Nell’intervista che state per leggere, il professor Tony Brewer esamina in maniera critica il mondo della scuola, che lui vive giorno e notte. Sorgeranno varie riflessioni in grado di coprire temi di fondamentale importanza di cui, purtroppo, oggi si parla troppo poco o non se ne parla affatto.
Brewer, laureato in Filosofia presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II, oltre ad essere docente di Storia e Storia della Filosofia presso il Liceo Scientifico “G.B.Piranesi” di Capaccio-Paestum, è autore di saggi sull’individualismo metodologico nella riflessione politica inglese del Seicento e del Settecento. Ha curato la categoria Filosofia nel volume per le scuole “L’Islam spiegato dai ragazzi ai ragazzi”. Nel 2018 ha pubblicato per Effequ ” Non so di non sapere. Revisioni semiserie alla filosofia”. Nel 2020 il suo scritto “It’s only about sport and life” viene introdotto nel volume “Racconti sportivi” . Nel 2022 pubblica “Libri di Classe” (IOD EDIZIONI). Nel giugno 2025 gli viene conferito il Premio Massimo Troisi per la categoria “Migliore scrittura comica – Opere Inedite” con il racconto “Benvenuti nella Vita 0.0”. Nel 2026, insieme al prof. Giuseppe Foscari pubblica il romanzo dal titolo “Frammenti di un no. Piccola biografia di un portiere di calcio”. (Caffèorchidea).
Abbiamo interpellato Tony Brewer per una panoramica sul mondo della scuola, che verte dalle pratiche burocratiche fino ai programmi di studio, in riferimento all’articolo pubblicato da ComeDonChisciotte dal titolo Educare per servire.
- Professore Brewer, percepisce nel suo quotidiano la trasformazione della scuola da luogo di formazione critica a spazio di addestramento allo sfruttamento?
La spinta verso un sapere critico e problematico è un’attività lasciata alle capacità dei singoli docenti più che al sistema-scuola, un sistema indebolito da due patologie:
1) l’iper-burocrazia (i dirigenti sono soffocati da responsabilità penali, da bizantine logiche amministrative, da problemi di sicurezza. I docenti vivono una “moderna forma di alienazione” fra riunioni, scartoffie, monitoraggi, griglie).
2) La maniacale ossessione rivolta alle “competenze” misurabili che riduce l’apprendimento ad un processo meccanico, anonimo, impersonale.
A dire il vero, però, il sistema-scuola soffre da decenni di una malattia gravissima: l’endemica incapacità di dare un senso reale all’autonomia scolastica. Non è una provocazione intellettuale, ma un dato di fatto: l’autonomia ha fallito nel garantire pari opportunità. In questi ultimi due decenni è aumentato il divario territoriale e sociale tra scuole di città e province, tra nord e sud. La deriva aziendalistica è il risultato di un’autonomia scolastica che si riflette nella logica del marketing (open-day, progetti d’effetto, olimpiadi pseudo-cognitive, giochi matematici-filosofici-storici-e-cavoli-vari) e nella competizione sfrenata fra istituti (come in un mercato impazzito e anarchico, le scuole lottano fra loro al fine di non perdere studenti-clienti e per non perdere cattedre). Non bisogna avere un quoziente intellettivo per vedere come il percorso formativo degli studenti sia continuamente interrotto da progetti, bandi, eventi, formazioni.
- Cosa pensa dell’alternanza scuola-lavoro?
Nei licei sono previste 90 ore. In altri istituti si arriva a 200. Sulla Formazione scuola-lavoro c’è una cosa che voglio dire. Anzi, sono 3 nomi: Lorenzo Parelli, Giuseppe Lenoci e Giuliano De Seta. Tre ragazzi che hanno perso la vita mentre erano impegnati a svolgere i percorsi di alternanza. In una nazione dove sono state istituite non so quante giornate dedicate – giustamente – al ricordo di chi ha vissuto una ingiustizia, trovo scandaloso che la scuola italiana non ricordi annualmente questi ragazzi. Evidentemente l’eccesso di burocrazia ha obnubilato il senso di umanità e di civiltà.
- Negli ultimi anni si parla spesso di educazione civica nelle scuole superiori. Lei crede che questa materia sia un autentico strumento di coscienza critica o un semplice rito istituzionale?
L’educazione al civismo è per sua natura un’attività pratica, anzi la buona pratica per eccellenza. Promuovere la convivenza civile, sensibilizzare le persone su questioni quali sostenibilità ambientale e cittadinanza digitale sono collegate all’esperienza, ai comportamenti concreti. La conoscenza delle leggi e le nozioni teoriche acquisite su inclusività, rispetto, partecipazione attiva da sole non bastano per creare Cittadini consapevoli del bene pubblico.
- Monicelli sosteneva che la spensieratezza fosse un’invenzione borghese. Lei ha percepito nella scuola una semplificazione culturale in virtù di quella stessa spensieratezza di cui parlava il grande regista?
La semplificazione culturale presente nella scuola e nella società italiana non è espressione della spensieratezza borghese di cui parlava Monicelli. È uno specchio fedele della pesantezza della rifeudalizzazione dell’Occidente. Mi permetto di segnalare un libro: “Rifeudalizzazione. La mutazione che sta disintegrando le democrazie occidentali”, di Massimo de Carolis.
- Lei ha appena pubblicato un romanzo storico-sportivo che manifesta un atto di opposizione al nazismo. Proprio perché parliamo di nazismo, nota differenze tra i roghi di libri delle SS e la moderna cancel culture, ossia l’eliminazione silenziosa
di moltissimi pensatori?
La differenza sta nella direzione. I roghi dei libri del regime nazista sono eventi che si collocano all’interno di uno Stato totalitario che dall’alto impone una violenza statale. La Cancel Culture è un processo che parte dal basso e nasce all’interno di gruppi di individui, di movimenti che si mobilitano per creare forme di ostracismo sociale, culturale, commerciale, nei riguardi di chi – secondo loro – pubblicamente merita disprezzo o una forte disapprovazione morale e politica. Potremmo poi chiederci se questi movimenti siano etero-diretti dall’alto, ma corriamo il rischio di entrare in una zona d’ombra dove congetture, ipotesi, analisi, teorie complottiste si mescolano pericolosamente.
- Penso alla speculazione filosofica di Gramsci, al neorealismo di Pasolini… alla poetica di Pound. Certi intellettuali vengono normalizzati e accantonati perché davvero superati o perché le loro idee continuano a disturbare?
Addirittura Ezra Pound! Lasciamo perdere l’autore dei “Canti Pisani” e diciamo che figure come Gramsci e Pasolini vengono presentate, analizzate e dibattute a scuola più di quanto pensiamo. Fortunatamente.
- Gli studenti del 2026 sono disturbati da qualcosa? In caso di risposta positiva, il compito dell’istituzione scolastica è quello di “proteggerli” oppure farli confrontare con ciò che li disturba?
Questa è una domanda che deve rivolgere alla folta schiera dei pan-psico-pedagogisti.
- Se la scuola eliminerà i cultori del sospetto, della società di massa, del capitalismo e – di conseguenza – del conformismo, uno studente potrà mai credere in qualcosa di diverso dal mondo di oggi?
I grandi Maestri del sospetto, del dubbio, dell’incertezza, non scompariranno mai dalla scuola italiana fino a quando docenti, coerenti con la propria professionalità, continueranno a credere nel valore della discussione e del confronto. Però nella sua domanda c’è qualcosa che mi fa riflettere. Lei mi chiede se uno studente potrà mai credere in qualcosa di diverso dal mondo di oggi? Riformulo la domanda: uno studente oggi mette in discussione le regole e le dinamiche del mondo del lavoro o si limita ad acquisire conoscenze e competenze spendibili in un modo che non intende assolutamente mettere in discussione?
In merito alla nostra chiacchierata, questa è la DOMANDA FONDAMENTALE. Sempre più spesso mi capita di sentire che la scuola deve rispondere ai bisogni del territorio. Deve rispondere alle esigenze e alle nuove sfide che provengono dal lavoro, dal mercato, dalla globalizzazione. Ma le scuole non dovrebbero rispondere a questa logica. Le scuole non nascono per conformarsi al territorio, ma si sono evolute seguendo un percorso diverso: studiare il mondo reale e sfidarlo. Il mondo che ereditiamo va reinterpretato, migliorato, arricchito con conoscenze e coscienze critiche.
Una persona consapevole vive nella certezza che la propria esistenza è segnata da una verità: cercare di cambiare sempre in meglio se stessi e ciò che si ha intorno. Altro che “Scuola che deve rispondere alle esigenze del territorio!”.
La scuola, le Università devono essere capaci di guidare il territorio, modificare le sue criticità e le sue mediocrità. Così si fa educazione civica, così si rende la cultura viva e reale. Accontentarsi dell’esistente, di ciò che ci sta intorno e non mettere mai in discussione il mondo di oggi è una sconfitta per tutti. Per le nuove generazioni, per chi ha operato all’interno della scuola, per chi crede che il valore della cultura sia nella sua capacità di “creare” nuovi scenari.
In sintesi, ammettiamo che gli studenti non credono alla possibilità di realizzare “nuovi mondi”, questa mancanza di desiderio di trasformare la realtà è colpa loro o le “buone scuole” – quelle degli acronimi idioti e dei mille progetti, delle semplificazioni culturali mascherate da obiettivi didattici alternativi, delle competenze dove il sapere è direttamente funzionale al mercato del lavoro e ai bisogni delle imprese -, non c’entrano qualcosa?
Detto questo, ci sono temi come la salute della terra, il ripensamento del consumo in chiave consapevole, l’effettiva uguaglianza di genere dove l’attivismo giovanile è presente. Ad essere assenti sono le grandi e piccole istituzioni.




