Il presente articolo analizza l’evoluzione storica della dipendenza politica dalla colonia classica fino alla configurazione contemporanea dell’Occidente. A tal fine, viene introdotto il concetto di Stato amministrato per descrivere una forma specifica e storicamente determinata di dominazione politica emersa nella modernità tarda.
La subordinazione non è scomparsa, ma si è trasformata: dalle forme esplicite di dominazione esterna proprie dell’ordine coloniale, essa si è progressivamente riorganizzata in meccanismi interni di gestione tecnica. Il concetto di Stato amministrato consente di cogliere questa mutazione, descrivendo una forma politica nella quale la sovranità formale persiste, mentre la capacità effettiva di decisione risulta limitata da condizionamenti strutturali amministrati attraverso uno strato funzionale intermedio.
Tale trasformazione comporti una depoliticizzazione operativa dello Stato, nella misura in cui le decisioni fondamentali vengono sottratte al conflitto politico e ricodificate come necessità tecniche. In questo quadro, il lavoro solleva interrogativi cruciali sul futuro della governance orientata a fini collettivi e sulle condizioni di possibilità della sovranità politica nell’Occidente contemporaneo.
1. Introduzione: la mutazione funzionale dello Stato nella modernità tarda
Nella modernità tarda si è cristallizzata una forma di organizzazione statale che non può essere compresa adeguatamente né come un semplice indebolimento dello Stato né come una mera continuità delle sue funzioni classiche. Si tratta piuttosto di una mutazione funzionale: il passaggio da uno Stato concepito come istanza di decisione politica sovrana a uno Stato la cui funzione principale consiste nell’amministrare limiti strutturali previamente dati.
In questo contributo, tale forma viene definita Stato amministrato. Il termine non rimanda a una categoria giuridica formalizzata, bensì a un tipo ideale analitico, utile a cogliere una trasformazione centrale del potere politico contemporaneo: la progressiva sostituzione della logica del conflitto politico con quella della gestione tecnica (Weber, 1978; Rose, 1999).
L’ipotesi centrale è che questa forma statale rappresenti il punto di arrivo di un’evoluzione storica più ampia, nella quale la dipendenza politica cessa di manifestarsi come dominazione esterna visibile e viene incorporata come struttura interna del governo.
2. Dipendenza politica e trasformazione storica del potere
La dipendenza politica non deve essere interpretata né come un’anomalia né come una fase superata dello sviluppo statale, bensì come una relazione storica dinamica e mutevole. Nel corso del tempo, essa ha assunto forme diverse, progressivamente meno visibili e sempre più mediate da dispositivi istituzionali.
Questo processo non implica la scomparsa dello Stato, ma la sua riconfigurazione come istanza di implementazione piuttosto che di decisione (Poulantzas, 1978; Jessop, 2002). La traiettoria che va dalla colonia allo Stato amministrato rivela uno spostamento progressivo del controllo dall’esterno verso l’interno dell’apparato statale.
3. La colonia: dominazione diretta e assenza di mediazione
Nella colonia classica, la dipendenza politica si manifesta come dominazione diretta. Il potere è esercitato mediante occupazione territoriale, autorità esterna esplicita e violenza istituzionalizzata. Non esistono sovranità locale né autonomia decisionale. L’amministrazione coloniale funziona come strumento diretto del potere imperiale, privo di ambiguità o mediazioni (Mamdani, 1996).
In questa fase, la dipendenza è trasparente: il potere risiede all’esterno ed è esercitato dall’esterno.
4. Il protettorato: la legalizzazione della tutela
Il protettorato introduce una prima trasformazione formale. Lo Stato locale sopravvive, ma cede esplicitamente competenze centrali – difesa, politica estera, finanze strategiche – a una potenza tutelare. La dipendenza cessa di essere mera occupazione e si configura come subordinazione giuridicamente riconosciuta.
In questo contesto emerge uno strato amministrativo locale che media tra il potere esterno e la società interna. Tale strato non definisce i fini politici, ma traduce, implementa e stabilizza l’ordine imposto. Il controllo inizia così a operare attraverso lo Stato, e non esclusivamente su di esso.
5. Indipendenza formale e dipendenza strutturale
Con i processi di indipendenza nazionale, la dominazione coloniale appare formalmente superata. Vengono istituiti costituzioni, parlamenti e sistemi giuridici propri. Tuttavia, le strutture economiche, amministrative e produttive ereditate rimangono in larga misura intatte.
La dipendenza assume quindi una forma strutturale: lo Stato è sovrano sul piano giuridico, ma privo di un controllo effettivo sui principali parametri della decisione economica e politica (Cardoso e Faletto, 1979). La politica sopravvive, ma entro margini ristretti, progressivamente naturalizzati.
6. Lo strato funzionale intermedio: burocrazia e materializzazione del potere
L’elemento decisivo per comprendere la transizione verso lo Stato amministrato è il consolidamento di uno strato funzionale intermedio, composto da burocrazie tecniche, amministratori ed esperti. Questo strato non definisce i fini politici, ma esercita un controllo determinante su procedure, informazione e continuità istituzionale.
Come osserva Weber (1978), la burocrazia moderna costituisce il supporto materiale della dominazione legale-razionale. Il suo potere deriva dal sapere tecnico (Dienstwissen), dal controllo dei procedimenti e dalla sua stabilità rispetto alla volatilità del potere politico. In termini sistemici, tale strato riduce la complessità e traduce decisioni astratte in routine operative (Luhmann, 1995).
Col tempo, lo strato intermedio cessa di essere un mezzo neutrale e diventa il luogo effettivo di esercizio del potere.
7. Neocolonialismo e amministrazione del recinto
Nel corso del XX secolo, la dipendenza si esprime sempre più attraverso meccanismi indiretti: indebitamento, condizionamenti finanziari, pressioni multilaterali. Lo Stato conserva una certa capacità di azione, ma entro limiti sempre più stringenti.
In questo contesto, lo strato amministrativo si tecnicizza, si professionalizza e naturalizza i limiti strutturali. Il potere smette di impartire ordini diretti e passa a definire i parametri del possibile. La politica inizia così a confondersi con la gestione (Foucault, 2007).
8. Lo Stato amministrato: dipendenza internalizzata
Nell’ordine contemporaneo, la dipendenza raggiunge la sua forma più efficace. Lo Stato amministrato conserva le proprie funzioni formali – legislazione, imposizione fiscale, procedure elettorali – ma perde la capacità di decisione strategica. Non collassa perché lo strato funzionale intermedio ne garantisce l’operatività.
Le decisioni centrali si presentano come esigenze tecniche: obiettivi fiscali, regole monetarie, impegni pregressi. La sovranità non scompare, ma si svuota di contenuto sostanziale. La dipendenza non viene più imposta coercitivamente: viene amministrata.
9. Dalla dominazione esterna al controllo interno
Il tratto decisivo dello Stato amministrato è il trasferimento del controllo da un potere esterno visibile a meccanismi interni impersonali. La dominazione non ha più un soggetto chiaramente identificabile, ma si incarna in procedure, norme e criteri tecnici.
Questo spostamento produce una forma di potere strutturalmente anonima, nella quale il conflitto politico tende a dissolversi e la responsabilità a frammentarsi.
10. Lo Stato amministrato nello Spodocene: la gestione della rovina come forma di governo
Lo Stato amministrato non rappresenta la fine dello Stato, bensì la sua forma caratteristica nella modernità tarda. La sua funzione centrale non è più la costruzione di progetti collettivi, ma la gestione della complessità e del rischio.
La forma politica definita in questo lavoro come Stato amministrato trova la propria piena intelligibilità quando viene inscritta in una categoria storica più ampia: lo Spodocene. Questo concetto non designa semplicemente una fase tarda della modernità né una variante del collasso civilizzatorio, ma una condizione strutturale nella quale la vita sociale, politica e simbolica si organizza attorno alla gestione dei residui materiali, istituzionali e soggettivi prodotti da un metabolismo storico fondato sull’espansione, l’accumulazione e lo scarto.
Nello Spodocene, il problema centrale del potere non è più la produzione dell’ordine né la promessa di progresso, ma l’amministrazione della rovina.
Lo Spodocene come quadro teorico
A differenza di categorie come Antropocene o postmodernità, che enfatizzano rispettivamente l’impatto umano o la frammentazione culturale, lo Spodocene pone al centro la logica sistemica dello scarto: non solo rifiuti ambientali, ma anche eccedenze umane, istituzioni svuotate, promesse politiche esaurite e forme di vita rese sacrificabili.
Da questa prospettiva, lo Stato amministrato non appare come una deviazione patologica dello Stato moderno, ma come il suo adattamento funzionale a una civiltà che non può più espandersi senza distruggere le proprie condizioni di possibilità. La politica smette di orientarsi verso la costruzione del futuro e si ridefinisce come gestione del danno, contenimento delle crisi e ottimizzazione delle perdite.
Dal governo del progetto al governo del residuo
Nel quadro dello Spodocene, lo Stato amministrato esprime un passaggio decisivo: dal governo del progetto al governo del residuo. Là dove lo Stato moderno classico articolava ideali – progresso, integrazione, sviluppo, emancipazione – lo Stato amministrato opera su ciò che resta dopo il fallimento di tali orizzonti.
La sua razionalità non è trasformativa, ma termoregolativa: evitare il collasso totale, mantenere livelli minimi di funzionamento, amministrare tensioni sociali senza risolverle. In questo senso, la centralità della gestione dei rischi – economici, sanitari, ambientali, securitari – non è contingente, ma costitutiva dell’ordine spodocenico.
Il futuro non è più un orizzonte politico, ma una minaccia da mitigare.
Lo strato funzionale intermedio come dispositivo spodocenico
Lo strato funzionale intermedio – burocrazie tecniche, amministratori, esperti – assume nello Spodocene una funzione strutturale specifica: trasformare la rovina sistemica in normalità operativa. Questo strato non si limita a implementare decisioni, ma traduce il collasso in procedure, il limite in protocollo, la dipendenza in routine.
Da questa prospettiva, la depoliticizzazione operativa dello Stato non è un accidente né un tradimento ideologico, ma una condizione di sopravvivenza del sistema. Il conflitto politico aperto risulterebbe disfunzionale in un contesto in cui non esiste più un surplus materiale o simbolico da redistribuire. Lo Spodocene richiede, al contrario, amministrazione, contenimento e silenziamento dell’antagonismo.
Dipendenza matura e sovranità residuale
Iscritto nello Spodocene, lo Stato amministrato rappresenta la forma matura della dipendenza. Non si tratta più di una subordinazione imposta dall’esterno, ma di una dipendenza internalizzata come razionalità di governo. La sovranità persiste come forma giuridica, ma si svuota di capacità decisionale sostanziale.
In questo contesto, la politica si ridefinisce come gestione del limite, e la democrazia come procedura di legittimazione di decisioni che non vengono più prese nello spazio del dissenso collettivo, bensì in circuiti tecnici chiusi. La dipendenza non viene imposta perché non è più necessario: è stata incorporata nel funzionamento ordinario dello Stato.
Implicazioni critiche
Pensare lo Stato amministrato a partire dallo Spodocene consente di evitare due errori ricorrenti:
- La nostalgia sovranista, che immagina un ritorno possibile a forme statali precedenti senza considerare le condizioni strutturali che le hanno rese impraticabili.
- Il tecnocratismo rassegnato, che accetta la gestione come unica razionalità possibile e chiude la politica come orizzonte.
Lo Spodocene non annulla la politica, ma ne innalza la soglia di difficoltà. Recuperare la politica non significa restaurare promesse passate, bensì interrompere la naturalizzazione dell’amministrazione dello spossessamento, riaprendo il conflitto là dove è stato chiuso in nome della tecnica.
Conclusione
Lo Stato amministrato non rappresenta la fine dello Stato, bensì la sua forma storicamente determinata nella modernità tarda. Lungi dal segnare una semplice riduzione del potere politico, esso esprime una trasformazione della sua modalità di esercizio: dalla decisione sovrana orientata a fini collettivi alla gestione tecnica di limiti strutturali dati.
Inserito nel quadro dello Spodocene, lo Stato amministrato appare come la forma politica di una civiltà che ha esaurito le proprie narrazioni di progresso e che sopravvive amministrando le conseguenze materiali, istituzionali e simboliche di tale esaurimento. In questo contesto, la funzione centrale dello Stato non è più la costruzione del futuro, ma la gestione della complessità, del rischio e della rovina.
La dipendenza politica, in questa configurazione, non viene più imposta dall’esterno né legittimata attraverso rapporti di forza espliciti. Essa è internalizzata come razionalità di governo, incorporata nei dispositivi amministrativi e tradotta in procedure che rendono la subordinazione operativamente invisibile. La sovranità persiste come forma giuridica, ma si svuota di contenuto decisionale sostanziale; la democrazia sopravvive come procedura, mentre il conflitto politico viene neutralizzato attraverso la sua ricodificazione tecnica.
Comprendere lo Stato amministrato non implica accettarlo come destino storico inevitabile. Significa, piuttosto, riconoscere che qualsiasi progetto politico emancipatorio contemporaneo dovrà confrontarsi non solo con poteri visibili o vincoli esterni, ma con una architettura amministrativa del limite che trasforma la dipendenza in normalità e la gestione in senso comune governamentale.
Nello Spodocene, la dipendenza non si impone più attraverso la coercizione diretta. Si amministra, si naturalizza e si riproduce come razionalità ordinaria del governo.




