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      • La droga come tecnologia di potere

      La droga come tecnologia di potere

      La droga non è soltanto una sostanza. Non è nemmeno solo una merce illegale, un problema sanitario o una devianza criminale. Nella storia moderna, la droga ha funzionato come una tecnologia di potere: uno strumento capace di aprire mercati, finanziare guerre, distruggere comunità, giustificare apparati repressivi e rendere possibili interventi su intere società.

      Nello Spodocene -l’era dei residui materiali, sociali e simbolici prodotti da una civiltà organizzata intorno allo scarto- la droga occupa un posto particolarmente rivelatore. Non appare soltanto come causa di degradazione, ma come strumento per amministrarne gli effetti. Là dove il sistema produce popolazioni eccedenti, territori abbandonati e comunità frantumate, la droga agisce come anestesia, economia informale, meccanismo di cattura e pretesto di controllo.

      Un caso recente permette di osservare con chiarezza questa logica: la pressione esercitata dagli Stati Uniti per designare il Primeiro Comando da Capital -PCC- e il Comando Vermelho come organizzazioni terroristiche. Secondo quanto riportato da Reuters, l’amministrazione statunitense comunicò a funzionari brasiliani che stava valutando di procedere con tale designazione, dopo le iniziative di Flávio Bolsonaro e di altri settori dell’opposizione di destra.[^1] Il governo di Luiz Inácio Lula da Silva respinse la misura per timore di sanzioni, interventi extraterritoriali e lesioni alla sovranità nazionale.[^2] Sebbene la designazione non sia ancora stata formalizzata -e potrebbe anche non esserlo-, la minaccia produce già effetti disciplinari sulla politica interna brasiliana.

      Questo meccanismo non deve essere letto soltanto come una risposta alla criminalità organizzata. È anche uno spostamento concettuale: il reato si trasforma in minaccia strategica; la polizia cede il passo all’intelligence; la cooperazione giudiziaria viene sostituita da sanzioni, pressione finanziaria e possibilità di azione militare o di intelligence oltre i confini nazionali.

      Il Brasile non è l’unico caso in cui questa logica viene sperimentata, anche se occorre evitare generalizzazioni indebite. Non funziona ovunque allo stesso modo. Ogni territorio ha la propria storia, la propria struttura istituzionale e le proprie forme specifiche di violenza. Tuttavia, in contesti diversi si possono osservare modelli ricorrenti.

      In Messico, i governi recenti hanno resistito alle pressioni per accettare designazioni terroristiche unilaterali contro i cartelli, sebbene Washington abbia mantenuto tale minaccia come strumento di pressione. A differenza del Brasile, il Messico porta con sé decenni di militarizzazione interna, alimentata da schemi di cooperazione come l’Iniziativa Mérida e, successivamente, l’Intesa del Bicentenario. Lì esiste già un’infrastruttura di sicurezza fortemente integrata nella logica statunitense. Nel gennaio 2025, un ordine esecutivo ha rafforzato l’orientamento di Washington verso la possibile designazione delle organizzazioni del narcotraffico come minacce terroristiche straniere.[^3]

      In Colombia, dal Plan Colombia fino a oggi, la categoria di “narcoterrorismo” si è istituzionalizzata precocemente. La designazione di organizzazioni come le FARC-EP, a suo tempo, e l’ELN è stata legata al loro finanziamento attraverso il narcotraffico. Ma il caso colombiano presenta un elemento assente in Brasile: un conflitto armato interno di lunga durata, che ha dato a quella categoria una base politica e militare specifica.

      In Afghanistan, durante l’occupazione statunitense, l’oppio è stato combattuto, tollerato o subordinato a priorità tattiche a seconda del momento. I rapporti del SIGAR -Ispettore Generale Speciale per la Ricostruzione dell’Afghanistan- hanno documentato le contraddizioni della politica antidroga statunitense in quel paese.[^4] La differenza essenziale è che lì gli Stati Uniti agivano come potenza occupante, non semplicemente come attore esterno che esercitava pressione su un governo sovrano.

      Questi casi mostrano che la tecnologia di potere della droga si applica in modo eterogeneo. Tuttavia, il modello si ripete: l’esistenza di economie illegali legate alla droga serve a giustificare gradi crescenti di intervento esterno, militarizzazione interna, sorveglianza finanziaria e subordinazione politica.

      La domanda centrale, dunque, non è soltanto chi traffica, chi consuma o chi reprime. La domanda decisiva è un’altra: quale regime di potere la droga permette di costruire.

       

      1. La droga come merce imperiale

      Prima di essere reato, la droga fu commercio; prima di essere commercio, fu arma.

       

      Il primo momento storico è quello della droga come strumento di apertura imperiale. Il caso paradigmatico fu l’oppio in Cina nel XIX secolo. La Gran Bretagna utilizzò il commercio dell’oppio prodotto nell’India coloniale per correggere il proprio deficit commerciale con la Cina e forzare l’apertura dei mercati. Quando lo Stato cinese cercò di frenare quella penetrazione, fu punito militarmente.

      Le Guerre dell’Oppio -1839-1842 e 1856-1860- non furono un episodio marginale, ma una rivelazione brutale del legame tra droga, mercato e potere. La sostanza funzionò come merce redditizia, ma anche come arma di degradazione sociale. Servì a spezzare resistenze interne, imporre trattati diseguali -come il Trattato di Nanchino del 1842-, aprire porti e consolidare enclave coloniali come Hong Kong.[^5]

      Prima formula: la droga come chiave per aprire le società al mercato imperiale.

      Non si tratta di tracciare una linea causale diretta tra l’oppio britannico e le attuali politiche degli Stati Uniti. Ciò che persiste non è un piano unico né una continuità meccanica, ma un repertorio di pratiche: apertura forzata, uso delle economie illegali come leva, degradazione sociale trasformata in opportunità strategica e subordinazione dei territori attraverso l’amministrazione del danno.

       

      2. La droga come economia di guerra

      Nelle zone grigie dell’impero, l’illegalità smette di essere anomalia e diventa metodo.

       

      Il secondo momento è quello della droga come economia clandestina della geopolitica. Nel XX secolo, specialmente durante la Guerra fredda, il narcotraffico non fu soltanto perseguito dagli Stati; fu anche tollerato, manipolato o strumentalizzato quando serviva a obiettivi strategici.

      Il caso dei Contras nicaraguensi, negli anni Ottanta, resta uno dei più discussi. Il rapporto Kerry del Senato statunitense documentò legami tra reti di sostegno ai Contras e circuiti del narcotraffico.[^6] Anni dopo, il rapporto dell’Ispettore Generale del Dipartimento di Giustizia non provò una cospirazione globale, ma riconobbe carenze, omissioni e zone di tolleranza istituzionale nell’indagine su quei collegamenti.[^7] Non si tratta, dunque, di sostenere una teoria cospirativa chiusa, ma di riconoscere una tolleranza funzionale: quando determinate reti illegali servivano obiettivi geopolitici, la loro persecuzione poteva diventare selettiva.

      Un altro esempio si trova in Afghanistan durante l’occupazione sovietica e la successiva guerra civile. Diversi studi hanno segnalato come attori armati legati alla resistenza mujaheddin abbiano partecipato a economie connesse all’oppio mentre ricevevano sostegno esterno nel quadro del confronto antisovietico.[^8] La droga si inserì così in un’economia di guerra più ampia, attraversata da servizi di intelligence, alleanze regionali e finanziamento clandestino.

      La droga diventa in questo modo combustibile dei conflitti. Finanzia attori armati, corrompe istituzioni, distrugge economie locali e crea territori ingovernabili. Poi quegli stessi territori vengono presentati come prova del fatto che occorrono più intervento, più militarizzazione e più tutela esterna.

      Seconda formula: la droga come economia di guerra e decomposizione amministrata.

       

      3. La droga come dispositivo interno di controllo sociale

      Quando il sistema espelle popolazioni, poi le recupera sotto forma di punizione.

       

      La droga non opera soltanto sui paesi periferici. Agisce anche all’interno delle società centrali. Negli Stati Uniti, le epidemie di crack, eroina, metanfetamine e oppioidi sintetici hanno prodotto vere e proprie geografie dell’abbandono.

      Quartieri come il South Side di Chicago, il Bronx o East Los Angeles sono stati devastati dalla combinazione di deindustrializzazione, disoccupazione, droga, incarcerazione di massa e militarizzazione della polizia. La cosiddetta “guerra contro la droga”, dichiarata da Richard Nixon nel 1971 e approfondita dalle amministrazioni successive, contribuì alla crescita straordinaria della popolazione carceraria, con un impatto sproporzionato sulle comunità afroamericane e latine.[^9]

      Il risultato non fu soltanto una crisi sanitaria, ma una forma di governo della marginalità. Le comunità espulse dal sistema produttivo furono reincorporate sotto forma di punizione, sorveglianza, prigione o mercato illegale. Come ha mostrato il sociologo Loïc Wacquant, lo Stato penale sostituì parzialmente lo Stato sociale nella gestione delle popolazioni impoverite.[^10]

      In chiave spodocenica, questo processo risulta decisivo. La droga non appare unicamente come sostanza distruttiva, ma come parte di un’ecologia dello scarto: là dove scompaiono il lavoro stabile, la comunità, l’orizzonte del futuro e il riconoscimento sociale, la sostanza offre anestesia; poi l’apparato penale amministra le conseguenze di quell’anestesia.

      Terza formula: la droga come governo interno delle popolazioni eccedenti.

       

      4. La droga come pretesto di intervento globale

      Qualificare il reato come terrorismo non descrive soltanto una minaccia: abilita una giurisdizione.

       

      Il momento attuale introduce una mutazione decisiva: l’espansione del linguaggio antiterroristico verso la criminalità organizzata. Cartelli, bande e reti di traffico vengono sempre più spesso presentati come minacce terroristiche o quasi terroristiche. L’effetto politico è enorme.

      Quando un gruppo criminale viene designato come “organizzazione terroristica straniera” -FTO, secondo la sigla inglese- o come “terrorista globale appositamente designato” -SDGT-, smette di appartenere esclusivamente al diritto penale. Passa nel campo della sicurezza nazionale, dell’intelligence, delle sanzioni finanziarie e dell’azione extraterritoriale. Il nemico non deve più essere soltanto indagato e giudicato; può essere neutralizzato, sanzionato senza processo preventivo o perseguito globalmente.

      Gli ordini esecutivi statunitensi legati alla lotta contro il terrorismo, insieme ai loro aggiornamenti, conferiscono al Dipartimento del Tesoro la facoltà di bloccare beni e proibire transazioni con persone o organizzazioni designate.[^11] Ciò abilita un nuovo tipo di potere: la giurisdizione finanziaria globale basata sul controllo del dollaro.

      Questa logica non si limita all’America Latina. Può applicarsi alle rotte dell’oppio in Asia, ai corridoi della cocaina in Africa occidentale, alle economie illecite associate a gruppi armati nel Sahel, alle reti marittime nei Caraibi o ai circuiti finanziari in Europa. In tutti questi casi, il narcotraffico funziona come punto d’ingresso per espandere sorveglianza, sanzioni e tutela.

      Quarta formula: la droga come scusa per trasformare territori sovrani in spazi intervenibili.

       

      5. Il narcoterrorista come nemico perfetto

      In questo caso, il nemico ideale non è quello che può essere sconfitto, ma quello che giustifica una guerra interminabile.

       

      La categoria di “narcoterrorista” è particolarmente utile perché combina due paure: la paura della droga e la paura del terrorismo. Unisce la minaccia morale dell’intossicazione alla minaccia politica del nemico assoluto.

      Il narcoterrorista non è semplicemente un delinquente. Viene presentato come una figura ibrida: criminale, insorto, corruttore, invasore, nemico interno e minaccia esterna allo stesso tempo. Questa ambiguità lo rende politicamente redditizio. Permette di militarizzare senza dichiarare guerra, intervenire senza occupare formalmente, sanzionare senza processo e disciplinare governi in nome della sicurezza.

      Inoltre, è un nemico inesauribile. Se una rete cade, un’altra ne prende il posto. Se una rotta viene bloccata, se ne apre un’altra. Se un’organizzazione viene indebolita, un’altra si rafforza. La persistenza del problema non delegittima il dispositivo; lo alimenta. Ogni fallimento giustifica una nuova espansione dell’apparato di sicurezza. Studi critici sulle designazioni terroristiche applicate a organizzazioni criminali hanno avvertito che questi strumenti possono spostare rotte, frammentare organizzazioni e aumentare i costi operativi senza ridurre necessariamente il volume del traffico.[^12]

      Non è necessario postulare un’unica intenzione malvagia per spiegare questa persistenza. Basta osservare che alcuni attori ottengono benefici concreti dalla guerra contro la droga: imprese di sicurezza privata, appaltatori penitenziari, agenzie di intelligence, fabbricanti di armi, società di sorveglianza digitale e burocrazie statali la cui espansione dipende dalla permanenza del nemico.

       

      6. Non cospirazione, ma funzionalità sistemica

      Non serve un piano segreto quando le rovine producono già obbedienza.

       

      Il punto centrale non richiede di immaginare un unico piano segreto. La dominazione moderna opera spesso attraverso una funzionalità sistemica: istituzioni, interessi, discorsi e crisi si articolano senza bisogno di un’intenzione centrale completamente visibile. Ma ciò non significa che non esistano soggetti concreti che ne beneficiano e agiscono per mantenere il sistema.

      Il circuito può essere formulato così:

      Droga → mercati illegali → violenza → paura → domanda d’ordine → militarizzazione → rafforzamento degli apparati di sicurezza → ampliamento della giurisdizione → intervento su società intere.

      Questo circuito non è automatico. È sostenuto da attori concreti: imprese di sicurezza, società di sorveglianza digitale, appaltatori militari, banche che traggono vantaggio da sistemi di conformità normativa capaci di escludere i concorrenti più piccoli, politici che usano il discorso della “mano dura” ed élite locali che accettano categorie esterne per risolvere dispute interne. In America Latina, diversi studi di opinione pubblica hanno mostrato come la domanda sociale di “mano dura” possa essere capitalizzata politicamente da leadership autoritarie o punitive.[^13]

      Riconoscere questa coproduzione locale è cruciale per evitare una visione semplicistica secondo cui “tutto viene da fuori”. La tecnologia di potere della droga non funziona senza intermediari interni disposti ad adottarne linguaggi, leggi, bilanci e dottrine.

      In termini di Spodocene, la droga connette corpo, mercato, territorio, finanza, polizia, guerra e soggettività. Non è solo una crisi del consumo: è un’infrastruttura di governo della rovina.

       

      7. Obiezioni e risposte

      La critica non nega la violenza del crimine; discute chi la nomina, chi la amministra e chi trae beneficio dal combatterla.

       

      Un difensore della politica attuale potrebbe sollevare almeno tre obiezioni. Conviene rispondere.

      Obiezione 1: “Le designazioni terroristiche sono servite a smantellare le reti finanziarie dei cartelli”.

      È vero che alcune sanzioni finanziarie possono colpire leader specifici o ostacolare determinate operazioni. Tuttavia, il problema è il bilancio generale. Quando le designazioni spostano rotte, frammentano organizzazioni e aumentano la competizione violenta, possono produrre più instabilità che soluzione. Inoltre, il mercato tende ad adattarsi rapidamente attraverso intermediari, nuove rotte e meccanismi finanziari alternativi. Alcuni documenti di lavoro sull’effetto di queste designazioni hanno segnalato che la pressione finanziaria non si traduce necessariamente in una riduzione sostenuta del prezzo, della disponibilità o della circolazione di droghe nei mercati di destinazione.[^14]

      Obiezione 2: “Senza pressione esterna, alcuni paesi permetterebbero l’espansione illimitata delle coltivazioni illecite”.

      L’esperienza internazionale mostra che esistono alternative al proibizionismo militarizzato. Modelli di controllo sociale, riduzione del danno, regolazione parziale e sostituzione economica possono produrre risultati meno violenti rispetto all’eradicazione forzata. In Bolivia, i rapporti di monitoraggio delle coltivazioni di coca dell’UNODC mostrano che il dibattito su produzione, controllo sociale ed eradicazione non può essere ridotto alla dicotomia tra militarizzazione esterna e permissività assoluta.[^15] Il problema non è negare la cooperazione internazionale, ma rifiutare che essa venga organizzata secondo una logica di subordinazione strategica.

      Obiezione 3: “Il PCC e il Comando Vermelho sono organizzazioni violente che meritano la massima durezza. Perché opporsi alla loro designazione come organizzazioni terroristiche?”

      Opporsi a una designazione unilaterale straniera non implica negare la gravità della criminalità organizzata. Implica rifiutare che una potenza esterna definisca il problema, imponga le proprie categorie legali e usi tale definizione per sanzionare banche, condizionare crediti, fare pressione sui governi o giustificare operazioni coperte. La lotta contro la criminalità organizzata deve essere sottoposta al diritto interno, al controllo giudiziario e alla cooperazione multilaterale, non a liste nere elaborate fuori dal paese interessato.

       

      8. Verso una risposta sovrana e globale

      Non si smonta una tecnologia di dominazione con gli strumenti di chi la amministra.

       

      La critica deve andare oltre la denuncia. Se la droga funziona come tecnologia di potere, serve una politica alternativa. Tale politica dovrebbe orientarsi lungo cinque linee d’azione.

       

      Primo: recuperare sovranità giuridica

       

      Nessun paese dovrebbe accettare che una potenza straniera definisca unilateralmente quali atore interni siano terroristi. Designazioni di questo tipo dovrebbero passare attraverso istanze giudiziarie nazionali, meccanismi multilaterali legittimi e controlli democratici. Esperienze di dibattito istituzionale in Messico sulla convenienza di respingere designazioni extraterritoriali mostrano che questo problema non è meramente teorico, ma una questione di architettura giuridica e sovranità statale.[^16]

       

      Secondo: spostare l’asse dalla guerra alla salute pubblica

       

      Il consumo problematico deve essere trattato come questione sanitaria, sociale e comunitaria, non come pretesto per criminalizzare poveri, migranti, minoranze o popolazioni scartate. Esperienze come la regolazione della cannabis in Uruguay e i modelli europei di riduzione del danno mostrano che esistono alternative al paradigma puramente punitivo.[^17]

       

      Terzo: colpire le finanze del narcotraffico senza accettare l’extraterritorialità imperiale

       

      Il vero potere della droga non si trova solo nello spacciatore di strada né alla frontiera, ma nelle banche, nelle società immobiliari, nei porti, nei fondi, nei paradisi fiscali, nelle catene logistiche e nelle strutture imprenditoriali che riciclano o assorbono capitale illegale. La persecuzione finanziaria deve essere realizzata mediante istituzioni nazionali e cooperazione multilaterale equilibrata, non attraverso obbedienza automatica a liste esterne. Alcuni paesi hanno sviluppato unità di analisi finanziaria e meccanismi giudiziari propri per sequestrare beni illeciti senza dipendere necessariamente da designazioni terroristiche straniere.[^18]

       

      Quarto: rivedere criticamente il sistema internazionale delle droghe

       

      Le convenzioni del 1961, 1971 e 1988 furono elaborate sotto un’egemonia proibizionista che oggi mostra limiti evidenti. È necessario aprire spazio a politiche di riduzione del danno, regolazione differenziata, usi tradizionali, ricerca medica e controllo democratico dei mercati. Il caso boliviano e la riammissione del paese alla Convenzione Unica con riserva sul masticamento tradizionale della foglia di coca mostrano che esistono vie giuridiche per contestare il regime internazionale delle droghe.[^19]

       

      Quinto: costruire memoria storica

       

      ILe società hanno diritto a conoscere il ruolo che agenzie statali, servizi di intelligence, banche, eserciti e attori privati hanno avuto nella produzione, nella tolleranza o nell’amministrazione del narcotraffico. Senza memoria, ogni nuova guerra contro la droga appare come se cominciasse da zero. Rapporti di commissioni della verità, come quella colombiana, hanno mostrato l’importanza di ricostruire le relazioni tra conflitto armato, narcotraffico, cooperazione internazionale e violenza politica.[^20]

       

      A queste linee bisognerebbe aggiungere una dimensione decisiva: ricostruire comunità. Nessuna politica sulle droghe sarà sufficiente se non affronta il vuoto sociale che rende funzionale la sostanza. Là dove non ci sono lavoro dignitoso, appartenenza, futuro, radicamento né riconoscimento, la droga appare come anestesia, fuga o economia di sopravvivenza. Una politica posspodocenica non può limitarsi a gestire i danni: deve disputare le condizioni che producono vite scartabili.

       

      Conclusione: governare le rovine

      Nello Spodocene, governare il collasso significa trasformare ogni rovina in argomento di potere.

       

      La droga attraversa la storia moderna come qualcosa di più di una sostanza. Fu merce imperiale, economia di guerra, dispositivo di controllo interno e pretesto di intervento globale. Il suo potere non risiede soltanto in ciò che fa al corpo, ma in ciò che permette di fare su società intere.

      Il problema non è negare l’esistenza della criminalità organizzata né minimizzare il danno che produce. Il problema è avvertire che la guerra contro la droga è stata usata molte volte per moltiplicare altre forme di dominazione. In nome della lotta contro il veleno, sono stati aperti mercati, finanziate guerre, distrutte comunità, militarizzati Stati ed erose sovranità.

      Oggi l’impero non ha necessariamente bisogno di produrre la droga né di distribuirla direttamente. Gli basta amministrarne politicamente gli effetti. Là dove la droga lascia rovine, appare la promessa d’ordine. E dietro quella promessa arrivano spesso sanzioni, basi, carceri, sorveglianza, debito, dipendenza e obbedienza.

      Nello Spodocene, la droga non è solo una crisi: è uno dei linguaggi con cui si governa il collasso. E governare il collasso, per coloro che detengono l’egemonia, è anche un modo di governare il mondo.

      Il compito di una politica veramente emancipatrice non è amministrare meglio quella rovina, ma smontare l’infrastruttura che la trasforma in potere.

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