Da quando la storia ha iniziato a essere scritta, il mondo non ha conosciuto un solo giorno di pace universale. I conflitti si sono succeduti come onde ininterrotte, trasformando la pace in un’aspirazione spesso irraggiungibile, un’illusionale scia luminosa inseguita da generazioni, mentre la guerra rimaneva la costante, cruda realtà, di fronte a questo scenario millenario, sorge la necessità di smontare queste due parole, di trasformarle in acronimi, non come semplice esercizio stilistico o retorico, ma per evidenziare la profonda differenza concettuale tra i due stati e, soprattutto, per indicare una soluzione che solo noi possiamo realizzare guardandoci dentro.
Analizzando PACE e GUERRA attraverso le loro radici etimologiche, i nuovi significati acronimici e la loro espressione nella storia dell’arte, emerge un affresco drammatico e al contempo salvifico della condizione umana, ciò che rende straordinarie queste due parole è la loro assoluta universalità: non conoscono confini geografici, barriere linguistiche o epoche storiche, in ogni angolo del pianeta e in ogni secolo, PACE e GUERRA hanno rappresentato i due magneti attorno ai quali ha orbitato l’intera esperienza antropologica, sociale e spirituale dell’umanità.
PACE: L’Accordo Tradito e la Via di Fuga Interiore
Il termine deriva dal latino Pax, che originariamente non indicava semplicemente l’assenza di conflitto, ma un “accordo fissato”. La radice indoeuropea pak-/pag- significa infatti “conficcare”, “piantare” o “fissare” (la stessa da cui derivano parole come palo, pagina e patto). Per gli antichi Romani, la pace era un atto giuridico e sacro: si “battevano i paletti” per delimitare i confini dei diritti e fermare l’aggressione. Era un patto stabile, una condizione di armonia costruita attivamente.
Tuttavia, la storia ci mostra che questi patti esterni sono stati sistematicamente infranti, rendendo la pace politica un’illusione effimera, è proprio per superare questo fallimento storico che l’acronimo P.A.C.E. (Preghiera, Amore, Conoscenza, Estasi) assume un valore rivoluzionario. Se la pace esterna è un’illusione, la soluzione risiede nel trasformare il “patto fissato” nel terreno in un “patto vivente” nel cuore, questo viaggio attivo dell’anima si scompone in quattro stadi fondamentali:
• P – Preghiera (Il Contatto): Se la pace esterna fallisce, la preghiera diventa l’unico rifugio reale, è l’atto di connettersi con il Divino o con la propria dimensione interiore, aprendo il cuore a una forza superiore, è il momento in cui si riconosce di non essere soli e si cerca l’armonia iniziale. Nella pittura, la postura raccolta di Maria nel chiostro silenzioso de L’Annunciazione del Beato Angelico rappresenta questo ascolto profondo: la rinuncia al rumore del mondo per accogliere una dimensione trascendente, l’incontro con l’angelo simboleggia l’Amore come forza che dissolve la separazione tra cielo e terra. L’architettura ordinata e luminosa del dipinto riflette perfettamente il significato etimologico di Pax: un’armonia stabile e “fissata” nello spirito.
L’arte russa trova il suo culmine nella PACE interiore attraverso l’icona ‘Trinità (o Ospitalità di Abramo) di Andrej Rublëv (1411 circa) è forse la più alta espressione visiva di Amore e Preghiera. I tre angeli, disposti in un cerchio perfetto, comunicano in un silenzio sacro che esclude ogni conflitto, non c’è ego, non c’è inizio né fine: solo una comunione eterna. Rublëv utilizza colori tenui e linee circolari per guidare lo spettatore verso l’Estasi contemplativa, offrendo una risposta spirituale al caos del mondo, l’icona diventa così il “patto fissato” di pace interiore che il mondo esterno non può dare.


Trinità (o Ospitalità di Abramo) di Andrej Rublëv (1411 circa)
A – Amore (La Forza Motrice): Dal contatto interiore si sprigiona l’Amore universale, inteso come energia attiva e unificante che dissolve l’odio, la paura e la separazione e permette di vedere l’altro come parte inscindibile del sé, trasformando la relazione con il mondo da conflittuale a collaborativa. Questo concetto si ritrova nell’opera “Il Bacio” di Gustav Klimt (1907-1908), non è solo il ritratto di due amanti, ma la rappresentazione di una forza cosmica.
I due corpi, avvolti in un mantello dorato pieno di simboli e motivi che richiamano l’arte bizantina e le antiche civiltà, sembrano dissolversi l’uno nell’altro. L’oro non è solo un materiale prezioso, ma rappresenta l’eternità e il sacro: l’amore qui diventa una forza universale che trascende l’individuo. Nell’affresco della Cappella Sistina,”La Creazione di Adamo” di Michelangelo (1508-1512) , il contatto quasi impercettibile tra le dita di Dio e Adamo non è solo il dono della vita, ma la scintilla dell’anima e dell’intelletto, l’atto d’amore supremo che pone l’essere umano in connessione con il divino è ‘amore universale inteso come amore di Dio per l’umanità (e viceversa).


C – Conoscenza (La Consapevolezza): L’amore conduce alla Conoscenza (Gnosis), intesa non come nozionismo accademico, ma come comprensione intuitiva e profonda delle leggi dell’universo e dell’animo umano, è il risveglio della coscienza che permette di distinguere l’essenziale dal superfluo e di comprendere il senso della propria esistenza e del proprio percorso.
Questa consapevolezza trova la sua massima espressione ne La Scuola di Atene di Raffaello Sanzio, (1509) dove la pace viene rappresentata come l’ordine razionale e intellettuale di una “repubblica delle menti”. L’edificio ideale che accoglie i filosofi dimostra che la conoscenza non è una speculazione isolata, ma un dialogo polifonico in cui tesi opposte si armonizzano nella ricerca della Verità superiore.
Al contrario, per comprendere l’unione primordiale dell’uomo con il Creato, la coscienza deve spogliarsi dell’egoismo antropocentrico: nel dipinto Il sogno di Franz Marc, l’armonia tra uomo, animali e natura si fa panteismo puro. Il significato recondito risiede nella fusione empatica universale: la figura umana addormentata non domina il paesaggio, ma è immersa in una visione in cui leoni, cavalli e piante condividono la stessa vibrante linfa vitale. Per Marc, il mondo umano era corrotto, e solo la risonanza spirituale con gli altri esseri viventi poteva restituire la Conoscenza della verità originaria, trasformandosi in una forma di pacifica comunione cosmica.



• E – Estasi (Il Culmine): L’Estasi è il traguardo finale della coscienza, uno stato di gioia suprema e di unione mistica con il Tutto che si rende totalmente indipendente dalla realtà materiale, è la “Pace” realizzata nella sua forma più alta, dove l’individuo sperimenta la libertà assoluta dallo spirito. Questa totale liberazione interiore si manifesta visivamente nelle forme libere e nei colori fluttuanti di Composizione X di Wassily Kandinsky: qui l’artista azzera ogni legame con l’universo figurativo tangibile – spesso fonte di divisione e conflitto – per dimostrare che l’estasi è una vibrazione pura dell’anima, una sinfonia interiore che risuona anche in mezzo alle macerie della storia.
Nella tradizione mediorientale, questa unione mistica si fa spazio fisico nella Moschea di Nasir al-Mulk (Shiraz, XIX secolo, nota come la “Moschea Rosa” ), dove l’opera monumentale acquisisce significato attraverso l’esperienza emotiva del fedele: nella tradizione islamica sciita e sufi, la pace è vibrazione di luce e colore, un riflesso dell’estasi divina. La luce del sole che filtra attraverso le vetrate colorate trasforma lo spazio in un caleidoscopio cangiante, simboleggiando la frammentazione dell’io che si ricompone nell’unità divina.
È la rappresentazione fisica dell’acronimo PACE: un “patto fissato” (Pax) di luce che dissolve le ombre dell’egoismo, invitando il fedele a una Conoscenza intuitiva del divino attraverso la bellezza effimera del colore. Nelle culture dell’Estremo Oriente, questo culmine si traduce infine nell’accettazione consapevole del flusso universale: ne La Grande Onda di Hokusai, il significato recondito risiede nel contrasto tra la fragilità dei marinai e l’immensità della natura. Non vi è lotta o sottomissione, bensì la quiete spirituale di chi impara a fondersi con il movimento dell’universo anziché contrastarlo.
Quest’opera non è un’immagine di distruzione, ma di Estasi dinamica, di fronte alla potenza dell’oceano, le barche e gli uomini non combattono, ma si fondono con il movimento, è la Conoscenza intuitiva della propria piccolezza che genera un’armonia superiore, una quiete nel cuore della tempesta.
In questa visione trasversale, la pace non è, pertanto, un evento storico da attendere, ma un’ascesa spirituale accessibile a ogni essere umano, indipendentemente dalla latitudine.


GUERRA: L’Invasione del Caos e la sua Realtà nell’Arte
Contrariamente a Pace, la parola italiana Guerra non deriva dal latino Bellum (il conflitto ordinato e geometrico delle legioni, legato a duellum). Il termine deriva invece dal germanico Werra, il cui significato originale è “mischia”, “confusione”, “zuffa disordinata” o “groviglio” (dalla radice indoeuropea wers-, “avviluppare”).
Le invasioni barbariche imposero l’idea della guerra come caos puro, un avvilupparsi violento dove non ci sono regole, ma solo distruzione reciproca. Il latino Bellum fu abbandonato dalle lingue romanze anche per la sua troppa somiglianza con Bellus (“bello”), rifiutando inconsciamente l’idea di una “guerra bella”.
L’acronimo GUERRA (Genocidio, Uccisione, Egoismo, Realtà, Rovina, Apparenza) descrive con precisione ciò che è accaduto nei millenni. L’arte, in questo caso, non abbellisce ma denuncia, mostrandoci il volto vero di ogni termine dell’acronimo:
• G – Genocidio (La Negazione dell’Altro): la volontà sistematica di cancellare un intero gruppo umano. Rappresenta la perdita totale dell’empatia e la riduzione dell’essere umano a un ostacolo da eliminare, è la massima espressione della disumanizzazione, dove la diversità non è accettata ma temuta e distrutta. In Guernica di Pablo Picasso (1937), il significato storico e politico si fonde con quello esistenziale: l’annientamento indiscriminato della popolazione civile inerme si fa urlo universale contro la barbarie tecnologica. Le figure sfigurate, il bambino morto, il cavallo trafitto agonizzante, il toro esprimono visivamente la rottura di ogni ordine morale e il tentativo brutale di cancellare l’identità di un intero popolo. Picasso crea un caos visivo in bianco e nero dove non c’è colore, non c’è speranza, non c’è ordine, ma c’è solo la frammentazione totale dell’essere umano, il risultato finale di un conflitto nato dall’egoismo e consumato nell’illusione, dove la totale assenza di colore simboleggia lo spegnimento della vita e la tabula rasa della cultura.
Nella monumentale serie de I Disastri della Guerra di Francisco Goya, il genocidio abbandona le retoriche celebrative per farsi cronaca spietata e seriale: il significato delle sue 82 incisioni risiede nella demistificazione radicale dell’evento bellico, mostrato come una sequenza infinita di stupri, mutilazioni ed esecuzioni di massa in cui non esistono fazioni giuste, ma solo una comune e bestiale perdita di umanità.


U – Uccisione (L’Atto Distruttivo): La concretizzazione fisica dell’odio. Se il genocidio è il piano, l’uccisione è l’esecuzione singola e ripetuta che spezza il sacro filo della vita. Trasforma il conflitto da ideologico a biologico, riducendo persone a corpi senza vita e famiglie a lutti eterni. Ne Il 3 maggio 1808 di Goya, il significato profondo dell’opera risiede nello sradicamento di qualsiasi epopea militare: l’uccisione viene spogliata di ogni alone romantico o cavalleresco.
Mostrando il corpo martoriato in primo piano e l’uomo in camicia bianca terrorizzato, Goya esalta la sacralità della singola vita spezzata, evidenziando l’irrimediabile ingiustizia dell’atto omicida. Käthe Kollwitz nella xilografia Il Sacrificio (Das Opfer, 1922-1923) che fa parte del ciclo Guerra, mostra che la prima vittima emotiva della guerra è l’identità della madre. Viene privata del suo istinto primario (proteggere la vita) e costretta, dallo Stato e dal patriottismo, a diventare l’agente della morte del proprio figlio, è una rovina morale, un lavaggio del cervello che la fa sentire colpevole e complice. non mostra un campo di battaglia, ma una stanza buia. Una madre nuda, con i capelli sciolti che sembrano ali di un angelo caduto, stringe un bambino piccolo al petto, ma lo sta offrendo, quasi spingendolo verso un’oscurità incombente.


E – Egoismo (La Radice Interiore): Il motore psicologico inconscio che alimenta i conflitti, esasperando la dicotomia distruttiva tra il “noi” e il “loro” per giustificare la sopraffazione in nome di una presunta superiorità e come necessaria per la propria sopravvivenza È l’incapacità di vedere oltre i propri interessi, la propria nazione o la propria ideologia, ignorando il valore della vita altrui. Questo egoismo disumanizzante è incarnato visivamente nel plotone d’esecuzione di Goya, dove i soldati, privi di volto e allineati come ingranaggi di un automa, significano l’annullamento della coscienza individuale sottomessa al potere imperiale. L’egoismo geopolitico delle nazioni che sacrificano intere generazioni al fronte viene denunciato con disperato sarcasmo da Otto Dix
Ne I giocatori di Skat: il significato profondo della tela risiede nella satira spietata della classe dirigente e dei reduci altolocati dell’epoca, mostrati come grotteschi assemblaggi di carne infetta e protesi meccaniche. Giocando a carte in un caffè, essi incarnano l’egoismo cinico di una società che continua a perpetuare i propri rituali borghesi ignorando l’orrenda mutilazione morale e fisica provocata dal conflitto globale.

R – Realtà (La Cruda Verità): La guerra strappa via ogni idealizzazione romantica. La Realtà è il fango, il sangue, la paura, l’orrore biologico e la distruzione concreta che rimane dopo che la propaganda è finita. È il confronto brutale con le conseguenze irreversibili delle azioni umane, senza filtri né gloria. Se La Libertà che guida il popolo di Eugène Delacroix si apre con l’Apparenza epica della figura allegorica che sventola la bandiera, il vero significato semantico dell’opera risiede nella sua brutale onestà compositiva: Delacroix non nasconde la Realtà dei cadaveri spogliati, lividi e ammassati in primo piano sui ciottoli delle barricate. L’ideale patriottico viene così costretto a fare i conti con la carne macellata, ricordandoci che ogni conquista astratta si fonda su una verità fisica tragica e non idealizzabile

R – Rovina (Il Risultato Finale): Ciò che resta alla fine: città distrutte, economie collassate, generazioni perdute e traumi indelebili. La rovina non è solo materiale, ma spirituale e culturale. È il fallimento della civiltà che, invece di costruire, dedica tutte le sue energie ad rovina sociale e demografica descritta da Max Ernst – “L’Europa dopo la pioggia II” (1940-1942): Dipinto durante la Seconda Guerra Mondiale, è una delle rappresentazioni più inquietanti della distruzione. Ernst usa la tecnica del décalcomanie per creare un paesaggio che sembra una città dopo un bombardamento, ma anche un corpo putrefatto o una superficie lunare. Le macerie sembrano ossa calcificate, non c’è un edificio riconoscibile, solo la “morte geologica” del continente europeo.

A – Apparenza (L’Illusione Iniziale):
Il grande inganno collettivo dell’onore di facciata, della difesa di confini fittizi e della promessa di una vittoria rapida e gloriosa, è la maschera che nasconde la vera natura del conflitto (genocidio e rovina), convincendo gli uomini a morire per illusioni create da altri. Questa maschera ideologica trova il suo fulcro visivo nel tricolore sventolato nella tela di Delacroix: l’apparenza romantica dell’eroismo sprona gli uomini all’azione, ma funge da paravento estetico per nascondere la reale e imminente scomposizione dei corpi nel fango. L’apparenza è l’illusione ottica creata dal potere per convincere i singoli individui a sacrificare la propria reale esistenza biologica in nome di astrazioni create artificialmente da altri.
In sintesi, questo acronimo descrive la guerra come un ciclo di inganno e distruzione: nasce da un’Apparenza nutrita dall’Egoismo, si manifesta attraverso Genocidio e Uccisione, ci sbatte in faccia una terribile Realtà e ci lascia solo Rovina. È l’esatto opposto del percorso di luce proposto dall’acronimo PACE.
Concludo questo excursus sulle parole guerra e pace con un pensiero di Paramahansa Yogananda che invita a riflettere sul ruolo della spiritualità e della comprensione reciproca. Yogananda sottolinea come la vera pace nasca dalla trasformazione interiore e dal superamento dell’egoismo, preferendo l’uso dell’intelligenza per esplorare i misteri della vita anziché per creare distruzione.
«Quando esseri umani dalle mentalità diverse si incontrano, animati da uno spirito di amicizia, l’armonia, la pace, la comprensione e la collaborazione regnano in ogni attività della vita. Mai prima d’ora la pace è stata più necessaria, se pensiamo a tutte le sventure che affliggono questa nostra Terra. Sono convinto che le guerre continueranno ad esistere finché non diventeremo tutti così spirituali da renderle inutili, grazie all’evoluzione della nostra natura individuale, a prescindere dalle reciproche differenze. Se grandi anime come Gesù, Krishna, Buddha e Maometto si incontrassero, non ricorrerebbero mai ai mezzi della scienza per distruggersi a vicenda: dove esiste la comprensione, regna la pace. Perché gli esseri umani sentono la necessità di combattere? Il potere delle armi non evoca la saggezza e non ha mai portato a una pace stabile. La guerra è simile ad una sostanza velenosa che si insinua nell’organismo: quando il corpo è avvelenato dalle tossine deve in qualche modo liberarsene, ed ecco perché ci ammaliamo. Analogamente, quando l’egoismo raggiunge un livello molto elevato nel sistema internazionale, scatena nel mondo la malattia della guerra. Molti esseri umani vengono uccisi, poi segue una breve tregua; ma la guerra ritorna, e continuerà a tornare fino a quando non sarà eliminata l’ignoranza e ogni uomo non diventerà un perfetto cittadino del mondo. Dio ci ha dato l’intelligenza e ha stabilito che vivessimo in un ambiente nel quale abbiamo il dovere di usarla. L’universo è simile ad un guscio: ognuno di noi è un pulcino che si muove al suo interno. Ma che cosa c’è oltre il guscio della materia? Che cosa c’è oltre le sue tre dimensioni? Dobbiamo penetrare nello spazio e conoscere il funzionamento di quel mondo dal quale ha avuto origine la Terra. Dobbiamo usare la nostra intelligenza per studiare i misteri della vita e per esplorare i segreti che il Padre Celeste ha nascosto nella natura. Quanto sarebbe meglio impiegare l’intelligenza per questo fine, invece di creare strumenti di guerra sempre più potenti e distruttivi! Dobbiamo servirci della nostra intelligenza per vivere in pace.» — Paramahansa Yogananda




