Didi, un’anziana duchessa di origini transilvane, torna a vivere nel palazzo di proprietà della famiglia in una cittadina del Salento. Avendo bisogno di assistenza e dovendo recarsi nella sua terra d’origine per l’inizio del processo di beatificazione del padre i figli le trovano una badante. Si tratta di Vita, una donna del popolo che non ha una vita facile dovendo vivere con i genitori anziani e con un fratello disabile e avendo una relazione non soddisfacente con un avvocato sposato. Il viaggio in Ungheria le permetterà di scoprire un contesto sociale a lei sconosciuto e di iniziare un complesso percorso di avvicinamento alla persona che le è stata affidata.
Edoardo Winspeare torna a dirigere un film ampliando il suo sguardo all’Europa conservando intatta la sensibilità nei confronti dei soggetti che porta sullo schermo.
Ci vogliono due grandi attrici per sostenere due ruoli come quelli di Didi e di Vita. Ma ci vuole anche un regista dalla particolare disponibilità a cogliere ogni, anche la più piccola, variazione delle espressioni del loro volto o corpo. Di Dominique Sanda, che ritorna sul grande schermo dopo un’assenza dal 2021 (Il paradiso del pavone di Laura Bispuri) conoscevamo la bravura ma forse non ne avevamo potuto apprezzare appieno ciò che lo scorrere del tempo le ha donato: la capacità di offrire tutte le sfumature della personalità di una donna anziana e ammalata in grado di passare in un battito di ciglia dalla dolcezza di un gesto alla perentorietà di un giudizio. Se fosse lecito fare paragoni si potrebbe parlare di una Maggie Smith parigina. Accanto a lei Celeste Casciaro, un’attrice che ha accompagnato il percorso di Winspeare e che qui ha la possibilità di dimostrare appieno il suo valore nel tratteggiare una donna dalla personalità forte e dalla scarsa cultura che però sa leggere nell’animo altrui.
Attento da sempre a cogliere i molteplici aspetti della realtà sociale e individuale di coloro che vivono nella terra in cui è nato e vive, Winspeare parte da lì per ampliare lo sguardo all’Europa e alla sua storia. Il suo non è solo un viaggio nello spazio (dal Salento alla Transilvania) ma è soprattutto un percorso nel tempo di un continente le cui ferite, nonostante tutto, non si sono ancora completamente rimarginate dopo il secondo conflitto mondiale.
Questo itinerario complesso viene proposto con la delicatezza di sguardo di un professionista del cinema che sa come partire da un’esperienza personale (il morbo di Parkinson che ha colpito sua madre) per trasporla in una vicenda che vede due donne distanti tra loro anni luce, per un’infinità di motivi, avvicinarsi progressivamente (ma anche a volte3 trovarsi a distanza) sul piano di un’empatia le cui inizialmente fragili radici affondano in un confronto con sofferenze e disagi che, anche se profondamente diversi, finiscono con l’accomunarle nel bisogno di trovare una modalità per affrontarli.
Lo sguardo di Winspeare, che sa da sempre come raccontare il Salento, questa volta aggiunge una focale in più che rende i luoghi (siano le location transilvane o il palazzo nobiliare pugliese) protagonisti, insieme alle due donne, di una narrazione che, di sequenza in sequenza, conquista la partecipazione dello spettatore.



