Un retaggio storico, risalente agli anni successivi al movimento del 1968, ha creato il pregiudizio che i diritti al lavoro, al salario, alla pensione siano inseparabili con l’eliminazione del concetto di famiglia e di figli. In realtà, questo non è vero e, anzi, non è possibile conseguire i diritti sociali in un contesto in cui famiglia e figli sono diventati facoltativi, o addirittura deprecabili.
Il lavoro e il salario servono a crescere i figli. Se questi non ci sono, il lavoratore non sente il bisogno – fisico e di conseguenza etico – di battersi per migliori condizioni lavorative e di reddito.
Al lavoratore “soltero” basta quel minimo che gli passa il sistema per soddisfare i propri capricci consumistici: aperitivi, app nuove per il cellulare, concerti, magari qualche viaggio in località esotiche. Ed ecco spiegato perché, negli ultimi 30 anni, è crollata la lotta di classe.
Già nella prima metà del XIX secolo questo principio era stato notato da un certo Carletto Marx, il quale infatti indicava i lavoratori come “proletari”: “coloro che hanno una prole”. Implicitamente, chi non ha figli è un piccolo borghese, perché usa solo per sé stesso il medesimo reddito che una famiglia riserva per i bambini. Nella prima metà del ‘800 la riproduzione era una cosa talmente scontata che non veniva nemmeno messa in dubbio, e agli intellettuali socialisti di allora non potevano essere chiare le implicazioni di un calo della fertilità che essi stessi, a volte, auspicavano.
Ne è dimostrazione il fatto che, negli stessi ambienti “de sinistra”, le lotte per gli aumenti di salario e contro il precariato siano divenute istanze deboli e occasionali. È più comodo mettersi in poltrona su un aereo e farsi un bel viaggio in Nepal o in Kenya per non pensarci più (parleremo dei devastanti impatti ambientali di questo stile di vita in un’altra circostanza).
Ecco perché la promozione della famiglia e dei figli deve essere un’istanza programmatica forte. Non solo perché – giustamente – i figli danno ricambio generazionale e rappresentano il futuro della società, ma perché senza di essi non c’è motivo di battersi per un miglior mondo del lavoro. Che infatti è peggiorato e basta, come dimostra senza appello la storia dell’Italia post-globale senza infanzia.




