Non so se la situazione della foto tra Trump e la Meloni meriti tutta questa risonanza mediatica. Ciò che è vero, almeno per quanto mi riguarda, è che il Presidente USA ha ragione nel dire che la Premier italiana abbia implorato qualcosa alla Casa Bianca. Non uno scatto, ma la garanzia di poter restare al potere anche con la vittoria elettorale repubblicana del 2024, dopo tutti i guai combinati per seguire la combriccola del gelataio Biden.
Il suo machismo da social non cancella i quattro (quasi cinque) anni di totale asservimento agli Stati Uniti. Fin dall’inizio, il governo di “Fratelli d’Ucraina” ha costantemente approvato pacchetti di armi per supportare la “resistenza”. Come biasimarli… i nazisti si accoppiano; il problema è che di questi che abbiamo in Italia non possiamo nemmeno inventare la fandonia dei “lettori di Kant”. Un nuovo piano bellico, tra l’altro, è stato approvato per tutto il 2026. In poche parole, la donna-madre-cristiana-italiana vuole chiudere (letteralmente) col botto la sua prima esperienza di governo.
Visto che siamo in tema di bombe e missili, proprio in queste ultime ore abbiamo avuto la conferma dal segretario della NATO, Mark Rutte, della partecipazione italiana nel conflitto contro l’Iran, nell’ambito della nuova e purtroppo non ultima escalation in Medio Oriente. Chi pensava a Crosetto come a un nuovo Craxi è stato smentito dall’invio di cinquecento aerei dalle basi italiane su ordine diretto della stessa NATO.
Cinquecento velivoli che hanno trasformato la nostra Penisola in una portaerei a cielo aperto. Il binomio Crosetto-Meloni ha smentito subito lo scenario, banalizzando il quadro e facendo credere che questi fossero dei piccoli voli low-cost (imbottiti di missili) diretti a Teheran per una vacanza da brividi.
Alla fine, la storia dei voli charter regge fino a quando non si consultano i tabulati dei decolli. A questo punto si scopre che gli ideatori del finto blocco navale hanno spalancato frontiere e confini ai bombardieri statunitensi…
…come minimo dovevano essere remigrati.
Sull’altro versante, l’accordo diplomatico tra Iran e Usa sembra esser già arrivato al capolinea, dopo gli ultimi bombardamenti statunitensi nel territorio iraniano. Dunque, come la guerra tra Russia e Ucraina non si risolve in ventiquattr’ore, così l’indipendenza delle risorse dell’Iran non può essere decisa in sessanta giorni.
Il presupposto della velocità, paradossalmente, con le attuali istituzioni che amministrano l’Occidente, è una scelta politica mal posta. Proprio perché bisogna comprendere più parti e non andare in una direzione univoca, diventa urgente il ragionare con calma.
Ma il tempo, si sa, è merce rara per chi vive con l’ansia da prestazione di una perenne campagna elettorale. Chi credeva che l’Iran si fosse inginocchiato in due mesi o che la Russia avesse capitolato nel conflitto armato, oggi si ritrova a fare i conti con la dura realtà, bisognosa di ambasciatori autentici e statisti di prima categoria.




