Ancora una volta, un plauso a Kevin Wamsley di Inside China Business. Basandomi sul suo ultimo podcast (vedi sotto), ho approfondito la questione. Il contenuto del suo video-briefing è scioccante e allarmante, almeno per i politici e i produttori di armi statunitensi. Un unico filo conduttore collega i coni di prua vuoti dei più recenti caccia stealth americani ai laboratori in cui la Cina sta costruendo l’internet del 2030. Questo filo è il gallio, un sottoprodotto morbido e argenteo della raffinazione dell’alluminio, a cui quasi nessuno al di fuori di un dipartimento di scienza dei materiali pensa e che gli Stati Uniti non producono affatto.
Un metallo che l’America ha smesso di produrre
Il dato principale emerso dai dati dello US Geological Survey è inequivocabile: gli Stati Uniti non producono gallio di prima qualità da decenni e la loro dipendenza dalle importazioni è pari al 100%. La Cina, al contrario, controlla la stragrande maggioranza della produzione mondiale: le cifre comunemente citate variano dal 94 al 98% della produzione grezza. La ragione è strutturale, non casuale. Il gallio è un sottoprodotto della lavorazione della bauxite e dello zinco, settori in cui la Cina detiene una posizione dominante. Un Paese non può semplicemente decidere di produrre gallio; deve prima sviluppare le industrie dell’alluminio e dello zinco e, successivamente, le linee di estrazione, raffinazione, produzione di wafer e confezionamento. Si tratta di un’impresa che richiede oltre un decennio, non di una voce di bilancio.
Questa dipendenza si era trasformata in un’arma nel dicembre 2024, quando Pechino aveva vietato le esportazioni di gallio, germanio e antimonio verso gli Stati Uniti, proibendo esplicitamente le vendite agli utenti finali, i militari statunitensi. Si era trattato di una ritorsione per i controlli americani sulle esportazioni di semiconduttori e aveva finito con il danneggiare il Pentagono che, secondo i calcoli dello stesso USGS, non disponeva di riserve di gallio nelle proprie scorte di difesa nazionale a cui attingere.
Un aggiornamento cruciale che la versione allarmistica di questa storia spesso omette: nel novembre 2025, nell’ambito di una più ampia tregua commerciale tra i presidenti Trump e Xi, la Cina aveva sospeso la parte civile di tale divieto fino alla fine di novembre 2026, trasferendo quelle esportazioni ad un regime di licenze. Ma la sospensione presentava un’insidia di enorme importanza: il divieto di esportazione verso utenti finali militari è rimasto in vigore. Quindi le forniture civili sono riprese con il permesso di Pechino, revocabile a piacimento, mentre i produttori di armi sono rimasti tagliati fuori. La morsa non si è allentata; è stata semplicemente riposizionata.

Gli F35 con i contrappesi al posto del radar
Il sintomo più evidente di questa dipendenza è anche quello più facilmente fraintendibile. È vero – confermato da prove fotografiche e rapporti del settore, sebbene inizialmente negato dal Dipartimento della Guerra – che gli F-35 costruiti a partire dal lotto 17 vengono consegnati con contrappesi, vere e proprie zavorre, nel radome al posto dei radar. Secondo le stime, il numero di velivoli interessati si aggira sulle centinaia.
Ma la causa è più complessa del semplice “la Cina ha interrotto la fornitura di gallio”. Il colpevole immediato è il ritardo nello sviluppo e nella certificazione dell’AN/APG-85, il radar di nuova generazione destinato a sostituire il vecchio AN/APG-8. L’APG-85 è basato sulla tecnologia al nitruro di gallio (GaN), che offre una potenza molto maggiore e una migliore efficienza termica, ma richiede circa 82 kilowatt, cosa che ha costretto a riprogettare la struttura, il sistema di raffreddamento e l’alimentazione della parte anteriore dell’aereo. I jet del Lotto 17 sono stati riprogettati per ospitare l’APG-85 e non possono più montare il vecchio APG-81. Quando il nuovo radar ha subito ritardi, quegli aerei non hanno avuto altra soluzione che ricorrere ai contrappesi.
La fornitura di gallio è il fattore aggravante che si aggiunge al ritardo ingegneristico: i radar GaN utilizzano molto più gallio rispetto ai loro predecessori, la Defense Logistics Agency ha difficoltà a reperirlo poiché Giappone e Germania non hanno la capacità di colmare il divario e i prezzi sono aumentati vertiginosamente. In tutta onestà, gli Stati Uniti si trovano ad affrontare un problema di sviluppo radar e un problema di materiali, e il monopolio cinese è alla base di entrambi. Nel frattempo, la Cina ha dotato il suo caccia J-20 di un radar di nuova generazione che, a quanto pare, si basa sulla stessa tecnologia GaN: il divario qualitativo che l’APG-85 avrebbe dovuto colmare si sta invece riducendo.
La vulnerabilità si estende ben oltre un singolo velivolo. Il nitruro di gallio è alla base dei potenti disturbatori di segnale dell’EA-18G Growler, del sistema di guerra elettronica dell’F-35 e delle grandi reti radar terrestri distrutte durante i combattimenti nel Golfo Persico. Le catene di approvvigionamento del Pentagono, a quanto pare, si avvalgono di fornitori cinesi per una vasta gamma di componenti per armamenti: la dipendenza è sistemica, non si tratta di un singolo fallimento.
Lo stesso monopolio, indirizzato verso il futuro
A questo punto la storia passa dalla difesa a qualcosa di più ampio. La stessa base industriale che permette alla Cina di controllare la produzione di radar consente anche ai ricercatori cinesi di accelerare lo sviluppo della tecnologia che si prevede definirà il prossimo quarto di secolo di connettività: il 6G.
Il risultato più importante è reale ed è stato pubblicato su Nature. Un team guidato da scienziati dell’Università di Pechino e della City University di Hong Kong ha realizzato quello che definiscono il primo chip 6G “omnifrequenza” al mondo: un dispositivo di circa 11 per 1,7 millimetri che integra l’intero spettro wireless da 0,5 a 115 gigahertz su un singolo chip. Tale intervallo richiedeva in precedenza nove sistemi radio separati. Nei test ha superato i 100 gigabit al secondo su un singolo canale, il che, secondo diverse fonti, equivale a circa 500 volte la velocità reale che la maggior parte degli utenti ottiene oggi con il 5G, ed è in grado di risintonizzarsi su 6 gigahertz di spettro in 180 microsecondi per evitare le interferenze. I ricercatori lo hanno realizzato non in gallio, ma in niobato di litio a film sottile, utilizzando un design fotonico-elettronico, e intendono miniaturizzarlo in moduli plug-and-play per telefoni, stazioni base, droni e dispositivi IoT.
Aanche se cambiano i dettagli tecnici la tesi centrale del discorso rimane valida e corretta. Che il materiale abilitante sia il gallio in un radar o il niobato di litio in un ricetrasmettitore, lo schema è lo stesso: la Cina controlla sempre più sia le materie prime che gli scienziati e gli ingegneri che le trasformano in sistemi realizzabili. E l’importanza del 6G non riguarda in realtà i consumatori. Pochi individui hanno bisogno di scaricare una libreria di film in pochi secondi. La domanda proviene dall’industria: robotica di precisione, produzione avanzata, reti industriali private, rilevamento integrato, economie basate sull’utilizzo di droni a bassa quota, proprio i settori in cui la Cina ha già consolidato posizioni di leadership. Il promesso salto di velocità, latenza e rilevamento integrato del 6G è un vantaggio proprio per la base industriale che la Cina sta consolidando.
Gli standard sono il premio
Esiste un’ulteriore dimensione che sopravvive a qualsiasi singolo chip. Il 6G non è ancora stato standardizzato a livello mondiale; i protocolli globali sono ancora in fase di elaborazione, proprio perché i sistemi sono ancora in costruzione. Gli organismi di standardizzazione – 3GPP, ITU, O-RAN Alliance – stanno solo ora passando dalla fase di ricerca alla definizione formale delle specifiche del 6G, con le prime specifiche previste intorno al 2029 e le reti commerciali intorno al 2030. Chiunque costruisca per primo i sistemi funzionanti definisce gli standard che tutti gli altri dovranno adottare.
L’amministrazione Trump ha riconosciuto la posta in gioco, dichiarando il 6G fondamentale per la sicurezza nazionale, la politica estera e la prosperità economica degli Stati Uniti, e definendo una politica di leadership americana, indirizzando le attività relative allo spettro, alle applicazioni commerciali e alle coalizioni diplomatiche a sostegno della posizione statunitense. Il Boston Consulting Group prevede che il valore economico del 5G, pari a circa 1.000 miliardi di dollari, potrebbe crescere fino a 18.000 miliardi di dollari entro il 2035, con il 6G che consentirà modelli aziendali completamente nuovi e l’intelligenza artificiale su larga scala in settori quali la produzione, le città, la sanità e la sicurezza pubblica.
Ma le intenzioni si scontrano con lo stesso muro. Gli Stati Uniti non possono assumere un ruolo guida nella costruzione di qualcosa che non sono in grado di fornire. La leadership nel 6G richiede l’estrazione, la raffinazione, la fabbricazione e, soprattutto, decine di migliaia di ingegneri qualificati che applichino la tecnologia su larga scala. La Cina sta già svolgendo questo lavoro. L’America sta ancora discutendo su come iniziare.
In definitiva
Eliminando le iperboli, il nocciolo della questione rimane. Oggi, le aziende statunitensi non sono in grado di installare in modo affidabile radar avanzati su aerei da centinaia di milioni di dollari, in parte perché la Cina controlla un metallo che gli Stati Uniti avevano smesso di produrre quarant’anni fa. Tra dieci anni, se si segue questa tendenza, chiunque desideri i migliori smartphone, droni o robot potrebbe scoprire che i componenti critici – e gli standard su cui si basano – passano attraverso quello stesso Paese. Le catene di approvvigionamento sono fondamentali, così come i ricercatori che trasformano le materie prime in mercati. Questa è la tesi, e l’aspetto scomodo è quanto di tutto ciò corrisponde alla verità.




