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      • Cannoniere o navi da spettacolo? La marina statunitense non è in grado di sostenere una guerra prolungata con l’Iran

      Cannoniere o navi da spettacolo? La marina statunitense non è in grado di sostenere una guerra prolungata con l’Iran

      Una potente forza navale è ora concentrata dal Mar Mediterraneo all’Oceano Indiano a supporto dei continui attacchi contro la Repubblica Islamica dell’Iran e comprende due portaerei, sei navi d’assalto anfibie e 19 incrociatori e cacciatorpediniere. Proprio questa settimana, il presidente Donald Trump ha dichiarato che avrebbe reintrodotto il blocco dei porti iraniani, mentre gli attacchi statunitensi contro obiettivi costieri e insulari sono proseguiti senza sosta.

      Per quanto tempo la Marina statunitense potrà mantenere questa flotta schierata in un teatro operativo?

      Il solo fatto che ci poniamo questa domanda evidenzia il visibile declino della potenza marittima americana. Nel 1945, con oltre 6.000 navi, la Marina degli Stati Uniti era una vera e propria potenza marittima globale. Oggi, circa 80 anni dopo, la flotta è così ridotta che gli americani dubitano, in silenzio, della sua capacità di sostenere le operazioni contro l’Iran, che sono state peraltro riprese.

      Un rinnovato blocco navale, anche uno sbarramento più lontano, nel Mar Arabico, comporta un prolungamento del ritmo operativo per navi e personale. Le navi che sono state impiegate nella zona di operazioni da febbraio e che vi sono state dispiegate per un totale di 10 mesi o più, devono essere ritirate e sostituite.

      Mantenere un numero così elevato di navi nell’area di responsabilità del CENTCOM significa che la Marina può concentrarsi esclusivamente su una singola regione, rinunciando di fatto alla sua portata globale.

      Che cosa è successo? Tre cose.

      Innanzitutto, la flotta ha perso le sue navi. Nel 1945 la Marina degli Stati Uniti contava 6.768 navi, un numero sufficiente per diversi decenni. Persino durante la guerra del Vietnam, la flotta superava ancora le 900 unità. Tuttavia, verso la fine degli anni ’70, il numero si era ridotto a circa 450. Con la ripresa dell’era Reagan, la flotta era risalita fino a quasi 600 navi. Con la fine della Guerra Fredda, era però iniziata una lunga fase di declino.

      Oggi, l’ordine di battaglia utile della Marina statunitense è di circa 180 navi: portaerei (CVN), navi anfibie a ponte grande (LHA/LHD, LSD/LPH), sottomarini d’attacco (SSN) e cacciatorpediniere lanciamissili (DDG). Come importante contrappunto, la Marina dell’Esercito Popolare di Liberazione cinese (PLAN) ora ha più navi da battaglia degli Stati Uniti.

      Le navi da guerra della flotta americana sono grandi e potenti ma non sono adeguatamente affiancate da navi per le necessarie missioni ausiliarie, come pattugliamento, scorta e sminamento. La ormai famigerata Littoral Combat Ship (LCS) era stata progettata per soddisfare questa esigenza e, negli ultimi 20 anni, ne sono state costruite 35. Ora vengono dismesse, alcune nuovissime. Come aveva detto il deputato Adam Smith (democratico dello Stato di Washington), allora presidente della Commissione per i Servizi Armati della Camera nel 2022: “Non possiamo usarle, innanzitutto perché non sono pronte per fare nulla. In secondo luogo, quando lo sono, si guastano comunque“.

      Pertanto, la Marina degli Stati Uniti non è più una flotta equilibrata.

      In secondo luogo, una flotta in contrazione significa meno navi in ​​mare. È una regola empirica consolidata che servono tre scafi per mantenerne uno schierato all’estero. In periodi di alta tensione e crisi, le navi vengono tenute in mare il più a lungo possibile per garantire una potenza di fuoco navale sufficiente a soddisfare un comandante in capo esigente, placare degli alleati preoccupati e, presumibilmente, “scoraggiare” gli avversari. La USS Abraham Lincoln, ad esempio, era stata schierata nel novembre 2025 e ora si trova nel Mar Arabico da oltre 210 giorni senza aver fatto scalo in porto: un record per la Marina.

      Il risultato: navi preziose che si usurano e che vengono poi mandate a spegnere incendi su incengi, finché non si rompono.

      Inoltre, quando, usurate e danneggiate, finalmente tornano a casa, non ci sono abbastanza posti per ripararle e rimetterle in funzione. Le strutture di manutenzione sono così limitate che le ultime revisioni dei sottomarini hanno richiesto fino a otto anni per essere completate; un sottomarino a propulsione nucleare, l’USS Boise, è stato demolito dopo 10 anni di riparazioni. Erano stati spesi 800 milioni di dollari e il lavoro era completato solo al 25%! La situazione è così grave che il 40% della flotta sottomarina della Marina non può essere impiegata a causa di colli di bottiglia nella manutenzione e dell’incompetenza degli appaltatori. Eppure i sottomarini hanno la massima priorità. La situazione è ben peggiore per la flotta di superficie.

      Un sistema di manutenzione e riparazione inefficiente rende una flotta già di per sé ridotta ancora più piccola.

      Il terzo fattore che mina silenziosamente la Marina è il più facile da trascurare. È anche la più grande minaccia per il futuro della Marina: la stanchezza e il demoralizzazione dei suoi marinai. Le lunghe missioni all’estero, soprattutto quelle che si protraggono continuamente, minano il morale sia del marinaio che della famiglia che lo attende a casa.

      Il viceammiraglio Phil Wisecup (in pensione) lo sa bene. Quando era responsabile della pianificazione della Marina negli anni ’90, era stato coautore di uno studio che raccomandava di limitare le missioni della Marina a sei mesi, con sole eccezioni urgenti. La Marina aveva adottato questo standard. Poi, nel clima di crisi che si era diffuso a Washington dopo l’11 settembre, lo studio era stato semplicemente accantonato.

      Ormai da un quarto di secolo, la Marina degli Stati Uniti opera in condizioni di guerra, almeno per quanto riguarda il dispiegamento delle navi. È come rivivere la Seconda Guerra Mondiale, quando le navi venivano inviate attraverso il Pacifico per non tornare in patria fino alla fine del conflitto; o la guerra del Vietnam, quando le portaerei venivano tenute nel Golfo del Tonchino fino allo sfinimento, per poi tornare in patria per un mese di riposo e recupero, solo per ritornare subito in zona di guerra.

      In ogni caso, quegli esempi di combattimento prolungato ad alta intensità erano durati solo pochi anni. Sottoporre i marinai a tali sollecitazioni per 25 anni di fila significa spingerli al limite, fino a costringerli ad abbandonare la carriera militare. Come per i cacciatorpediniere e le navi anfibie impegnate nel blocco navale nel Mar Arabico, le missioni di 10 mesi sono la norma per la Marina.

      L’esempio emblematico di questo fenomeno è quello della più recente e imponente portaerei nucleare americana: la USS Gerald Ford. È diventata la quintessenza dell’esaurimento e della demoralizzazione dell’equipaggio prima di concludere la sua missione da record di 11 mesi in Medio Oriente (da giugno 2025 a maggio 2026).

      La USS Ford, costata 3 miliardi di dollari, è la prima nave di una nuova classe, dotata di nuovi sistemi (catapulte elettromagnetiche e dispositivi di arresto, nuovi radar, nuovi elevatori per munizioni, ecc.), tra cui un nuovo sistema di smaltimento dei rifiuti umani tramite aspirazione. L’integrazione di così tanti sistemi prematuri in un’unica nave ha comportato 20 tecnologie all’avanguardia e 20 potenziali punti di guasto. È stata definita “un monumento a tutto ciò che non va nella Marina degli Stati Uniti“. Quando i bagni si erano rotti, anche l’equipaggio era crollato. Il 12 marzo di quest’anno è scoppiato un enorme incendio nella lavanderia della nave, che molti ritengono sia stato appiccato deliberatamente, che ha posto fine all’odissea. Dal Mar Rosso, dove era stata di stanza per tanti mesi durante le guerre contro l’Iran e gli Houthi, è riuscita a raggiungere Creta per le riparazioni per poi fare ritorno a casa.

      Cosa si può fare?

      A prescindere da quanto denaro venga speso (nel 2017 si stimava che una flotta di 355 navi sarebbe costata più di 3 trilioni di dollari per la costruzione e la manutenzione; oggi sarebbe una cifra ben maggiore), non si intravede una strada percorribile per ampliare la flotta in meno di trent’anni. L’ambizioso piano di modernizzazione della “Golden Fleet”, che mira a portare il numero di navi a 450, richiede almeno 267 miliardi di dollari solo per l’avvio, secondo quanto dichiarato dalla Marina a maggio. Un’esortazione iniziale non è una soluzione.

      Eppure, gli analisti osservano che, “nonostante il raddoppio del budget per la costruzione navale in due decenni, le dimensioni della flotta non sono aumentate in modo significativo“. Il Piano di costruzione navale del 2026 parla a gran voce di “cambiare il modo in cui facciamo affari” e di “garantire la responsabilità“, ma queste parole si scontrano con 50 anni di metodi consolidati, privi di qualsiasi responsabilità. Inoltre, la politica aspra e conflittuale degli Stati Uniti non è l’ideale per un’espansione sostenuta, e rovinosamente, costosa della flotta.

      È probabile che la Marina continui ad operare con la sua flotta arrugginita e sovraestesa, e con un po’ di fortuna eviti un ulteriore calo del numero di navi. Forse, col tempo, la modernizzazione dei cantieri navali migliorerà i programmi di manutenzione e riparazione. Tuttavia, la Marina dovrà prima o poi fare i conti con la realtà dei limiti della sua potenza navale.

      Quindi, per quanto riguarda la domanda: possiamo mantenere la flotta al largo dell’Iran? La risposta breve è sì, ma. La Marina statunitense è pienamente in grado di schierare un nutrito gruppo di navi da guerra di ultima generazione in qualsiasi punto degli oceani del mondo e di mantenervelo, tramite rotazione, per tutto il tempo necessario. Tuttavia, è importante capire: questa è la nuova norma massima della Marina. La Marina, come negli anni ’20 e ’30, è di nuovo una forza con una missione specifica; può andare in un luogo e fare qualcosa. Però non è più la vera potenza marittima globale che era durante la Seconda Guerra Mondiale e la Guerra Fredda.

      Inoltre, anche le sue capacità operative sono limitate. Quella flotta di alto livello nell’area di competenza del CENTCOM – composta da 27 grandi navi – non è in grado di esporsi a pericoli. Qualunque cosa faccia, non può permettersi di perdere navi preziose. Semplicemente non ce ne sono abbastanza, e non c’è sufficiente capacità per ripararle rapidamente in caso di danni in battaglia.

      La dura realtà della limitata potenza navale americana è lampante. Può schierare una flotta di modeste dimensioni al largo di una costa straniera e mantenerla lì, ma non può permettersi di entrare in un vero e proprio conflitto.

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