Chi scrive è un architetto e ho lavorato per la Soprintendenza per i Beni Culturali ed Ambientali. Ho dedicato la mia vita professionale allo studio, alla diagnosi e alla tutela dei beni storici e artistici. Per chi fa questo mestiere, un monumento non è un ammasso di pietre, ma un organismo vivente. È il frutto preziosissimo dell’ingegno umano, messo in atto per rendere questo nostro mondo più bello, armonioso e degno di essere vissuto. Un bene tutelato è una vittoria sul tempo: è la dimostrazione che l’uomo può creare qualcosa capace di sopravvivere ai secoli, alle intemperie, ai terremoti.
È per questo che, guardando ciò che sta accadendo in Iran, resto veramente colpita. Non solo rattristata, ma fisicamente ferita nel mio senso più profondo di tecnica e di custode della bellezza. Resto sgomenta davanti all’insensibilità assoluta di due nazioni, Stati Uniti e Israele, che si stanno accanendo contro la storia millenaria di un popolo. E lo fanno con la spocchia di chi – è un dato di fatto storico – fin dalla sua stessa origine non ha prodotto grandi civiltà, ma ha come unica, inesorabile costante quella della distruzione.
In architettura sappiamo benissimo come funzionano le cose: non serve che un missile colpisca in pieno un palazzo per distruggerlo. Le onde d’urto di un raid aereo, le vibrazioni propagate nel sottosuolo, lo spostamento d’aria repentino generato da un’esplosione nelle vicinanze, sono sufficienti a compromettere l’equilibrio statico millenario di una struttura. Le micro-lesioni nei mattoni, lo sfollamento delle malte storiche, il distacco degli intonaci: è la morte silenziosa dell’architettura.
Ma cos’è esattamente quell’ente che dovrebbe proteggerci da tutto questo, e cosa sta facendo mentre le bombe cadono? L’UNESCO (l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura) nasce nel 1945 proprio con lo scopo di costruire la pace nella mente degli uomini attraverso la cultura. È l’ente che identifica, cataloga e dichiara “Patrimonio dell’Umanità” i luoghi che non appartengono più a un singolo Stato, ma a tutti noi. Per proteggerli in tempo di guerra, si appoggia alla Convenzione dell’Aja del 1954. È qui che nasce il famoso “simbolo blu” – un cerchio e un quadrato attorno a un tempio – pensato per avvertire chi sta sopra i cieli che lì sotto c’è qualcosa di sacro e intoccabile.
E cosa fa l’UNESCO oggi, di fronte ai raid in Iran, alle distruzioni in Siria, Yemen, Libano e Gaza? La dura realtà, che noi che abbiamo lavorato in soprintendenza conosciamo fin troppo bene, è che l’UNESCO non ha un esercito, non ha caschi blu armati da mettere a guardia dei templi. Il suo potere è solo diplomatico, morale e burocratico.
Di fronte all’attualità dei bombardamenti, l’Agenzia delle Nazioni Unite si limita a lanciare allarmi, a emettere condanne ufficiali, e a sollecitare le parti “al rispetto del diritto internazionale umanitario”. Dal suo ufficio di Parigi, coordina il monitoraggio satellitare per mappare i crateri vicino ai siti. In pratica, mentre le superpotenze fanno piovere il fuoco, l’UNESCO si prepara a fare il “notaio di morte”: documenta i danni, cataloga le perdite, prepara i dossier per i futuri, ipotetici e lunghissimi processi per crimini di guerra, e stila piani di ricostruzione che spesso non si potranno mai attuare.
Per noi tecnici, questo sistema è una beffa. Il diritto internazionale e i simboli blu sono stati concepiti per guerre convenzionali del passato, non per l’arroganza della tecnologia militare iper-moderna di Usa e Israele. Quando un pilota decide di ignorare quel simbolo, l’UNESCO è totalmente impotente. E i danni ai palazzi e ai siti iraniani hanno già iniziato a manifestarsi, dimostrando l’inutilità di queste carte. E la beffa più crudele di questa impotenza si è consumata proprio in questi mesi.
Ecbatana – capitale dei Medi – sito archeologico
A luglio del 2024, l’organizzazione ha finalmente inserito nella lista dei Patrimoni dell’Umanità Hegmataneh, l’antica Ecbatana, nel cuore della città di Hamadan. Non stiamo parlando di un palazzo, ma di un immenso tell archeologico: una collina artificiale creata da millenni di sovrapposizione di strati di vita umana, la capitale dell’Impero Medo che ha preceduto i Persiani. Per un tecnico, i tell sono gli organismi più fragili in assoluto: la terra stessa che li compone ha una coesione precaria. Hamadan, essendo un nodo logistico e militare strategico, è stata recentemente nel mirino dei raid. L’UNESCO ha appena finito di disegnare il simbolo blu su Ecbatana, e le onde d’urto dei bombardamenti vicini stanno già rischiando di sventrare i suoi strati di storia. Un’assurdità tecnica e morale.
Palazzo del Golestan prima del raid
E questa tragedia si sta abbattendo senza pietà sui 29 siti Patrimonio dell’Umanità dell’Iran:
I palazzi e le strutture già sotto shock
- Il Palazzo di Golestan (Teheran): Sede del potere e capolavoro dell’arte qajara. Le sue sale, i suoi stucchi finissimi e i suoi specchi decorativi sono estremamente sensibili alle vibrazioni. I raid nella capitale hanno già trasmesso agli edifici tensioni per cui non erano mai stati progettati, mostrando le prime avvisaglie di danno strutturale.
- Persepoli e Pasargadae: La gloria dell’Impero Achemenide. Le enormi colonne di pietra e i bassorilievi che raccontano la nascita dei diritti umani sono strutture monolitiche che, paradossalmente, non sopportano le onde d’urto moderne delle esplosioni in area militare limitrofa, che ne minano silenziosamente la stabilità.
- Takht-e Soleyman e il Paesaggio sassanide del Fars: Le antiche fortezze e i palazzi reali, già provati da millenni di erosione, stanno subendo il trauma meccanico dei cieli di guerra.
I capolavori safavidi nel mirino dei raid
- Il Palazzo Ali Qapu e la Naqsh-e Jahan di Isfahan: Il danno qui è già una realtà che fa piangere chi conosce la statica degli edifici. Il Palazzo Ali Qapu, costruito alla fine del XVI secolo, è un edificio alto a forma di arco coronato nella parte anteriore da un immenso tālār (balcone coperto) che fungeva da sala delle udienze e da punto di osservazione da cui lo Scià e i suoi ospiti potevano assistere alle partite di polo. Questo palazzo si affaccia sull’immensa Naqsh-e Jahan Square, che in persiano significa “Immagine del mondo”, situata nel cuore della città e concepita per ospitare i gioielli architettonici dell’impero safavide. Le vibrazioni dei raid aerei hanno già iniziato a minare l’equilibrio statico di questo balcone monumentale: una struttura progettata per la grazia e l’osservazione pacifica, brutalmente scossa dalle onde d’urto della guerra.
- Il Palazzo Chehel Sotoun: La tragedia si fa ancora più incombente. Della lista UNESCO fa parte anche questo palazzo, inserito per il suo giardino persiano. Il nome stesso, Chehel Sotoun, significa “40 colonne”, un effetto ottico dato dalla somma delle venti colonne reali che sostengono il soffitto e delle loro immagini riflesse nella vasca d’acqua di fronte. La sua esistenza è documentata fin dal 1614 (fu ricostruito nel 1706 dopo un incendio) ed era il luogo solenne dove i sovrani safavidi ricevevano gli inviati stranieri. Il dettaglio che fa gelare il sangue a chi fa il mio mestiere è questo: il palazzo si trova in stretta prossimità dell’edificio del governatore provinciale, che negli scorsi giorni è stato l’obiettivo diretto di un raid israeliano. La finta magia delle 40 colonne riflesse nell’acqua ha tremato sotto l’impatto di esplosioni calcolate a pochi metri di distanza. Questo non è un rischio teorico, è un attentato alla storia già avvenuto.
L’architettura sacra al limite del collasso
- Meidan Emam e le Moschee di Isfahan: La Piazza Naqsh-e Jahan e le sue moschee (come la Masjed-e Jāmé e quella dello Sheikh Lotfollah) sono capolavori ingegneristici unici al mondo, famose per le loro enormi cupole e i minareti in laterizio. Isfahan è un nodo strategico, e le esplosioni nelle sue vicinanze stanno sottoponendo queste strutture a stress dinamico continuo, rischiando di compromettere in modo irreversibile l’equilibrio delle volte.
- Soltaniyeh e Gonbad-e Qabus: Due delle cupole in mattoni più grandi e slanciate del mondo medievale. Un’architettura che sfida la gravità da secoli, ma che non può resistere a lungo alle scosse indotte dai bombardamenti contemporanei.
- Il complesso di Sheikh Safi al-Din ad Ardabil: Un altro gioiello che trema sotto i cieli militari.
I materiali fragili e le città della terra
- Yazd, Bam e Shahr-i Sokhta: Città costruite prevalentemente in terra cruda (argilla). Resiste al sole da millenni, ma va letteralmente in frantumi, polverizzandosi, con le micro-fratturazioni causate dalle onde d’urto dei raid.
- Tchogha Zanbil e Susa: I resti elamiti e sumeri, strutture di una delicatezza estrema, irrilevanti per un pilota che sgancia bombe.
- Il Bazar storico di Tabriz e i Caravanserragli: Le grandi volte in muratura dei mercati coperti e delle stazioni di posta lungo la Via della Seta rischiano il collasso strutturale per le esplosioni nelle infrastrutture di trasporto moderne sovrapposte a quelle antiche.
Le infrastrutture della vita e i territori invisibili
- Il Qanat persiano e Shushtar: Le reti di canali sotterranei e le dighe idrauliche che hanno permesso la vita nel deserto. I raid possono incrinare le falde acquifere e far crollare le gallerie, distruggendo l’ingegneria idraulica che ha generato i Giardini Persiani (altro dei 29 siti) veri e propri paradisi terrestri ora minacciati dalla siccità bellica.
- Foreste Hyrcaniane, Deserto del Lut e Ferrovia Trans-iraniana: Anche i patrimoni naturali e quelli legati all’architettura industriale del ‘900 subiscono le conseguenze dell’inquinamento da scorie belliche e delle detonazioni che alterano territori intatti.
E poi ancora: i Complessi monastici armeni, il paesaggio rupestre di Maymand, le Grotte di Karaftu in Kurdistan (recentemente candidate), l’immenso tell di Bisotun. Un intero Paese, con la sua rete di 29 siti millenari, trasformato in un campo di esercitazione a cielo aperto per le superpotenze.
Da architetto, so che un danno a un bene UNESCO non si “ripara” mai davvero. Si può fare un restauro, si può ricostruire, ma si perde per sempre l’energia originaria, l’esecuzione materica di chi lo ha ideato secoli fa.
L’UNESCO, con i suoi monitoraggi e le sue condanne, si è rivelato inefficace. La distruzione del patrimonio iraniano è l’atto più meschino di questa guerra di potere. È l’atto di due nazioni che, non avendo una storia millenaria di cui essere orgogliose, sentono il bisogno di abbattere quella altrui. E noi, che abbiamo studiato per capire come conservare la bellezza del mondo, stiamo assistendo impotenti e sotto molti aspetti complici, all’opera di chi sa solo ridurlo in macerie.
Ma la pietra, per quanto mi faccia male vederla crepare, è inerte. Il vero, insopportabile grido che si leva da sotto quelle bombe non è fatto di macerie, ma di carne, sangue e vite spezzate. Mentre i palazzi storici tremano per le onde d’urto, le strade si macchiano del sangue di donne e bambini. E qui, da cittadina e da tecnica della memoria, sale un’amara consapevolezza: il diritto internazionale è morto, sepolto sotto le macerie della geopolitica.
Dobbiamo farci una domanda brutale, senza nasconderci dietro la diplomazia di circostanza: come mai una violazione così palese e sistematica dei diritti internazionali, come mai i genocidi che si stanno attuando sotto i nostri occhi non suscitano un disgusto tale da far crollare il sistema? Come mai questo orrore non si traduce nell’unica risposta logica, dovuta e imposta dal diritto internazionale: sanzioni immediate, severe e paralizzanti contro queste due potenze?
Se a compiere questi crimini fosse qualsiasi altro Stato del globo, le nazioni occidentali si ergerebbero a paladine della giustizia in un batter d’occhio. Invece, davanti a Israele e Stati Uniti, il mondo tace.
La risposta è unica, ed è terrificante: queste due nazioni si sono arrogate il diritto di sostituirsi a Jahvè. Hanno elevato se stesse a giudici supremi del pianeta, decidendo chi ha il diritto di esistere, chi ha il diritto di avere una storia e chi, invece, deve essere cancellato. Non stanno portando la democrazia, non stanno difendendo alcun valore. Stanno occupando e devastando territori che non sono di loro esclusiva gestione, terre che non li hanno mai chiamati padroni e che non gli appartengono. Lo fanno unicamente per l’interesse economico, per il controllo delle risorse e per una inarrestabile brama di potere che li ha resi ciechi di fronte alla sacralità della vita umana e della cultura.
Come architetto, so per certo che un edificio non regge se le sue fondamenta sono marce. L’UNESCO, con i suoi simboli blu, si è rivelato uno scudo di carta. Ma a essere carta straccia sono le fondamenta stesse dell’ordine mondiale basato sui diritti umani, oggi putrefatte dall’ipocrisia. E se le fondamenta cedono, il crollo è inevitabile.
Guardiamo la mappa. La traiettoria della distruzione è tracciata e non lascia spazio a interpretazioni. Prima hanno polverizzato Gaza, cancellando la Palestina sotto una pioggia di bombe. Poi è toccata alla Siria, al Qatar e allo Yemen. Ora il fuoco si è abbattuto sull’Iran e sul Libano. Non è caos: è un disegno calcolato, l’avanzata spietata del progetto della “Grande Israele”. Ed è un’illusione criminale pensare che questa fame di terre e di potere si fermi ai confini del Medio Oriente.
Ecco il monito che noi europei dovremmo scolpire nelle piazze dei nostri paesi, invece di nasconderci dietro la comoda diplomazia dei salotti: noi siamo i complici di questa fine del mondo. I governi europei che forniscono armi, basi logistiche, copertura politica e silenzio assordante non stanno difendendo la pace. Stanno solo fabbricando il boomerang che poi ci torcerà il collo.
Chi pensa di essere intoccabile perché crede di essere Yahweh, chi calpesta i diritti umani con arroganza, non riconosce confini né alleanze eterne. Quando questa furia, che oggi giustifichiamo come “interesse strategico”, si rivolgerà anche contro di noi – quando colpirà i nostri territori, la nostra sovranità e la nostra economia – sarà troppo tardi. Non ci sarà spazio per i nostri piagnucolosi mea culpa, né per le patetiche condanne dell’ONU.
Fino a quando il resto del mondo non troverà il coraggio di punire queste due superpotenze con l’unico linguaggio che comprendono – l’isolamento economico e le sanzioni – continueremo a contare i siti UNESCO ridotti in polvere e i bambini sepolti sotto le macerie. Se continuiamo a chinare la testa, non faremo altro che condannarci a una sudditanza totale. Sarà la fine della nostra stessa civiltà. Avremo permesso che distruggessero il patrimonio dell’umanità – il nostro patrimonio, perché l’umanità siamo tutti noi – per poi scoprire, nel momento peggiore, di aver costruito con le nostre stesse mani la gabbia in cui verremo rinchiusi.




