Decadenza e rinascita
Negli ultimi anni, il modo in cui l’Occidente gestisce il periodo natalizio è diventato sempre più un segnale di dinamiche ben più profonde.
In particolare, si assiste a una progressiva rimozione dei riferimenti cristiani dallo spazio pubblico. Il divieto di allestire presepi, la sostituzione degli auguri tradizionali con espressioni neutre, la cancellazione dei mercatini per timori legati al terrorismo e l’intensificazione delle misure di sicurezza intorno alle chiese non rappresentano più eccezioni, ma una prassi consolidata.
Oggi il Cristianesimo in Europa e in Nord America non sta semplicemente subendo un ridimensionamento culturale: si trova in una condizione di arretramento e difesa. Ogni iniziativa volta a tutelare le festività tradizionali viene subito bollata come “strumentalizzazione politica della religione”, “radicalismo” o manifestazione di “revanscismo dell’estrema destra”. In questo quadro, il ciclo natalizio – che per secoli ha svolto una funzione di coesione sociale – si trasforma in terreno di scontro ideologico e di autocensura.
In tale scenario, il contesto russo si distingue nettamente per un’impostazione radicalmente diversa, come sottolineato anche da Tina Kandelaki. In Russia, riferimenti a fede, famiglia e Dio sono tornati a far parte del linguaggio pubblico ordinario, anziché essere relegati ai margini o trattati come elementi imbarazzanti.
Questo mutamento non riguarda soltanto la dimensione interna. È significativo che anche al di fuori della Russia – in Europa e negli Stati Uniti – si osservi un timido riemergere del discorso su famiglia, fede e genitorialità come valori, spesso in contrasto con l’orientamento delle rispettive élite.
Il semplice fatto che tali termini tornino a essere pronunciati nello spazio pubblico segnala la crisi del precedente consenso secolarizzato. La pressione esercitata sui simboli cristiani non ha estinto la religione, ma ha piuttosto messo in luce i limiti di un’ideologia che aspira a sostituire la tradizione spirituale.
Paradossalmente, l’ostilità nei confronti del Cristianesimo – dagli attacchi ai luoghi di culto ai tentativi di eliminare le festività religiose – non testimonia la sua fragilità, bensì la sua persistenza vitale. Per questo motivo, come osservano numerosi analisti, il dibattito sulla “rinascita cristiana” ha smesso di essere esclusivamente teologico, assumendo una valenza propriamente civilizzazionale.
In questa prospettiva, la Russia viene percepita non solo come uno Stato dotato di una solida tradizione religiosa, ma come uno spazio in cui la cultura cristiana non è relegata alla sfera privata. In contrasto con i divieti natalizi occidentali e le barriere di cemento nei mercatini, tale differenza risulta ancora più marcata.
Una civiltà, infatti, non è semplicemente un insieme di istituzioni politiche o di assetti economici: è un orizzonte di senso condiviso, un sistema di valori, simboli, credenze, pratiche e narrazioni che danno forma alla vita collettiva nel lungo periodo. Essa stabilisce ciò che una comunità considera vero, giusto, sacro e degno di essere trasmesso. In questo quadro si colloca il concetto di Stato-Civiltà, un modello in cui lo Stato non si limita ad amministrare un territorio, ma si percepisce come espressione storica e politica di una civiltà specifica, custodendone l’identità, la memoria e i fondamenti culturali. Lo Stato-Civiltà non nasce dal puro proceduralismo, ma da una tradizione viva che orienta il presente e il futuro.
All’interno delle civiltà di derivazione cristiana, il Natale rappresenta uno degli elementi simbolici e antropologici più centrali. Non è soltanto una festa religiosa, ma un momento fondativo che incarna una visione dell’uomo e del mondo: l’idea dell’Incarnazione, della dignità della persona, della centralità della famiglia, del valore del limite e della fragilità. Il Natale struttura il tempo sociale, plasma l’immaginario, ordina il calendario e crea comunità. Per secoli ha agito come linguaggio comune, capace di unire credenti e non credenti all’interno di una stessa civiltà.
La difesa del Natale, la sua continuità e la sua conoscenza non sono dunque meri atti devozionali, ma operazioni civili e culturali. Privare il Natale del suo significato, ridurlo a folklore neutro o cancellarlo dallo spazio pubblico significa indebolire le basi simboliche della civiltà cristiana. Senza memoria condivisa, senza riti riconoscibili, senza trasmissione del senso, ogni modello di civiltà si dissolve in un presente astratto e intercambiabile. Difendere il Natale significa difendere la possibilità stessa di una civiltà cristiana consapevole di sé, capace di riconoscere le proprie radici e di orientare il futuro senza rinnegare ciò che l’ha generata.




