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      • La cassaforte digitale d’Occidente è Israele: per questo nessuno la critica

      La cassaforte digitale d’Occidente è Israele: per questo nessuno la critica

      Trovo alquanto inutile nascondersi dietro a personaggi squalificati e teppistici come Ben Gvir e Smotrich dei quali ho già abbondantemente parlato in alcuni post pregressi, quando ancora la stampa mainstream dormiva e li ignorava. L’idea balzana di creare misure mirate per colpire uno dei ministri importanti del governo Netanyahu (il ministero della Sicurezza Nazionale corrisponde più o meno al nostro Ministero dell’ Interno), smarcandoli dall’insieme del governo in carica, sa di ipocrisia e lascia il tempo che trova.

      La Francia, comunque ha già dato il ben servito al feroce Panciuto kippato che peraltro non si muove mai dai suoi insediamenti. Non credo sia tipo da voler visitare i Champs Elysées con la sua mogliettina. Il video abilitato dallo stesso Itamar Ben Gvir sui prigionieri della Flotilla (in realtà dei “sequestrati” al largo di Cipro) incaprettati e inginocchiati, sospinti a forza con violenza (e sembra pure, che non manchino abusi sessuali) ha già fatto il giro del mondo, suscitando orrore, indignazione e riprovazione. Ma ecco il punto…. Noi inorridiamo solo quando ci toccano i nostri mentre la coscienza occidentale è assopita quando si tratta di altri popoli, anche se vicini. E’ forse normale che ci siano fronti di guerra proibiti alla stampa, come è avvenuto per Gaza?

      Ricordo che durante le guerre in Vietnam, la stampa faceva il suo dovere di documentare e dare regolarmente conto di quanto avveniva nei teatri di guerra, anche i più rischiosi. La faccio breve.

      E’ grazie a quel mostruoso video messo sui social dallo stesso Ben Gvir, se ora possiamo chiederci attoniti: “Beh se fanno così ad un paese alleato, chissà cosa ne passano quei poveri palestinesi in materia di torture, di abusi sessuali, di omicidi mirati sui bambini, su donne e su vecchi, ecc.” E non è ancora finita, perché c’è il rischio Libano che sta subendo un processo di “palestinizzazione” (leggi: di martirio) della sua popolazione civile.

      Dobbiamo ancora una volta fare spallucce e girarci dall’altra parte? O prendere per buona la scusa dell’Hezbollah sciita nel tessuto libanese, come se non sapessimo che Israele dispone della più potente intelligence del mondo e che se volesse, è in grado di procurare “omicidi selettivi” sulle dirigenze sciite risparmiando sofferenza per la popolazione civile libanese?

      E allora si fa largo il sospetto che il Libano del Sud possa servire ad allargare i territori dello stato ebraico e a costruire la Grande Israele. Tutto questo sconquasso di fronti bellici aperti, ci fa dimenticare che nel frattempo, il governo Netanyahu e i suoi scherani ne approfittano per annettersi la Cisgiordania, attraverso violenze, vessazioni, ingiustizie clamorose contro i poveri agricoltori e pastori inermi di quei luoghi, ad opera di coloni armati fino ai denti. Mentre vanno avanti costruzioni su costruzioni vessatorie che chiamano col nome edulcorato di “insediamenti”.

      Ma torniamo a noi. Mi ha colpito l’impassibilità del governo israeliano quando Meloni ha sospeso il 14 aprile scorso, il memorandum di collaborazione militare tra Italia e Israele, formalizzato poi dal Ministro della Difesa Crosetto con una lettera al suo omologo israeliano Katz. Dal canto suo, Israele minimizza. A dirlo all’Ansa è stato il portavoce del ministero degli Esteri israeliano, il quale ha aggiunto che la sospensione del memorandum ”non danneggerà la sicurezza di Israele”, lasciando altresì capire che è l’Italia ad aver bisogno di Israele e non viceversa. Qui tutti i dettagli relativi alla sospensione del citato memorandum.

      Ma c’erano stati antefatti assai sgradevoli (i nostri soldati della missione Unifil ripetutamente colpiti, e prima ancora gli episodi contro i cristiani di Terra Santa e il divieto di accedere ai luoghi santi del Patriarca Latino durante i riti pasquali) che la Meloni non poteva ignorare. Ho raccolto un po’ di articoli e di materiali circa l’annosa questione dei rapporti commerciali, industriali e militari con Israele: tanti nel corso dei vari governi avvicendatisi, forse troppi! A mio parere, il punto più delicato e sensibile è rappresentato dal problema della cyber-sicurezza. Mi viene in soccorso un’inchiesta de L’Espresso dello scorso anno, dal titolo “Israele la cassaforte digitale dell’Occidente: ecco perché nessuno lo critica mai veramente”.

      Se c’è una cosa che i governi occidentali, Italia inclusa, sembrano voler evitare con ogni mezzo è uno scontro diretto con Israele. Anche quando l’evidenza dei fatti — dai bombardamenti su Gaza agli attacchi alle missioni umanitarie — renderebbe legittime domande scomode, la reazione ufficiale resta cauta, sfumata, o del tutto silente. Non è solo una questione di geopolitica o di rapporti storici. È anche — e forse soprattutto — una questione di infrastrutture digitali. Perché negli ultimi vent’anni, Israele è diventato la “cassaforte informatica” dell’Occidente: è nei software israeliani che girano, si archiviano e si proteggono alcune delle informazioni più sensibili di governi, ministeri, forze dell’ordine e servizi segreti europei. Una sorta di “scatola nera”, insomma.

      Israele ha costruito nel tempo un ecosistema tecnologico militare unico al mondo, frutto dell’intreccio tra università, esercito e intelligence. È dal reparto di élite del Mossad per la cyber–intelligence, considerata la “Silicon Valley della guerra digitale” che provengono molto spesso fondatori e dirigenti di decine di startup e colossi dell’hi-tech che sviluppano strumenti di sorveglianza, intercettazione, profilazione e controllo dei dati venduti ai governi occidentali sotto forma di “sicurezza nazionale”.

      Senza dimenticare poi quei software capaci di trasformare un semplice smartphone in un microfono permanente senza lasciare traccia (numerosi giornalisti italiani e non, ne sanno qualcosa). Fatti che dimostrano al mondo quanto sia sottile il confine tra protezione e spionaggio. Dopo i recenti scandali, il problema non è scomparso: è solo diventato più invisibile.

      Ci sono Paesi che usano prodotti israeliani per gestire dati classificati. Se volessero, gli israeliani avrebbero la mappa completa delle vulnerabilità digitali dell’intero continente europeo. Non è detto che lo facciano, ma è tecnicamente possibile. E questo basta e avanza per tenere tutti i governi occidentali in silenzio.

      Anche l’Italia è parte di questa rete invisibile. Alcune procure italiane, reparti speciali e persino alcune aree dei servizi si affidano a piattaforme israeliane per la gestione dei dati d’indagine, intercettazioni, riconoscimenti biometrici e attività forensi digitali. I contratti spesso sono coperti da vincoli di riservatezza. Ma il flusso di tecnologia va in una sola direzione: da Israele a Roma, Berlino, Parigi, Madrid.

      “Chi possiede le chiavi dei software ha il potere di monitorare ciò che accade. Anche nei governi alleati”, racconta un esperto di Intelligence. “La vera forza di Israele oggi non è solo militare: è digitale. E nessuno vuole mettersi contro chi può potenzialmente accedere a tutto, anche agli elementi più nascosti e riservati”.

      Mettiamoci dentro anche gli accordi industriali, le collaborazioni tra intelligence, i programmi di formazione congiunti, missioni Nato e partecipazioni incrociate tra fondi sovrani e aziende private, con l’obbiettivo di sentirsi ed essere indispensabili, specie per chi ha potere e lo esercita verso quei paesi che sono partiti in ritardo sul piano delle tecnologie e della digitalizzazione, come è appunto l’Italia.

      “Ma la tecnica non è neutrale. Chi controlla gli strumenti con cui si acquisiscono prove, si aprono cellulari, si aggirano protezioni e si analizzano dati personali, controlla una quota reale del potere coercitivo dello Stato. Se questi strumenti vengono da un ecosistema che ha fatto della fusione tra sicurezza, guerra, intelligence e mercato una strategia nazionale, allora il problema non è solo tecnologico. Diventa un problema di democrazia, di controllo pubblico e di autonomia della giurisdizione.” (fonte: La Fionda).

      In conclusione, questa partnership cibernetica non è affatto paritetica, ma si tratta di una subordinazione funzionale da parte italiana dalla quale non sarà facile affrancarsi.

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