La conquista musulmana in Asia centrale prese forma definitiva con i successi militari di Qutayba ibn Muslim (705-715 d.C.) che, nominato wālī (protettore) del Khorasan nel 704, sfruttò le rivalità tra principi locali e ampliò ad oriente le frontiere dell’Islam conquistando i maggiori centri carovanieri della Via della Seta: Bukhara, Samarcanda, la Corasmia (Khorasan / Khwārezm – regione corrispondente al corso inferiore dell’Amu Darya e del suo delta), le regioni sogdiane chiamate Ṭokhāristān (attuale Afghanistan) con capitale Balkh, la regione dello Zabulistān, regione montuosa a cavallo tra Afghanistan sud-orientale e Pakistan, e, nel 713-5, la fertile Valle del Ferghāna nell’attuale Uzbekistan.
Prima della conquista musulmana, l’Asia centrale era un mosaico di culture: vi erano fioriti il buddhismo del Gandhara, il nestorianesimo con le prime comunità cristiane e molteplici influenze persiane attraverso zoroastrismo, correnti di filosofia gnostica e manicheismo; i popoli nomadi delle steppe erano anche legati a più antiche eredità sciamaniche. L’Islam dunque mise radici in un terreno complesso, ricco di tradizioni, lungo le vie carovaniere della Seta, soprattutto nella grande regione chiamata Transoxiana, in arabo Mā warāʾ al-nahr, ossia “Ciò che si estende al di là del fiume” l’antico Oxus, oggi Amu Darya.
Dopo l’anno Mille avvenne un cambiamento profondo: Maestri spirituali persiani e arabi (Sheikh / Pir) provenienti da confraternite /ordini (tarīqa, al plurale ṭuruq) e a loro volta fondatori di nuove confraternite, introdussero il sufismo (Tasawwuf), ovvero quella dimensione mistica, ascetica ed esoterica dell’Islam, detta la “Via del Cuore” il cui obiettivo è il cammino spirituale che conduce all’esperienza diretta e interiore del Divino, alla purificazione, al superamento della dualità terrena per ricercare amore universale e vicinanza a Dio. I discepoli (murid) compiendo il percorso sotto la guida del Maestro spirituale seppero fondere l’ortodossia islamica con le tradizioni locali, superando il formalismo delle quattro Scuole giuridiche canoniche (madhhab) su cui si fonda l’Islam sunnita (Hanafita, Malikita, Shafi’ita e Hanbalita)
Tra i grandi Maestri sufi emerge Khoja Ahmed Yassawi (1093-1166) il cui imponente mausoleo a Turkistan (centro sulla Via della Seta in Kazakhstan) è meta di pellegrinaggio da tutto il mondo islamico e perciò detto “Piccola Mecca”.
Fondatore di una propria confraternita, Yassawi si stabilì nella città di Yassi (odierna Turkistan) dove la sua fama crebbe non solo per la sua vita esemplare di rinuncia e autopurificazione, ma soprattutto per la sua attività letteraria in una lingua comprensibile dalle genti turcofone della steppa. Mentre all’epoca la letteratura colta fioriva solo in persiano e arabo, Yassawi scelse di comporre poesie in un linguaggio parlato più diretto, potremmo dire corrispondente alla lingua volgare rispetto al latino nell’Europa medievale. I versi mistici del suo Divan-i Hikmet (“Libro della Saggezza”) erano accessibili e comprensibili ai nomadi turco-mongoli e furono un mezzo di conversione, ponendo le basi delle lingue letterarie turciche che si stavano formando. A sessantatré anni – età della morte del Profeta – Yassawi si scavò una cella sotterranea dove si rinchiuse fino alla morte (per altri 60 anni secondo la tradizione). La tomba del “Sacro Sultano” (in lingua kazaka Áziret Sultan) divenne un luogo di culto, e la sua confraternita Yasaviyya continuò a predicare e diffondere il messaggio del Maestro.
Nel secolo successivo, quando le invasioni mongole travolsero l’intera Asia centrale, il sufismo svolse un ruolo importante nel conservare l’Islam e nel convertire all’Islam i conquistatori mongoli. Le confraternite sufi avevano grande influenza e grande seguito, tanto che Tamerlanoi, il condottiero di origini turco-mongole fondatore della dinastia Timuride, decise di sfruttare la fama del Maestro sufi Yassawi come risorsa per il prestigio e il riconoscimento del potere imperiale.
Così, nel 1389, Tamerlano ordinò la costruzione di un grandioso mausoleo sul sito della tomba di Khoja Ahmed Yassawi. Radunò architetti e costruttori persiani che sperimentarono progetti poi messi in atto nella splendida capitale di Tamerlano, Samarcanda. L’edificio culminò nella cupola più grande dell’Asia centrale dell’epoca (18,2 metri di diametro per 28 di altezza) visibile da lontano nella steppa. Le pareti e il tamburo della cupola azzurra furono rivestiti esternamente da un mosaico di piastrelle smaltate e iscrizioni in caratteri cufici con versetti coranici. Per legare i mattoni fu utilizzata una malta a base di latte fermentato di cavalla e di cammella, tecnica costruttiva che proviene dalla cultura delle steppe.
Al centro della sala principale è collocato il Taykazan donato da Tamerlano nel 1399, un calderone rituale tra i più grandi del mondo islamico, dalla capacità fino a 3000 litri, con un diametro di 2,2 metri e un peso di circa due tonnellate. Fuso in una lega di sette metalli nel villaggio di Karnak dal maestro Abdulaziz Sharafuddin Tabrizi, era simbolo di ospitalità e unità comunitaria ed utilizzato per contenere l’acqua benedetta (spesso addolcita) distribuita ai fedeli dopo la preghiera del Venerdì. Il Mausoleo è tuttavia incompiuto a causa della morte di Tamerlano nel 1405, ma conservò la sua funzione di simbolo politico aggregante. Con l’ascesa dei khan kazaki, divenne residenza e luogo di sepoltura dinastico: dal 1431 al 1917 vi furono sepolti 43 tra khan, sultani ed eroi guerrieri (batyr). Tra le tombe spicca quella di Abylai Khan (1711-1781), unificatore del popolo delle steppe.
Il sito è stato inserito nella lista dei Patrimoni dell’umanità dell’UNESCO nel 2003, primo in Kazakhstan. Nel 2024, l’Organizzazione intergovernativa degli Stati Turchici (OTS nata nel 2009 per promuovere l’integrazione globale e culturale tra i paesi di lingua turca) ha proclamato Turkistan “Capitale Spirituale del Mondo Turco”, ovvero cuore delle culture turcofone, da Istanbul alle steppe dell’Asia centrale.




