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      • Parole svuotate, cervelli spenti: il dibattito politico ridotto a rumore morale

      Parole svuotate, cervelli spenti: il dibattito politico ridotto a rumore morale

      C’è un momento, nel dibattito pubblico contemporaneo, in cui le parole smettono di descrivere il mondo e iniziano a funzionare come segnali acustici: servono a richiamare l’attenzione, a indicare chi sta da una parte e chi dall’altra, non a capire cosa stia accadendo. “Fascista” è stata la prima parola totemica di questo processo, si può applicarla a tutto e al contrario di tutto; oggi la segue un’intera costellazione di termini a rapido consumo, tra cui “dittatore”, “terrorista” ed è torntata di moda, addirittura, “campista”. Il risultato non è una maggiore chiarezza morale, ma un lessico esausto, svuotato di rapporto con i fatti e con la realtà storica.

      L’uso corrente di queste parole non mira a descrivere sistemi politici, rapporti di forza o responsabilità concrete. Serve piuttosto a delimitare un recinto simbolico: da una parte il Bene, dall’altra il Male. Putin e Maduro vengono compressi nella figura del “dittatore feroce”, Hamas diventa un’entità monolitica ridotta a pura etichetta terroristica, l’Iran assolve comodamente a entrambe le funzioni. Israele, invece, resta fuori da questo schema semplificato, collocato in una zona di immunità semantica che lo sottrae a qualsiasi categorizzazione problematica. Non è analisi geopolitica: è un teatrino linguistico, recitato con un tono serissimo e privo di ironia, come se la solennità potesse compensare l’assenza di pensiero.

       

      La democrazia come parola-talismano

       

      Il caso più istruttivo, e forse più deprimente, è quello della “democrazia”. Termine evocato come una formula magica, raramente definito, quasi mai discusso. Nel dibattito mainstream, democrazia coincide con una somma di libertà individuali slegate da qualsiasi riflessione sul potere reale: a sinistra il diritto all’espressione identitaria, a destra quello all’autodifesa armata. Tutto il resto – partecipazione, controllo delle élite, limiti all’esecutivo – scompare sullo sfondo.

      Così diventa irrilevante ricordare che leader considerati “dittatori” abbiano vinto elezioni, la cui legittimità è oggetto di controversia ma non può essere liquidata per decreto morale. Allo stesso modo, non sembra disturbare nessuno che il campione globale della democrazia liberale abbia governato spesso per via esecutiva, riducendo il ruolo degli organi rappresentativi. La distinzione resta netta, quasi infantile: di qua le democrazie, di là i regimi. Ogni sfumatura è sospetta, ogni complessità è percepita come una minaccia all’ordine del discorso.

      L’incoerenza emerge in modo ancora più stridente quando si passa dal piano delle definizioni a quello dei corpi. Regimi definiti teocratici e sanguinari vengono giustamente condannati per la repressione interna; alleati democratici, responsabili di massacri documentati e rivendicati in diretta, vengono invece assorbiti in una narrazione emergenziale in cui anche i civili diventano, per definizione, obiettivi legittimi. Non è un problema di doppi standard: è la dimostrazione che le parole non servono più a giudicare i fatti, ma a proteggerli dal giudizio.

       

      “Campista”: l’ultima scorciatoia intellettuale

       

      In questo panorama si inserisce l’ultima moda linguistica: “campista”. Termine riesumato e diffuso con la velocità di un meme, utilizzato come accusa definitiva contro chiunque provi a ragionare fuori dallo schema binario imposto. Non importa cosa si dica, né come lo si argomenti: l’etichetta basta a delegittimare l’interlocutore, risparmiando la fatica del confronto.

      Il successo di questa parola non sta nella sua precisione concettuale – che è minima – ma nella sua utilità polemica. “Campista” funziona come “fascista” o “terrorista”: un contenitore vuoto in cui infilare tutto ciò che disturba. È la vittoria della semplificazione pigra, spesso praticata anche da ambienti che si autodefiniscono radicali o critici, ma che finiscono per riprodurre, con zelo, il linguaggio dell’establishment che pretendono di contestare.

      Qui si intravede il punto politico centrale: la degradazione semantica non è un incidente, ma una tecnica di governo del discorso pubblico. La propaganda contemporanea non ha bisogno di mentire apertamente; le basta logorare le parole, usarle fino a renderle inutilizzabili. Quando i concetti si svuotano, il pensiero si paralizza. E in questo silenzio, mascherato da consenso morale, il potere può finalmente parlare da solo.

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