Alberto Palmiero ha 27 anni, ha frequentato la scuola di regia e realizzato alcuni cortometraggi. Ora vorrebbe cimentarsi con il primo lungometraggio su un supplente di Fiumicino e partecipa a una sessione di pitch per autori under-30 al Venice Production Bridge della Mostra del cinema. Il produttore indipendente Gianluca Arcopinto lo avvicina e gli allunga il suo biglietto da visita, dichiarandosi interessato al suo progetto. Tornato a Roma, Alberto gli invia il soggetto ma non ottiene risposta, e dopo sette mesi di inutile attesa decide di tornare al suo paese in provincia di Caserta, abbandonando il sogno di fare il regista perché “non è cosa”. I suoi genitori vogliono che si attivi per mettere a fuoco un progetto di vita, ma Alberto si accontenta di lavoretti occasionali in attesa di capire cosa vorrà fare del suo futuro. Di certo non vuole emigrare, al Nord o all’estero, come gran parte degli amici con cui è cresciuto, né partecipare a concorsi per raccomandati o prendere inutili lauree.
Tienimi presente è la fotografia della realtà per i moltissimi giovani che in Italia, e soprattutto in provincia e nel Sud, non hanno alcuna opportunità lavorativa e finiscono per sentirsi “stranieri ovunque”: nel luogo in cui sono cresciuti, ma anche in quelli dove si sono dovuti trasferire nella speranza di un futuro professionale.
Il film, scritto, diretto e interpretato dallo stesso Alberto Palmiero, è una sorta di documentario della sua situazione personale, e sembra erede del primo Nanni Moretti, con una punta dell’ironia malinconia autobiografica alla Gianni Di Gregorio. La sua narrazione è costellata di messaggi “subliminali, come il cartello “credito a nessuno”, la scritta “rialzati” o il titolo del convegno “Cinema oltre la buccia”. “Siete il nostro futuro”, gli dice una spettatrice dopo aver visto un suo corto, e le sue parole suonano come una crudele ironia.
“E tu nella vita che stai facendo?” diventa per Alberto la domanda più temibile, perché non solo non ha una risposta, ma non ne ha nemmeno alla domanda più grande “Chi sei?”, dato che non è riuscito a svolgere il mestiere che aveva scelto.




