Nel dibattito internazionale sulla trasformazione degli equilibri mondiali, una delle analisi più interessanti degli ultimi mesi , 11 Maggio 2026, è quella proposta dall’ analista geopolitico Jiang Xueqin nel podcast del politologo Prof . Glenn Diesen intitolato:“We Are Already in World War 3”, consultabile integralmente qui:
Al centro della conversazione emerge una tesi precisa: il mondo sarebbe già entrato in una nuova forma di guerra globale, non più combattuta soltanto attraverso scontri militari tradizionali, ma mediante energia, debito, rotte commerciali, sanzioni, destabilizzazione economica e guerre regionali permanenti.
Nella sua lettura, gli Stati Uniti avrebbero progressivamente spinto l’Europa verso una condizione di dipendenza strategica, trasformando la crisi ucraina in un gigantesco riassetto economico continentale. Ulteriore tassello di questa nuova dottrina strategica Americana sarebbe costituito dalla destabilizzazione del Medio Oriente , attraverso la guerra contro l’Iran. Questa analisi va considerata tenendo presente il documento rilasciato dall’ amministrazione americana sulla sua nuova dottrina strategica , dove viene esplicitato il ritorno della dottrina Monroe ( focus sulle Americhe ) ed il perseguimento della ricostruzione di una industrializzazione interna .
Dentro questo scenario l’Europa occuperebbe una posizione cruciale; secondo Jiang gli Stati Uniti avrebbero progressivamente trasformato il continente europeo da polo economico relativamente autonomo a spazio strategicamente subordinato agli interessi geopolitici americani. Per oltre vent’anni il sistema europeo aveva funzionato attraverso un equilibrio molto preciso: energia russa a basso costo, grande capacità industriale tedesca, competitività manifatturiera continentale ed esportazioni globali. Quel modello garantiva all’Europa una forte centralità economica e una certa autonomia strategica.
La guerra in Ucraina avrebbe spezzato definitivamente questo assetto.
Secondo Jiang, le sanzioni contro Mosca e la rottura della cooperazione energetica con la Russia hanno prodotto una trasformazione strutturale dell’economia europea. La sostituzione del gas russo con il gas naturale liquefatto americano avrebbe infatti aumentato enormemente i costi energetici continentali, riducendo la competitività dell’industria europea.
Nella sua lettura, Washington avrebbe ottenuto almeno tre vantaggi strategici da questa crisi.
Il primo riguarda l’energia. La drastica riduzione delle forniture russe ha spinto molti Paesi europei ad aumentare l’importazione di LNG statunitense, creando nuovi enormi mercati per il settore energetico americano. Questo processo avrebbe consolidato una nuova dipendenza energetica europea dal sistema nordamericano.
Il secondo vantaggio riguarda il riarmo. La guerra ha accelerato l’aumento delle spese militari europee e il rafforzamento della NATO. Di conseguenza, numerosi Paesi europei hanno incrementato gli acquisti di armamenti e tecnologie militari occidentali, in larga parte statunitensi. Secondo Jiang, il conflitto avrebbe così alimentato direttamente il complesso militare-industriale americano.
Il terzo elemento riguarda la dipendenza geopolitica. Con una Europa più esposta militarmente, economicamente più fragile e priva dell’antico equilibrio energetico, Washington avrebbe consolidato la propria centralità strategica sul continente. Nel podcast Jiang utilizza ripetutamente il termine “vassalizzazione” per descrivere questo processo.
In questo quadro assume un valore simbolico il caso del gasdotto Nord Stream; Jiang sostiene che il sabotaggio abbia rappresentato un punto di non ritorno nella relazione energetica tra Europa e Russia, distruggendo la possibilità di ripristinare rapidamente il vecchio modello continentale basato su energia russa a basso costo e competitività industriale europea. Ecco che il problema principale è che il conflitto rischia di diventare permanente e più la guerra continua, più aumentano i costi energetici, più cresce la dipendenza militare europea e più il sistema industriale continentale perde competitività rispetto agli Stati Uniti.
In parallelo, Jiang interpreta anche la crisi mediorientale come parte della stessa strategia globale americana ed il punto di svolta sarebbe stato l’assassinio del generale iraniano Qasem Soleimani nel 2020 su ordine dell’amministrazione di Donald Trump. Per Jiang, quell’evento avrebbe segnato l’inizio di una guerra indiretta contro l’Iran fondata su due direttrici: destabilizzazione politica e logoramento economico.
Da una parte, la pressione militare e l’eliminazione di figure chiave della leadership iraniana; dall’altra, il tentativo di strangolare economicamente Teheran attraverso il controllo delle rotte energetiche e il blocco dell’export petrolifero verso la Cina.
Secondo Jiang, questa strategia avrebbe anche una funzione sistemica più ampia: preservare il ruolo globale del petrodollaro e impedire la costruzione di un ordine multipolare alternativo guidato da BRICS, Russia e Cina. Nel podcast vengono citati sequestri di petroliere russe, militarizzazione delle rotte commerciali, sabotaggi alle raffinerie e blocchi navali come elementi di una guerra economica globale già in corso.
Particolarmente interessante è anche la parte dedicata alla Cina. Jiang sostiene che Washington non voglia realmente distruggere economicamente Pechino, poiché il sistema finanziario americano continua ad avere bisogno della domanda cinese di Treasury statunitensi per sostenere il proprio debito pubblico. Per questo ipotizza che nei prossimi anni possano emergere nuove forme di cooperazione economica e tecnologica tra Stati Uniti e Cina, soprattutto sull’intelligenza artificiale e sul commercio. Parallelamente, però, gli Stati Uniti continuerebbero a rafforzare Giappone, Corea del Sud e alleanze asiatiche in funzione di contenimento strategico di lungo periodo.
In questa visione, Donald Trump non rappresenterebbe una rottura con l’impero americano, ma una sua evoluzione più aggressiva e diretta. Jiang sostiene infatti che tanto Biden quanto Trump operino dentro la stessa logica strategica di preservazione dell’egemonia americana, seppur con stili differenti.
La questione della neutralità Italiana
È proprio all’interno di questo contesto che in Italia emerge il tema della neutralità nazionale.
A partire dal 10 Maggio è possibile partecipare alla raccolta di firme per promuovere una legge d’iniziativa popolare che potrebbe comportare per l’Italia il recupero di una postura internazionale fisiologica ai propri fondamentali nazionali .
L’idea della neutralità italiana nasce dalla convinzione che, in un mondo sempre più attraversato da tensioni geopolitiche permanenti, l’Italia debba recuperare una propria autonomia strategica e tornare a muoversi secondo i propri interessi nazionali, piuttosto che come semplice estensione delle strategie delle grandi potenze.
La neutralità non viene descritta come isolamento o rinuncia al ruolo internazionale del Paese, ma come tentativo di sottrarre l’Italia alla logica dell’escalation continua che caratterizza il nuovo scenario globale. L’obiettivo sarebbe quello di ridurre il coinvolgimento diretto nei conflitti internazionali, evitando che il Paese venga trascinato dentro dinamiche militari, economiche e strategiche che rischiano di produrre conseguenze sempre più pesanti sul piano interno. L’ Italia dovrebbe riportare al centro della propria politica estera gli interessi economici nazionali, la tutela del proprio sistema industriale e la sicurezza energetica, cercando al tempo stesso di recuperare un ruolo credibile di mediazione diplomatica nel Mediterraneo e nello spazio europeo.
Dietro questa proposta c’è soprattutto la preoccupazione che il nuovo clima di confronto permanente tra blocchi possa trasformarsi in una lunga fase di impoverimento economico e instabilità sociale per il continente europeo , che è già iniziato , oltre ad una nuova guerra Europea.
Per un Paese manifatturiero come l’Italia, fortemente dipendente dalle importazioni energetiche e legato alle esportazioni industriali, il rischio è quello di subire un progressivo aumento dei costi energetici, una perdita di competitività produttiva e una lenta deindustrializzazione. A questo si aggiunge la paura di un coinvolgimento crescente nelle tensioni militari internazionali, in un quadro globale che appare sempre più instabile e polarizzato. La neutralità viene quindi interpretata non soltanto come scelta politica, ma come tentativo di proteggere la stabilità economica e sociale del Paese dentro un ordine mondiale che molti percepiscono sempre più vicino a una fase di conflitto sistemico permanente. Ciò è ancor più vero se consideriamo che le attuali dinamiche decisionali dell’Unione Europea hanno subito un’ accelerazione repentina , scavalcando completamente i Parlamenti Nazionali e la volontà popolare; il mandato rappresentativo uscito dalle urne nei vari paesi Europei non è infatti ” sincronizzato ” al momento storico e si rischia che il futuro dei popoli europei venga sacrificato dalle istanze delle élite tecnocratiche in virtù del vincolo esterno antidemocratico e che sta attualmente vertendo esclusivamente sugli interessi dei paesi del nord est europeo (vedi Kaja Kallas , Estone , alta rappresentante dell’Unione Europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza nella Commissione von der Leyen II dal 1º dicembre 2024 ).
Ecco che per uscire da questa dinamica distruttiva L’idea è di ribaltare la prospettiva e passare da un vincolo esterno imposto con la finalità di controllare l’ indirizzo politico strategico Italiano , ad un vincolo interno voluto dai cittadini per tutelarsi e dare una prospettiva futura ed un esempio internazionale.
In questo scenario aggiornare l’ art.11 della Costituzione e renderlo un faro di civiltà occidentale porterebbe l’Italia a presentarsi sulla scena internazionale come attore credibile di mediazione , recuperando la sua vocazione diplomatica che è sempre stata riconosciuta e rispettata nel Mondo ; permetterebbe all’Europa di individuare una strategia di uscita dalla costante dinamica di escalation in cui è stata precipitata dalle élite europee e americane ; infine potrebbe indirizzare le proprie risorse verso settori nazionali che perseguono realmente il benessere dei propri cittadini, sottraendoli al rischio di un coinvolgimento dei propri giovani in una chiamata alle armi sempre più vicina.




