolarlo nell’impresa, perché Jason Statham non fa sconti e fa (tanto) male. A dirigerlo questa volta è Ric Roman Waugh, rinomato stuntman degli anni Ottanta e Novanta, passato dietro la macchina da presa un quarto di secolo fa (Snitch, Greenland…).
L’azione è la sua specialità e il risultato è energico, con un supplemento di atmosfera burrascosa e organica nel corso della prima mezz’ora collocata in un contesto insulare. Guardiano del faro e misantropo per necessità, non per vocazione, l’eroe di Statham è spazzato dal vento e provato dall’isolamento, che nasconde sotto la barba incolta e la flemma pulp. I limiti del film risiedono evidentemente nell’intercambiabilità degli ingredienti narrativi, ma non abbiamo nemmeno il tempo di pensarci troppo perché Missione Shelter non prevede pause, tempi morti o elementi superflui.
Soltanto inseguimenti folli e il carisma inossidabile di un attore che gioca l’eterna declinazione del suo Frank Martin (The Transporter). Con il volto impassibile, la testa sempre bassa e lo sguardo fisso, è un killer freddo e preciso, l’incarnazione di un combattente proveniente dall’inferno e sempre specializzato nell’uso delle armi. Il corpo è asciutto, allenato alle arti marziali, mai erotizzato e al servizio di una malinconia sorda, quella di chi sognava altre cose, ma fa quello che fa e lo fa bene. Quasi analogico e vicino agli eroi d’azione degli anni Ottanta, Statham evoca pure la spossatezza dei polizieschi americani degli anni Settanta, coi loro eroi esausti e consumati dal di dentro.




