logo-andreazzo-normallogo-andreazzo-normallogo-andreazzo-mobile-normallogo-andreazzo-mobile-normal
    • Homepage
    • Chi sono
    • Il mio blog
    • Le mie foto
    • Sms
    • Links
    • Musica
    • Contattami
    • Appuntamenti
    • In The Music Experience
    • Video
    • Meteo
    • Spazio pubblicitario
    • Viaggi
    • Cinema
    • Libri
    • Vini
    • Birra
    • Economia
    • Newsletter
    • Shop
    • Hi-Tech
    • Podcast
    • Volley
    • Spagna
    • Lifestyle
    • Sport
    • Motori
    • Spettacolo
    • Donne
    • Webmail
    • Concerti
      • Home
      • Il mio blog
      • SpaceX , il capitalismo delle stelle o Speculazione spaziale?

      SpaceX , il capitalismo delle stelle o Speculazione spaziale?

      Quando SpaceX è entrata in Borsa, il mondo finanziario ha reagito come se stesse assistendo a un nuovo sbarco sulla Luna. Le televisioni hanno celebrato il debutto, i giornali hanno raccontato l’ennesimo miracolo di Elon Musk e milioni di investitori hanno osservato il titolo salire con l’eccitazione febbrile di chi teme di perdere l’occasione della vita. Eppure, dietro l’euforia del primo giorno, si nascondeva una questione molto più importante del prezzo mostrato sullo schermo: non se SpaceX fosse una grande azienda, ma se la sua quotazione fosse stata costruita nell’interesse di chi comprava o di chi aspettava da anni il momento giusto per vendere.

      SpaceX non è una società qualunque. Lancia più razzi di molti Stati nazionali, ha trasformato il mercato spaziale, ha costruito con Starlink una rete satellitare globale che serve milioni di clienti in più di centocinquanta paesi e possiede una pipeline di contratti militari e governativi che la rende un’infrastruttura strategica degli Stati Uniti. Chi cerca una critica semplice, fondata sull’idea che i razzi non funzionino o che l’azienda sia soltanto fumo mediatico, sbaglia bersaglio. Il punto non è negare la grandezza industriale di SpaceX, ma distinguere una grande impresa da un’operazione finanziaria costruita per favorire chi è arrivato prima rispetto a chi compra nel momento della massima eccitazione pubblica.

      La valutazione di partenza racconta già molto. SpaceX è stata collocata con una capitalizzazione di circa 1.750 miliardi di dollari, a fronte di ricavi annui nell’ordine dei 18,7 miliardi. Significa che il mercato ha pagato quasi 94 dollari di valore per ogni dollaro di fatturato, un multiplo enorme anche per gli standard estremi della tecnologia contemporanea. Il prezzo, in altre parole, non incorpora soltanto ciò che SpaceX è oggi, ma pretende di incorporare già tutto ciò che potrebbe diventare domani: la crescita di Starlink, il dominio delle comunicazioni satellitari, il ruolo nella difesa americana, l’intelligenza artificiale, la colonizzazione commerciale dello spazio e forse persino l’immaginario marziano costruito attorno a Elon Musk.

      È qui che il capitalismo finanziario contemporaneo mostra il suo volto più sofisticato e problematico. Non vende soltanto azioni, vende futuro. Non valuta soltanto aziende, valuta narrazioni. Non chiede all’investitore di comprare un bilancio, ma di partecipare a una storia. E quando la storia è abbastanza grande, quando contiene razzi, satelliti, intelligenza artificiale, sicurezza nazionale e il mito dell’uomo che sfida i limiti della specie, il prezzo può staccarsi dalla realtà ordinaria e diventare esso stesso parte dello spettacolo.

      Ma il vero cuore dell’operazione non sta nel primo rialzo del titolo. Sta nel calendario nascosto dietro quel rialzo.

      Quando una società si quota, soltanto una piccola parte delle sue azioni viene effettivamente messa sul mercato il primo giorno. Nel caso di SpaceX, secondo la fonte analizzata, il flottante iniziale è pari a circa il 5% della società. Tutto il resto rimane nelle mani di chi c’era già: fondatori, dipendenti, dirigenti, fondi di venture capital, investitori istituzionali entrati negli anni precedenti a prezzi molto più bassi. Questi soggetti non possono vendere subito, perché sono sottoposti a vincoli di lock-up, cioè periodi di blocco pensati per impedire che una valanga di azioni arrivi sul mercato immediatamente dopo la quotazione facendo crollare il prezzo.

      Normalmente, nelle grandi IPO americane, il lock-up dura circa 180 giorni e termina con un’unica scadenza. È un meccanismo noto, visibile, brutale. Quando arriva quel giorno, il mercato sa che una grande quantità di azioni può essere venduta e spesso il prezzo ne risente. SpaceX, invece, avrebbe costruito una struttura più complessa: non un solo precipizio finale, ma una serie di finestre progressive di uscita, con tranche scaglionate, clausole legate agli utili trimestrali e persino un meccanismo collegato all’andamento del prezzo nei primi giorni di contrattazione.

      Ed è proprio questa clausola a trasformare l’euforia iniziale in qualcosa di molto diverso da una festa.

      Secondo la ricostruzione della fonte, se il titolo SpaceX dovesse chiudere per cinque sedute su dieci consecutive almeno il 30% sopra il prezzo di IPO, una quota aggiuntiva di azioni detenute dagli insider verrebbe liberata anticipatamente. Con un prezzo di collocamento di 135 dollari, la soglia sarebbe 175,50 dollari. Questo significa che ogni rialzo iniziale, ogni entusiasmo del mercato, ogni corsa degli investitori retail verso il titolo non rafforza soltanto la narrativa del successo, ma può anche accelerare il momento in cui chi possiede azioni da anni viene autorizzato a venderne una parte.

      Il rialzo, dunque, non è soltanto un segnale di fiducia. È anche un conto alla rovescia.

      Questa è la parte che il piccolo investitore difficilmente vede, perché guarda il grafico, osserva il prezzo, sente parlare di “occasione storica” e magari compra dal telefono, mentre dall’altra parte dell’operazione esiste un documento, un prospetto, un calendario di scadenze, una sequenza di finestre di vendita che gli investitori professionali conoscono perfettamente. L’asimmetria non sta necessariamente nell’accesso all’informazione, perché molte di queste informazioni sono pubbliche. L’asimmetria sta nel fatto che alcuni leggono il prospetto e altri guardano soltanto il titolo salire.

      Secondo il calendario descritto dalla fonte, dopo il debutto del 12 giugno inizierebbe una sequenza di sblocchi progressivi. Una prima tranche arriverebbe intorno al settantesimo giorno, una seconda intorno al novantesimo, poi altre ancora a 105, 120 e 135 giorni. Ciascuna tranche renderebbe vendibile una quota di azioni degli insider. A queste finestre temporali si aggiungerebbero due ulteriori scadenze collegate alla pubblicazione dei risultati trimestrali: una dopo il primo report da società quotata, relativo al trimestre concluso il 30 giugno, e un’altra dopo il report del terzo trimestre. Infine, al centottantesimo giorno, cadrebbero le restrizioni residue previste dal lock-up ordinario.

      La struttura, se letta dall’alto, appare estremamente razionale. Evita il grande crollo simbolico di un’unica scadenza, distribuisce l’offerta nel tempo, rende meno visibile la pressione di vendita e permette agli insider di uscire progressivamente mentre il mercato continua ad assorbire azioni. Non è necessariamente illegale, né eccezionale in senso assoluto. È però ingegnerizzata. E ciò che viene ingegnerizzato raramente viene costruito nell’interesse del compratore più debole.

      La questione diventa ancora più delicata se la si collega al ruolo degli indici e degli investimenti passivi. Negli ultimi vent’anni milioni di risparmiatori sono stati educati a comprare ETF e fondi indicizzati come forma più razionale, economica e prudente di investimento. L’idea è semplice: invece di scegliere singole azioni, si compra un intero indice, lasciando che il mercato lavori nel tempo. È una rivoluzione che ha ridotto costi e agevolato l’accesso alla Borsa, ma ha creato anche un meccanismo automatico di domanda. Quando una società entra in un grande indice, i fondi che lo replicano devono comprarla. Non perché la ritengano conveniente, non perché abbiano studiato il bilancio, ma perché le regole dell’indice lo impongono.

      La fonte sostiene che alcune modifiche regolamentari del Nasdaq abbiano reso più facile e più rapido l’ingresso di società appena quotate negli indici, riducendo i tempi di attesa e modificando il trattamento del flottante. In questo quadro, una società con appena il 5% delle azioni effettivamente negoziabili potrebbe essere trattata, ai fini dell’indice, come se avesse un flottante molto più ampio. Il risultato sarebbe un aumento artificiale del peso della società nell’indice e quindi una maggiore quantità di acquisti obbligati da parte dei fondi passivi.

      Qui il meccanismo diventa evidente. Da una parte ci sono insider che hanno bisogno di trasformare guadagni sulla carta in denaro reale. Dall’altra ci sono fondi passivi, ETF, portafogli pensionistici e investitori retail che comprano perché attratti dal mito o perché costretti dalle regole dell’indice. In mezzo c’è la quotazione, costruita come un ponte tra chi ha accumulato valore negli anni privati della società e chi arriva nel momento pubblico, quando il prezzo incorpora già gran parte del sogno.

      La frase più dura citata dalla fonte sintetizza tutto: il tuo fondo pensione diventa la liquidità di uscita.

      È una formula brutale, ma efficace. Non significa che SpaceX sia destinata a fallire. Non significa nemmeno che il titolo non possa salire ancora. Significa però che la struttura dell’operazione crea una dinamica nella quale il pubblico assorbe azioni a valutazioni altissime mentre gli investitori iniziali ottengono finestre progressive per vendere.

      I precedenti storici aiutano a comprendere il rischio. Rivian debuttò con enorme entusiasmo e vide il titolo salire rapidamente, ma al termine del lock-up la pressione delle vendite contribuì a un crollo pesante. Uber arrivò in Borsa con aspettative enormi e pochi mesi dopo, alla scadenza dei vincoli, il titolo toccò nuovi minimi. Palantir conobbe un’ondata di entusiasmo retail, poi gli insider vendettero decine di milioni di azioni nelle finestre successive. Snowflake, pur con una struttura più scaglionata, non fu immune dalla pressione delle scadenze. In tutti questi casi il problema non era necessariamente la qualità dell’azienda, ma il rapporto tra prezzo iniziale, aspettative speculative e quantità di azioni pronte ad arrivare sul mercato.

      SpaceX porta questo schema a una scala superiore.

      C’è poi un ultimo elemento simbolico, quello del lock-up personale di Elon Musk. Secondo la fonte, Musk avrebbe accettato un vincolo più lungo, pari a 366 giorni, durante il quale non potrebbe vendere azioni. I titoli dei giornali lo presenteranno come un segnale di fiducia, e in parte lo è. Il fondatore resta bloccato, non vende subito, mostra di credere nel progetto. Ma questo segnale va interpretato con attenzione, perché mentre Musk rimane fermo, molti altri soggetti interni possono avere accesso a finestre di uscita ben prima di lui.

      Il risultato è una doppia narrazione perfettamente funzionale. Il fondatore riceve il merito pubblico di non vendere, mentre dipendenti, fondi, investitori iniziali e altri insider ottengono occasioni progressive per monetizzare. Musk non ha bisogno immediato di liquidità: possiede controllo, potere di voto, centralità mediatica. Altri soggetti invece hanno fondi da chiudere, investitori da remunerare, guadagni da cristallizzare. La struttura consente a ciascuno di ottenere ciò che vuole. Tutti, tranne forse chi compra nel pieno dell’euforia iniziale.

      Questo non significa che l’investitore debba necessariamente evitare SpaceX per sempre. Sarebbe una conclusione troppo semplice e forse sbagliata. Le grandi aziende possono essere quotate male e restare grandi aziende. Il problema è il prezzo, il momento e la struttura dell’operazione. Comprare una società straordinaria non garantisce un buon investimento, se la si compra quando il prezzo incorpora già anni di perfezione futura e quando il calendario delle vendite interne è appena iniziato.

      La vera lezione di questa vicenda è più ampia. Il capitalismo contemporaneo ha imparato a trasformare le grandi narrazioni tecnologiche in strumenti di distribuzione finanziaria. L’intelligenza artificiale, lo spazio, la sicurezza nazionale, l’internet satellitare, la colonizzazione di Marte: tutto diventa materiale narrativo per giustificare valutazioni sempre più alte. Ma quando il futuro viene prezzato come se fosse già certo, il rischio non scompare. Viene soltanto trasferito.

      E spesso viene trasferito verso il pubblico.

      Verso il risparmiatore che compra ETF pensando di essere prudente. Verso il lavoratore che versa nel fondo pensione. Verso il piccolo investitore che guarda il titolo salire e teme di essere rimasto fuori dalla storia. Verso la massa indistinta che entra quando l’operazione è già stata costruita, raccontata, prezzata e impacchettata.

      ” È l’ avidità baby ! ” Naturalmente non vi è nulla di illegale in tutto questo e forse nemmeno nulla di scandaloso, perché la Borsa è sempre stata il luogo in cui qualcuno vende e qualcun altro compra, ma la vicenda SpaceX sembra mostrare con straordinaria chiarezza come il capitalismo contemporaneo abbia imparato a monetizzare non soltanto il lavoro, non soltanto la tecnologia e nemmeno soltanto i dati, bensì l’ avidità stessa, trasformando il futuro in una classe di attivi e la bramosia collettiva in una fonte inesauribile di domanda finanziaria. Forse SpaceX cambierà davvero il mondo. Forse Starlink diventerà l’infrastruttura globale delle comunicazioni, forse l’intelligenza artificiale integrata nell’universo Musk genererà nuovi modelli economici e forse un giorno l’uomo metterà piede su Marte grazie ai razzi costruiti da questa azienda. Ma tutte queste possibilità, per quanto affascinanti, non cancellano una domanda che ogni investitore dovrebbe continuare a porsi mentre osserva il prezzo salire sullo schermo: sto davvero acquistando il futuro oppure sto semplicemente comprando una promessa abbastanza bella da convincermi a pagare qualsiasi prezzo?

      E così, quasi senza accorgercene, la vicenda di SpaceX smette di essere la storia di una società aerospaziale e diventa la storia del capitalismo contemporaneo.

      Perché la domanda che aleggia dietro la più grande quotazione della storia non riguarda soltanto Elon Musk, né i suoi razzi, né la possibilità di raggiungere Marte. La domanda è molto più profonda e riguarda il rapporto tra la finanza e la realtà, tra ciò che produciamo e ciò che crediamo di poter produrre in futuro.

      Se si osserva l’Occidente degli ultimi trent’anni, emerge infatti una contraddizione sorprendente. Le Borse hanno continuato a raggiungere massimi storici, le società tecnologiche hanno raggiunto capitalizzazioni superiori al PIL di molti Stati e la ricchezza finanziaria complessiva non ha mai smesso di crescere. Nello stesso periodo, però, una parte crescente della popolazione ha avuto la sensazione opposta. I salari reali hanno faticato a seguire il costo della vita, acquistare una casa è diventato sempre più difficile, i giovani hanno accumulato meno patrimonio rispetto alle generazioni precedenti e molte produzioni industriali sono state trasferite altrove.

      È come se due economie avessero iniziato a convivere nello stesso spazio.

      La prima è l’economia finanziaria. Un mondo nel quale il valore delle aziende cresce sulla base delle aspettative, nel quale il denaro si sposta alla velocità di un algoritmo e nel quale il futuro viene costantemente anticipato nel presente.

      La seconda è l’economia reale. Un mondo fatto di energia, infrastrutture, industrie, salari, lavoro e consumi, che continua a sottostare ai limiti fisici delle risorse, del tempo e della produttività.

      Per molti decenni queste due dimensioni sono cresciute assieme. Oggi, invece, sembrano muoversi a velocità differenti.

      Ed è proprio questa distanza crescente a generare inquietudine.

      Forse le enormi valutazioni delle grandi società tecnologiche, l’espansione continua degli asset finanziari e la ricerca spasmodica di nuove narrazioni rappresentano il tentativo di mantenere in equilibrio un sistema che fatica sempre più a trovare nell’economia reale la propria forza espansiva.

      Ogni capitale genera nuove aspettative e queste, a loro volta, alimentano ulteriori capitali.

      È un meccanismo potente, quasi ipnotico , basato sulla spinta psicologica dell’ avidità dell’uomo moderno , distaccata completamente dallo stato di natura, come metafora del legame reciso tra oro fisico e moneta ( Gold Standard ) .

      Ma il futuro possiede una caratteristica che la finanza tende a dimenticare, esso ha dei limiti perché richiede energia, materie prime, lavoro, tempo e soprattutto richiede che la ricchezza promessa venga, prima o poi, realmente prodotta e distribuita.

      Se ciò non accade, la distanza tra valore finanziario e valore reale diventa sempre più grande e la storia economica insegna una lezione tanto semplice quanto severa: quando la distanza tra le due diventa troppo grande, il momento del riequilibrio arriva sempre con violenza e distruzione.

      È divenuto quindi esistenziale per l’Occidente trovare un modello diverso , legato alle necessità psicofisiche dell’uomo , per offrire un futuro fruttuoso alle nuove generazioni e non un presente fittizio dal futuro bramoso.

      Condividi

      Post correlati

      Ma che almeno per decenza non si definiscano ‘sovranisti’


      Visualizza

      Euro guinzaglio digitale


      Visualizza

      Lascia un commento Annulla risposta

      Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

      Email: info@pierfrancescoandreazzo.eu - info@pierfrancescoandreazzo.com
      Skype: Pierfrancesco.Andreazzo - Twitter: PierAndreazzo


      Facebook Twitter LinkedIn


      ©Copyright 2035 - www.pierfrancescoandreazzo.eu®
      Marchio Registrato, vietato l'uso, anche parziale, del presente Dominio.
      Privacy Policy - Cookie Policy
          Hai Bisogno di Aiuto
          Utilizziamo i cookie per garantire il corretto funzionamento del sito web e offrirti una migliore esperienza di navigazione. Cliccando "Accetta" acconsenti di ricevere tutti i cookie del nostro sito; cliccando su "Dettagli" puoi avere maggiori informazioni sui singoli cookie di ogni categoria. Il pulsante "Rifiuta" comporta il permanere delle impostazioni di default, e dunque la continuazione della navigazione con i soli cookie necessari.
          Cookie Policy
          Accetta
          RifiutaDettagli
          Gestisci consenso

          Informativa Cookie

          I cookie sono piccoli file inviati dal sito al dispositivo, i quali vengono memorizzati dal browser per poi essere ritrasmessi alla successiva visita del medesimo utente. In questo modo il sito web riesce ad adattarsi automaticamente agli utenti, migliorando la loro esperienza di navigazione. Inoltre i cookie forniscono al gestore del sito informazioni sulla navigazione degli utenti, al fine di ottenere dati statistici di utilizzo e costruire un profilo delle preferenze manifestate durante la navigazione, personalizzando i messaggi di promozione commerciale. Questo sito utilizza diversi tipi di cookie e alcuni di essi sono collocati da servizi di terze parti che compaiono sulle nostre pagine, in qualsiasi momento puoi modificare o revocare il tuo consenso alla loro memorizzazione. Per maggiori informazioni su come trattiamo i tuoi dati personali consulta la nostra privacy policy.
          Necessari
          Sempre abilitato
          Cookie che non memorizzano alcuna informazione personale e sono assolutamente essenziali per il corretto funzionamento del sito web. Questa categoria include solo i cookie che garantiscono le funzioni di base e le caratteristiche di sicurezza del sito web.
          CookieDurataDescrizione
          cookielawinfo-checkbox-advertisement1 annoCookie impostato dal plugin GDPR Cookie Consent, utilizzato per registrare il consenso di un utente per la categoria cookie pubblicitari.
          cookielawinfo-checkbox-analytics11 mesiCookie impostato dal plugin GDPR Cookie Consent, utilizzato per registrare il consenso di un utente per la categoria cookie analitici.
          cookielawinfo-checkbox-functional11 mesiCookie impostato dal plugin GDPR Cookie Consent, utilizzato per registrare il consenso di un utente per la categoria cookie funzionali.
          cookielawinfo-checkbox-necessary11 mesiCookie impostato dal plugin GDPR Cookie Consent, utilizzato per registrare il consenso di un utente per la categoria cookie necessari.
          cookielawinfo-checkbox-others11 mesiCookie impostato dal plugin GDPR Cookie Consent, utilizzato per registrare il consenso di un utente per la categoria altri cookie.
          cookielawinfo-checkbox-performance11 mesiCookie impostato dal plugin GDPR Cookie Consent, utilizzato per registrare il consenso di un utente per la categoria cookie di performance.
          viewed_cookie_policy11 mesiCookie impostato dal plugin GDPR Cookie Consent che serve a memorizzare se un utente ha acconsentito o meno ad utilizzare i cookie. Non memorizza alcun dato personale.
          Funzionali
          Cookie che aiutano ad eseguire determinate azioni come la condivisione dei contenuti del sito web su piattaforme di social media, la raccolta di feedback, ecc.
          Performance
          Cookie utilizzati per comprendere e analizzare gli indici di performance chiave del sito web. Questi cookie aiutano a fornire una migliore esperienza utente per i visitatori.
          Analitici
          Cookie utilizzati per capire come i visitatori interagiscono con il sito web. Questi cookie aiutano a fornire informazioni su metriche, numero di visitatori, frequenza di rimbalzo, fonte di traffico, ecc.
          CookieDurataDescrizione
          CONSENT2 anniYouTube imposta questo cookie tramite i video incorporati per registrare dati statistici anonimi.
          Pubblicitari
          Cookie utilizzati per fornire ai visitatori annunci pertinenti e campagne di marketing. Questi cookie tracciano i visitatori e raccolgono informazioni per fornire annunci personalizzati.
          CookieDurataDescrizione
          VISITOR_INFO1_LIVE5 mesi 27 giorniCookie impostato da YouTube per misurare la larghezza di banda e determinare la migliore interfaccia del lettore.
          YSCFine sessioneCookie impostato da YouTube e utilizzato per tracciare le visualizzazioni dei video incorporati.
          yt-remote-connected-devicesNessuna scadenzaYouTube imposta questo cookie per memorizzare le preferenze dell'utente durante la visualizzazione di un video tramite il suo lettore integrato.
          yt-remote-device-idNessuna scadenzaYouTube imposta questo cookie per memorizzare le preferenze dell'utente durante la visualizzazione di un video tramite il suo lettore integrato.
          yt.innertube::nextIdNessuna scadenzaQuesto cookie, impostato da YouTube, registra un ID univoco per memorizzare dati relativi ai video di YouTube visualizzati.
          yt.innertube::requestsNessuna scadenzaQuesto cookie, impostato da YouTube, registra un ID univoco per memorizzare dati relativi ai video di YouTube visualizzati.
          Altri
          Altri cookie analizzati e in fase di classificazione, da stabilire insieme ai loro fornitori.
          Salva e accetta
          Powered by CookieYes Logo