C’era molto in ballo nel viaggio di Trump in Cina, ampiamente pubblicizzato, come dimostra il fatto che Trump aveva portato con sé i vertici di tutte le principali industrie statunitensi, presumibilmente per raggiungere una sorta di storico “grande accordo” con la superpotenza orientale in ascesa.
Ma, sebbene il viaggio abbia generato una certa immagine positiva e Trump e la sua cerchia siano apparsi perlopiù ben educati e si siano comportati in modo più educato e corretto rispetto alle visite ad altri stati vassalli, a quanto pare nessuno degli obiettivi è stato raggiunto. Trump si è inchinato a Xi e, anche se Xi lo ha ricevuto con un modesto rispetto, il leader cinese ha apertamente definito gli Stati Uniti una “potenza in declino” di fronte a Trump, che, in modo volgare, ha incolpato nientemeno – indovinate chi? – Biden:
Trump ha affermato che si stavano concludendo “fantastici accordi commerciali”, citando l’acquisto da parte della Cina di 200 aerei Boeing e altri beni di lusso, anche se tutti i dettagli sono rimasti scarsi, vaghi e astratti, come ormai è consuetudine nei vertici di Trump.
Dal post sopracitato:
Nessuno parla di cosa si è effettivamente mosso e cosa no.
→ La Cina ha accettato di acquistare 200 aerei Boeing, un numero inferiore ad alcune aspettative pre-viaggio.
→ È stata creata una nuova finestra di dialogo, ma non sono state apportate modifiche strutturali vincolanti.
→ La tregua commerciale prosegue, ma non si è giunti ad una soluzione sulle principali divergenze relative al modello economico.
→ Sono arrivati segnali su un’apertura tecnologica, ma i chip avanzati restano bloccati
→ I rapporti personali sono migliorati, ma Taiwan e la competizione strategica rimangono invariate.
In realtà, gli unici vantaggi sembrano essere dalla parte della Cina, dato che, subito dopo, Trump ha attenuato la sua retorica su Taiwan, lasciando intendere ai giornalisti che gli Stati Uniti non dovrebbero intervenire perché Taiwan è un minuscolo scoglio a 9.000 miglia di distanza e che, in ogni caso, la Cina detiene tutti i vantaggi della situazione.
Il piano accennato da Trump, tuttavia, è un buon piano, almeno per gli Stati Uniti: cedere agli USA tutto ciò che ha valore a Taiwan, in particolare la TSMC, e lasciare il resto alla Cina. Si tratta di un piano di vecchia data, di cui avevamo già discusso in passato, e un modo naturale per spartire Taiwan tra le superpotenze. Detto questo, è evidente che la TSMC ha già tentato di stabilire linee di produzione negli Stati Uniti, con risultati finora altalenanti, per ragioni note.
In realtà, la visita di Trump in Cina è apparsa come una disperata richiesta di intervento cinese nella vicenda Iran-Hormuz, nella speranza che la firma di eventuali accordi potesse dare a Trump un po’ di visibilità positiva, contrastando il pessimo riscontro mediatico degli ultimi tempi. Come sempre, lo spettacolo ha creato un’immagine apparentemente positiva, ma priva di sostanza. La vera vincitrice in termini di immagine è stata la Cina, mentre il mondo assisteva ad una “super squadra” di Trump dall’aria disperata che si prostrava ai piedi di Xi nella flebile speranza di ottenere una o due concilianti benedizioni.
Durante la visita, Trump è apparso particolarmente insicuro e desideroso delle lodi e dell’attenzione di Xi. Ciò è stato evidenziato da un momento imbarazzante, in cui Trump ha pensato di essere l’unico destinatario di un particolare trattamento di favore da parte cinese, salvo poi scoprire che Putin l’aveva già ricevuto prima di lui:
Trump voleva sentirsi importante dopo l’invito di Xi a Zhongnanhai (la sacra sede centrale cinese), quindi ha chiesto se vi fossero stati invitati altri leader mondiali.
Xi gli ha risposto che era un evento raro… ma che Putin l’aveva visitata diverse volte.
Politico ha poi ripreso la notizia:
Il presidente Donald Trump arriva a Pechino in un ruolo a cui non è abituato: quello di un supplicante che chiede favori.
“È un vertice che si sta rimpicciolendo”, ha affermato Zack Cooper, ex assistente del vice consigliere per la sicurezza nazionale durante l’amministrazione di George W. Bush, una persona che incontra regolarmente funzionari dell’amministrazione e cinesi. “È abbastanza chiaro che il team di Trump si trova in una posizione molto difficile ed è molto probabile che Trump si rechi a Pechino preoccupato e indebolito”.
Molti altri media hanno espresso opinioni simili:
AlterNet: “Il già odiato Trump sta diventando ancora più detestato e indebolito dopo il suo viaggio in Cina”.
Xi Jinping ha criticato Trump sulla questione di Taiwan, mentre Trump non ha ricevuto alcun aiuto sull’Iran o su qualsiasi altra questione, nonostante le sue ripetute lodi nei confronti del presidente cinese.
Indebolito dalla guerra di logoramento in Iran, Trump ha invitato i leader di aziende tecnologiche come Elon Musk e Tim Cook per colloqui su intelligenza artificiale e risorse minerarie, ma è tornato a mani vuote e senza alcun risultato nel campo dell’intelligenza artificiale, dell’Iran o di Taiwan.
Il viaggio di Trump ha trasformato ancora una volta gli Stati Uniti in zimbello sulla scena internazionale, dimostrando come stia indebolendo il proprio Paese e rafforzando il suo rivale, la Cina.
Dall’articolo sopra riportato, questa parte risultava certamente vera per chiunque avesse assistito all’insolito e smisurato sfogo di Trump:
Quando Trump è arrivato in Cina, ha detto a Xi: “Lei è un grande leader. Lo dico a tutti: lei è un grande leader. A volte alla gente non piace che lo dica, ma lo dico comunque perché è vero. Dico solo la verità.”
Si è profuso in elogi smisurati: “È un onore essere con lei. È un onore essere vostro amico.”
Il leader cinese non ha ricambiato gli elogi.
In nessun momento Xi ha definito Trump un grande presidente, né ha riconosciuto alcuna sua qualità personale positiva. Xi non aveva intenzione di mentire sulla scena mondiale, né di permettere al suo popolo di vederlo inchinarsi a Trump con falsi elogi. I cittadini cinesi avevano deriso Trump al suo arrivo con meme diventati virali, usando sarcasticamente il soprannome Chuan Jianguo, “costruttore della nazione”, per riferirsi a Trump e alle sue politiche sconsiderate negli Stati Uniti e nei confronti degli alleati europei, insinuando che avessero contribuito a costruire la nazione cinese.
Anche Putin ha in programma una visita in Cina nei prossimi giorni; ma, diciamocelo, se fosse Putin a trascinarsi dietro una schiera di supereroi, composta dai più importanti magnati dell’industria e imprenditori tecnologici russi, in Occidente il gesto verrebbe ampiamente interpretato come quello di un Putin intimorito e disperato che “svende il suo Paese” alla Cina nella speranza di risollevare la sua economia “malata e in declino”. Quando lo fa Trump, il fatto viene salutato come una sorta di traguardo storico e epocale, nonostante Trump si sia comportato in modo insolitamente docile e pacato alla presenza di Xi.
E, a differenza della visita di Trump, nell’agenda del vertice Putin-Xi c’è qualcosa di interessante:
Putin e Xi Jinping firmeranno una dichiarazione sull’instaurazione di un mondo multipolare e di un nuovo tipo di relazioni internazionali, ha affermato Ushakov.
“È previsto che Vladimir Putin e Xi Jinping adottino un altro documento, direi concettuale: una dichiarazione congiunta sulla formazione di un mondo multipolare e di un nuovo tipo di relazioni internazionali”, ha detto Ushakov ai giornalisti, aggiungendo che firmeranno anche una dichiarazione congiunta sul rafforzamento del partenariato strategico tra i due Paesi.
Nuovamente contro l’Iran
Ora che è tornato a casa, molti indizi suggeriscono che Trump rilancerà la guerra contro l’Iran.
Trump è immediatamente tornato alla sua solita retorica roboante riguardo alle giustificazioni per continuare la guerra. Qui, lui e Sean Hannity hanno una discussione seria sulla rimozione della “polvere” che Trump sostiene essere così importante da richiedere la ripresa della guerra:
Stranamente, Trump sembra suggerire che non sarebbe “davvero importante” recuperare la “polvere” di uranio in cui i suoi B-2 avrebbero presumibilmente convertito il combustibile nucleare iraniano, ma lo farebbe solo per ragioni di pubbliche relazioni, per togliersi di torno le “fake news”. Ancor più stranamente, afferma che, se gli Stati Uniti se ne andassero ora, l’Iran impiegherebbe 25 anni per ricostruire il proprio sistema nucleare – riferendosi, presumibilmente, alla sua industria nucleare. Quindi, perché tutta questa isteria intorno alla “imminente” capacità dell’Iran di creare una bomba atomica da parte della sua stessa amministrazione?
A quanto pare Trump sta usando la sua solita tattica di crearsi molteplici e contraddittorie “vie d’uscita” per salvare la faccia, giusto per ogni evenienza. Se fosse costretto a ritirarsi dall’Iran nel prossimo futuro, dopo aver fallito nel tentativo di costringerlo alla capitolazione con la forza e le intimidazioni, avrebbe la scusa pronta di aver comunque reso “inoperativa” per 25 anni la loro industria nucleare. Ma, se pensasse di avere una possibilità di ottenere maggiore gloria mediatica, resterebbe in gioco con la speciosa giustificazione che questa “polvere” che si sforza di sminuire e minimizzare sia in qualche modo di fondamentale importanza. È il tipico, goffo gioco di prestigio da showman in declino, ormai evidente a tutti.
La rivista National Interest, fondata dal patriarca neoconservatore Irving Kristol, ha addirittura proposto che sia giunto il momento per gli Stati Uniti di ritirarsi completamente dal Golfo Persico:
L’articolo afferma chiaramente fin dall’inizio che la presenza degli Stati Uniti nel Golfo non è più una “forza stabilizzatrice”, bensì un elemento di provocazione che alimenta quel tipo di tensione destabilizzante contro cui pretende di difendersi:
La presenza militare di Washington nel Golfo non funge più da forza stabilizzatrice, la giustificazione apparente della sua presenza.
Ciò comporta un rischio crescente di escalation in una regione da tempo stanca dell’instabilità. Le basi americane sono una manifestazione di non neutralità e rendono i Paesi ospitanti potenziali parti attive in qualsiasi conflitto in cui gli Stati Uniti decidano di intervenire nella regione.
L’autore sottolinea che gli Stati Uniti hanno oltrepassato una sorta di punto di non ritorno per quanto riguarda il mantenimento del proprio impero:
Il ” Limite di Ferguson “, teorizzato dallo storico Sir Niall Ferguson, indica il punto in cui gli imperi non sono più in grado di sostenere i costi dell’imperialismo. Secondo questa teoria, un impero inizia a declinare quando spende di più per il servizio del debito che per il bilancio della difesa. Gli Stati Uniti hanno raggiunto questo punto nel 2024. Anche se la richiesta di bilancio di 1.500 miliardi di dollari da parte del Dipartimento della Difesa aumenterebbe significativamente la spesa per la difesa, a lungo termine non farebbe altro che incrementare il debito pubblico statunitense.
L’autore chiede agli Stati Uniti di ritirarsi dal Golfo, concludendo in modo cupo e conciso:
Il Golfo non può più ospitare una presenza statunitense permanente e l’America non è più in grado di garantirla.
È interessante notare come tutti i pilastri del neoconservatorismo si siano espressi in una netta condanna di una guerra che un tempo era la loro santa idea fissa, il compimento di quel grande sogno neoconservatore iniziato con la biblica impresa del PNAC di “rovesciare sette regni in cinque anni”, come riportato da Wesley Clark.
La ragione più probabile è che il neoconservatorismo e le varie istituzioni globaliste che lo sostengono sono essenzialmente un braccio del monopolio finanziario globale governato da banchieri che ora vedono i segnali premonitori: le disavventure di Trump in Medio Oriente stanno rovesciando l’egemonia di quel dollaro che aveva sostenuto per gran parte del secolo scorso il loro vasto e complesso sistema parassitario. Le monarchie del Golfo si stanno auto-organizzando in nuove strutture che escludono gli Stati Uniti, e ciò preannuncia un futuro in cui sia il petrodollaro che il dollaro in generale perderanno la loro sacra indispensabilità.
Un esempio concreto:
Fonti diplomatiche hanno riferito che l’Arabia Saudita ha discusso l’idea di un patto di non aggressione tra gli stati mediorientali e l’Iran nell’ambito dei colloqui con gli alleati su come gestire le tensioni regionali una volta terminata la guerra tra Stati Uniti e Israele contro la Repubblica islamica.
In particolare, gli Stati del Golfo temono, sin dall’inizio della guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran, di ritrovarsi sulla soglia di casa un regime islamico ferito e ancor più intransigente una volta terminato il conflitto e ridotta la consistente presenza militare americana nella regione.
Il Financial Times osserva che persino l’Europa appoggia questa idea:
I mesi di guerra hanno creato un nuovo senso di urgenza tra gli stati arabi e musulmani, spingendoli a ripensare le proprie alleanze e l’apparato di sicurezza della regione.
Molte capitali europee e le istituzioni dell’UE appoggiano l’idea saudita e hanno esortato gli altri Paesi del Golfo a sostenerla, hanno affermato i diplomatici. La considerano il modo migliore per evitare futuri conflitti e fornire a Teheran garanzie che anche l’Iran non subirà attacchi.
Quanto tempo passerà prima che tutta l’Europa e gli stati arabi riconoscano Israele come la principale forza destabilizzante in Medio Oriente, responsabile di aver trascinato il mondo in una spirale di caos, anziché l’Iran?
La spinta di Trump verso un punto culminante nella saga iraniana non fa altro che accelerare l’inevitabile, ovvero il nascente nuovo quadro internazionale che sta prendendo il posto del fallimentare ordine di governo guidato dagli Stati Uniti e sostenuto dalle Nazioni Unite, noto anche come “sistema basato sugli inganni” – lo stesso sistema su cui Putin e Xi firmeranno una dichiarazione tra pochi giorni.
“Casualmente”, la stella nascente dell’Iran, Mohammad Bagher Ghalibaf, è stato appena nominato rappresentante speciale dell’Iran per gli affari cinesi. Ed è quindi del tutto appropriato che queste siano state le sue parole subito dopo aver accettato l’incarico:




