Dalla scatola magica alla fabbrica di consenso
Ricordo quando ero piccola, negli anni ’60, il televisore era una sola, grande, cubica scatola magica dal cuore caldo e fragilissimo, pieno di valvole che si illuminavano al buio, trasmetteva su un’unica frequenza, in un mondo rigorosamente in bianco e nero, il volume aveva quel suono tipico, un po’ ovattato e ronzante, che riempiva la stanza come una voce di famiglia, poi, lentamente, i canali sono diventati due, poi tre. Negli anni ’80 si sono aggiunte le reti Mediaset, portando il colore e il rumore. E oggi? Oggi ci troviamo di fronte a livelli impensabili, quasi grotteschi, di molteplicità di canali: centinaia di opzioni, l’infinità dello streaming, l’on demand h24.
Ci saremmo dovuti aspettare che questa esplosione di mezzi di comunicazione portasse a un’età dell’oro dell’informazione e della cultura. Invece, è avvenuto l’esatto opposto, quell’abbondanza iperbolica non ha nutrito la mente, ma ne ha decretato l’annichilimento cerebrale. La proliferazione dei canali non è stata una democratizzazione del sapere, ma un’arma di distrazione di massa e proprio in quel vuoto culturale, in quella noia anestetizzata dalla sovrabbondanza di stimoli vuoti, si è innestato il mostro.
Quella che era nata come una innocua “scatola magica” per accompagnare le serate degli italiani, si è trasformata nell’architettura di un sistema di controllo invisibile. Oggi, quel vecchio cuore di valvole è stato sostituito da algoritmi freddi e spietati e il nuovo nome di questo ingranaggio è MFE-MediaForEurope.

Ormai accendere la televisione non è più un atto essenzialmente passivo, prima il telespettatore era un “consumatore” di palinsesti: se non ti piaceva ciò che andava in onda su Canale 5, cambiavi canale e andavi su Rai 1. Il flusso era unidirezionale e, una volta spento il telecomando, il rapporto tra utente e rete si interrompeva.
Con la trasformazione di Mediaset in MFE-MediaForEurope, quell’era è definitivamente morta, dietro la vetrina luccicante dello streaming, delle smart TV e delle promesse di intrattenimento “on demand”, si nasconde un cambiamento epocale: l’utente non è più il destinatario finale del prodotto, è il prodotto stesso.
Quel che un tempo era un semplice mux di segnali televisivi (Multiplex sistema che unisce più segnali in uno solo) si è trasformato in un sistema tecnologico sofisticato capace di esercitare un controllo a 360 gradi sugli utenti: sui loro dati, sulle loro scelte e, in ultima analisi, sulla loro percezione della realtà.
Ecco come si articolano i meccanismi di questo nuovo controllo.
1. Il controllo dei Dati: La fabbrica delle “Identità Digitali”
Per capire la portata del cambiamento, basta guardare la piattaforma gemella del gruppo: Mediaset Infinity. Quando un utente si collega tramite il suo televisore, smartphone o computer, non sta semplicemente “accedendo a un video”, ma sta firmando un contratto invisibile, mentre l’utente guarda una fiction o una partita di Champions, il sistema raccoglie una mole imponente di metadati: quanto tempo passi su un certo contenuto, a che minuto premi “pausa”, se riavvolgi una scena, quale dispositivo usi, a che ora ti connetti e da dove. Questi dati non servono solo a migliorare il servizio, servono a costruire il tuo profilo comportamentale, insieme ai classici cookie web, MFE (attraverso la sua ramificata rete pubblicitaria) è in grado di tracciarti mentre navighi su internet e poi farti ritrovare, sulla tua Smart TV, una pubblicità perfettamente calibrata sui tuoi recenti dubbi o desideri di consumo. Il controllo si esercita sulla tua prevedibilità: sanno cosa ti serve prima che tu lo richieda.
2. Il controllo Algoritmico: L’illusione della scelta
Nella TV lineare, il controllo era fisico (il palinsesto stampato sulle riviste), mentre nell’era di MFE, il controllo è algoritmico e molto più subdolo perché si maschera da “libertà di scelta”.
Quando apri Infinity, ciò che vedi nella homepage non è casuale. L’algoritmo decide quali titoli far emergere, quali copertine usare e in che ordine disposizioni i menu, questo meccanismo, noto come “curazione algoritmica, ha un potere immenso: può silenziare un programma semplicemente seppellendolo nelle profondità del catalogo, oppure può creare un “bombardamento” visivo per spingere l’utente a consumare un determinato tipo di intrattenimento. L’utente crede di scegliere liberamente, ma sta scegliendo solo all’interno di un percorso tracciato a tavolino.
3. L’esclusione economica: Il controllo tramite “Paywall”
Un altro aspetto cruciale del controllo moderno è l’accesso discriminatorio all’informazione e allo spettacolo. MFE ha progressivamente spostato contenuti di forte richiamo (dallo sport di elite, come la Champions League, fino ai contenuti premium delle sue reti) dietro paywall o abbonamenti specifici.
Questo crea una frattura digitale e sociale, se un tempo l’evento sportivo o il grande film di prima serata unificavano il paese sotto il tetto della TV gratuita (pagata indirettamente tramite la pubblicità), oggi l’utente viene “costretto” a pagare (spesso con costi aggiuntivi rispetto al normale abbonamento) per non essere escluso dalla conversazione sociale del giorno dopo. È un controllo basato sul portafoglio: se non paghi, vieni marginalizzato.
4. Il controllo Ideologico: Il monopolio del “Discorso Pubblico”
Qui risiede il cuore politico del potere di MFE. La trasformazione in società europea (con sede ad Amsterdam ma anime e dati a Milano e Roma) non ha scalfito la natura del suo controllo sull’opinione pubblica italiana.
MFE detiene il monopolio assoluto della televisione commerciale privata in Italia, attraverso i suoi Tg (Tg4, Tg5, Studio Aperto) e i suoi talk show di approfondimento politico, il gruppo esercita un controllo formidabile sull‘agenda setting ( teoria sociologica che tratta l’inclusione e l’esclusione delle notizie nei mass media): decide di cosa gli italiani devono parlare e come devono parlarne. In un’epoca di frammentazione sociale, le tre reti Mediaset rimangono l’unico agglomerato in grado di raggiungere decine di milioni di persone ogni giorno. Questo controllo sull’informazione si intreccia pericolosamente con i dati raccolti nello streaming: sapere cosa pensa l’utente (dai dati di navigazione) e potergli somministrare un’informazione politicamente orientata (tramite i Tg) è il sogno di qualsiasi sistema di potere moderno.
5. La gabbia dell’Ecosistema: Il controllo della “Fidelizzazione”
Infine, c’è il controllo architetturale. MFE sta cercando di replicare il modello delle “walled gardens” (giardini recintati) dei colossi americani come Apple o Amazon. L’obiettivo è rendere difficile per l’utente uscire dal loro ecosistema, se possiedi abbonamenti sportivi, intrattenimento per i figli, e l’abitudine di usare l’app per le repliche dei programmi, il “costo di uscita” (in termini di tempo e scomodità) diventa alto, l’utente diventa ostaggio del sistema. Le continue complicazioni tecniche (app lente, bug, difficoltà nella disdetta degli abbonamenti) non sono sempre dovute a incapacità tecnica, ma spesso sono meccanismi di friction (attrito) studiati per scoraggiare l’abbandono.
Per comprendere appieno la portata di questo sistema di controllo è fondamentale smantellare l’ultima illusione: l’idea che MFE-MediaForEurope sia ancora “la televisione di Berlusconi”.
Se guardiamo oltre il logo e i volti noti dei presentatori, cosa rappresenta esattamente MFE oggi nel panorama globale e nella vita dei cittadini?
MFE non è più un semplice editore televisivo, rappresenta un’iper-struttura che unisce il potere politico tradizionale all’estrazione di dati selvaggia del capitalismo tecnologico. Ecco i quattro volti di cosa rappresenta realmente MFE oggi:
1. La Cittadella Finanziaria Transnazionale (La fuga dall’Italia)
Il fatto che MFE sia una Societas Europaea (S.E.) con sede legale ad Amsterdam è il dettaglio più rivelatore. MFE rappresenta la disconnessione del potere mediatico dal territorio nazionale. Essendo olandese, il gruppo si sottrae a gran parte delle legislazioni italiane sul diritto d’autore, sulle tasse societarie e sulle rigidità del mercato italiano. Rappresenta un “cittadino del mondo” solo quando fa comodo (per comprare tv in Germania, Spagna, Portogallo e fondersi con altri gruppi europei), ma mantiene intatta la sua forza di fuoco monopolistica nel suo feudo storico italiano. È una struttura a senso unico: i profitti e i dati fluiscono verso l’esterno (o verso la cassa madre Fininvest), mentre i costi sociali, l’inquinamento culturale e il condizionamento politico rimangono confinati in Italia.
2. Il più grande “Data Broker” europeo mascherato da TV
Quando pensiamo a chi raccoglie i nostri dati, pensiamo a Meta (Facebook), Google o Amazon. MFE rappresenta la versione europea e “stealth” (furtiva) della sorveglianza capitalista. Grazie al suo dominio in Italia, in Spagna (Mediaset España) e in Germania (ProSiebenSat.1), MFE ha accesso quotidiano a decine di milioni di salotti europei, ma mentre Google sa cosa cerchi, e Meta sa chi frequenti, MFE sa cosa ti fa emozionare, cosa ti fa ridere, cosa ti fa arrabbiare e cosa ti fa comprare attraverso il mezzo più potente mai inventato: il video. Rappresenta un’infrastruttura di “estrazione comportamentale” senza precedenti nel vecchio continente, dove la privacy è spesso trattata con maggiore leggerezza rispetto al rigoroso GDPR teorico (Regolamento UE 2016/679 la norma europea che disciplina la protezione dei dati personali delle persone fisiche).
3. Il “Leviatano” Politico Ibrido
MFE rappresenta l’evoluzione finale del potere “la politica attraverso i media” , non è più la “tv di parte” degli anni ’90 , è qualcosa di molto più sofisticato: un acceleratore di agenda setting. Attraverso il controllo di Tg4, Tg5, Studio Aperto e dei principali talk show, MFE ha il potere di decidere quale scandalo far esplodere, quale crimine nascondere, quale politico distruggere e quale salvare. Essendo un’azienda quotata in borsa e con interessi transnazionali (dalle telecomunicazioni alle finanziarie), il suo “controllo subliminale” non serve più solo a difendere un partito politico, ma a plasmare l’opinione pubblica affinché approvi leggi e deregolamentazioni che favoriscono i grandi monopoli (compreso lo stesso MFE). L’utente viene guidato a indignarsi per temi “sciame” (immigrazione, sicurezza, costi della politica) per distrarlo dai veri centri di potere economico.
4. Il “Cavallo di Troia” nell’era delle Smart TV
Fino a dieci anni fa, il confine tra la televisione e l’utente era netto: il segnale arrivava, lo guardavi, il rapporto finiva. MFE oggi rappresenta il cavallo di Troia informatico nel salotto, con l’obbligo del digitale terrestre di nuova generazione (DVB-T2) e la diffusione delle Smart TV, MFE non ti manda più solo un’onda elettromagnetica, ti installa un terminale informatico in casa tua. L’applicazione Mediaset Infinity, presente di default su milioni di televisori, è un software che si aggiorna in background, che scambia dati con i server, che monitora la connessione. Rappresenta la trasformazione del televisore da “finestra sul mondo” a “spia sul divano”.
Nella transizione da Mediaset a MFE-MediaForEurope, il vero capolavoro di ingegneria quindi non è stato tecnologico, ma antropologico. Il gruppo ha riesumato e perfezionato la più antica delle arti: il controllo subliminale, ma attenzione, non stiamo parlando del vecchio mito dei fotogrammi del popcorn inseriti al cinema negli anni ’50, nell’ecosistema MFE (esemplificato da Mediaset Infinity e dalle Smart TV connesse), il controllo subliminale non avviene sotto la soglia della visione, avviene sotto la soglia della consapevolezza. Avviene attraverso ciò che i filosofi, in particolare con Michel Foucault e Giorgio Agamben, chiamano “dispositivo”, non è un semplice aggeggio meccanico o un software. È un insieme molto più vasto e sottile di regole, discorsi, oggetti e istituzioni che ha il preciso scopo di orientare i nostri gesti e i nostri pensieri in modo nascosto. Questo sistema di potere non usa la forza aperta o la coercizione fisica, ma agisce in modo subdolo: guida, modella e limita le nostre scelte quotidiane senza che noi ce ne accorgiamo, facendoci credere di essere liberi.
Il ritorno del “Teleschermo” orwelliano, rivisitato dal Capitalismo
Quando George Orwell scrisse 1984 nel 1948 , immaginò il “Teleschermo”: un apparecchio che trasmetteva propaganda e, contemporaneamente, spiava i cittadini nel loro salotto. Oggi, la televisione collegata a internet di MFE è l’esatta realizzazione di quell’utopia distopica, ma con un fine diverso.
A Big Brother non importa più se pensi male contro il Partito; a MFE importa solo che i tuoi pensieri vengano tradotti in dati comportamentali. Mentre guardi tranquillamente una puntata del Grande Fratello o un telegiornale, il tuo teleschermo sta “guardando” te. Ogni micro-ritardo nel premere il tasto del telecomando, ogni riavvolgimento, ogni abbandono a metà di un video viene registrato. Come profetizzava Orwell, la privacy nel proprio salotto è stata abolita, ma non per il controllo politico totalitario: è stata abolita per il controllo del mercato.
L’ipnosi di Aldous Huxley: Il controllo attraverso il piacere
Se Orwell ci ha fatto capire la perdita della privacy, è Aldous Huxley (Il Mondo Nuovo del 1932), che ci spiega la vera natura del controllo subliminale di MFE. Huxley profetizzò una società in cui le persone sarebbero state ridotte in schiavitù non attraverso il dolore e la paura, ma attraverso il piacere, la distrazione e il sovraccarico di intrattenimento.
L’interfaccia di Infinity, i reality show spinti all’esasperazione, le notizie ridotte a talk-show urlati dove la verità è secondaria rispetto allo spettacolo: tutto questo agisce come il “soma” huxleyano. È un controllo subliminale che anestetizza la critica. L’utente è talmente ipnotizzato dal flusso continuo e infinito di stimoli visivi da non rendersi conto di essere all’interno di una gabbia. Il messaggio subliminale costante è: “Non pensare, consuma. Non agire, guarda”.
Gilles Deleuze e le “Società di Controllo”
Il filosofo francese Gilles Deleuze, nel suo celebre saggio “Postscriptum sulle società di controllo” (1990), spiegò che il potere moderno non ha più bisogno dei muri di cemento o delle fabbriche chiuse dell’epoca di Foucault. Il controllo oggi è digitale, fluido e continuo.
Quando MFE ti chiede di creare un “Account Unico”, di inserire una password e di loggarti persino per vedere la replica gratuita di un programma, non lo fa per “migliorare la tua esperienza”. Lo fa per annodare un filo invisibile attorno al tuo polso digitale. Come scriveva Deleuze, la formula della società di controllo non è più l’individuo chiuso, ma l’individuo “dividuato” tramite password e codici a barre. MFE ti taggola, ti traccia, ti scompone in una serie di categorie (eta, genere, preferenze politiche, potere d’acquisto) per poterti dominare in modo chirurgico.
L’espropriazione dell’anima: da esseri umani a “Dividendi”
È qui che entra in gioco la filosofia contemporanea, in particolare Shoshana Zuboff sociologa e accademica di Harvard, con la sua teoria del “Capitalismo della Sorveglianza” (Surveillance Capitalism del 2019 ). Zuboff spiega che il nuovo scopo delle grandi corporations (e MFE è un conglomerato media che opera esattamente con questa logica) non è più semplicemente vendere prodotti, ma estrarre “surplus comportamentali”.
Cosa significa nella pratica per l’utente MFE? Significa che la tua rabbia mentre guardi un dibattito politico su Rete 4, la tua commozione per una fiction su Canale 5, la tua eccitazione per un gol su Italia 1, non ti appartengono più. Quelle reazioni emotive vengono istantaneamente catturate, computate e trasformate in “previsioni sul tuo comportamento futuro”.
Come evidenziava anche il filosofo coreano Byung-Chul Han nella sua Psicopolitica, viviamo nell’era della “trasparenza totale”, dove siamo noi a offrire spontaneamente i nostri dati in cambio di gratuità apparente. L’utente MFE diventa letteralmente un numero da convertire in dividendo.
Il tuo profilo digitale, arricchito dalle tue emozioni subliminali catturate dal teleschermo, viene venduto da Publitalia agli inserzionisti pubblicitari a un prezzo premium. Non sei più il cliente di MFE; sei la merce che MFE vende ai suoi veri clienti: le aziende che vogliono condizionare i tuoi acquisti.
In sintesi: La Meta-Fabbrica
Per dirla con i filosofi che abbiamo citato , MFE non rappresenta più la “fabbrica di sogni” (come amavano definire le vecchie reti TV).
Rappresenta una Meta-Fabbrica. Una fabbrica dove la materia prima non è la pellicola o il videonastro, ma la psiche umana. Gli utenti entrano in questa fabbrica non attraverso i cancelli di ingresso, ma attraverso la connessione Wi-Fi; non lavorano fisicamente, ma “lavorano” emotivamente e attentivamente fornendo dati in tempo reale; e non ricevono uno stipendio, ma vengono “pagati” con un intrattenimento suadente, rumoroso e ipnotico, mentre il vero dividendo viene incassato dagli azionisti nel silenzio delle sale trading di Amsterdam e Milano.
L’epilogo subliminale
La genialità di questo sistema di controllo è che non richiede la coercizione perchè il controllo è subliminale e si basa sulla consegna volontaria della propria libertà in cambio di comfort.
MFE ha costruito una macchina perfetta: prende un essere umano, lo adagia su un divano, lo ipnotizza con l’intrattenimento, ne legge i segni vitali attraverso i cavi della fibra ottica e infine lo consegna ai mercati finanziari sotto forma di percentuale di ascolto e profilo pubblicitario. Tutto questo, mentre sullo schermo scorrono le immagini di un mondo che sembra reale, ma in cui noi siamo già diventati solo numeri.
CONCLUSIONE: L’unico atto sovversivo
Chiamare MFE-MediaForEurope un “sistema di controllo” non è un’esagerazione “complottista”, ma una constatazione tecnica ed economica. Il gruppo ha smesso di essere un semplice “mux” di segnali video per diventare una macchina complessa che estrae valore dai comportamenti umani.
Di fronte a questa titanica architettura di controllo subliminale, di fronte a un sistema che ha trasformato le nostre emozioni in azioni sui mercati azionari e la nostra cultura in annichilimento cerebrale, cosa resta da fare? Come si combatte un nemico invisibile che vive dentro il cavo di fibra ottica?
Non esistono leggi europee che possano fermare l’algoritmo. Non esistono app per proteggerci da chi ci spia attraverso l’app stessa. Forse l’unica soluzione, la più elementare, la più spietatamente fisica, è quella che abbiamo dimenticato da quando quella grossa scatola cubica degli anni ’60 ha smesso di fare il ronzio delle valvole per diventare un silenzioso schermo piatto: staccare la spina.
Sembra un atto insignificante, quasi grottesco nella sua semplicità, ma in un’epoca di società di controllo digitale, staccare fisicamente quel cavo di alimentazione è l’unico vero atto di disobbedienza civile rimasto. Quando stacchi la spina, interrompi il flusso dei dati. Quando la Smart TV diventa un semplice e nero specchio vuoto sul muro, l’algoritmo di MFE cessa di esistere per te: non può più leggere i tuoi micro-spostamenti, non può più profilare la tua rabbia, non può più trasformare la tua attenzione in un dividendo per Publitalia. Tagli il cordone ombelicale che ti lega al Capitalismo della Sorveglianza.
Ovviamente, sappiamo che il sistema ha esteso i suoi tentacoli altrove: negli smartphone, nei PC. Staccare la spina della televisione non basta se poi si sposta il teleschermo in tasca. Ecco perché “staccare la spina” non deve essere letto solo in senso letterale, ma come una mutazione antropologica.
C’è però un atto tecnico, prima ancora di quello antropologico, che paralizza immediatamente la macchina: scollegare fisicamente la televisione da internet.
Il nuovo teleschermo orwelliano non vive solo di corrente elettrica, vive della linfa vitale della connessione Wi-Fi o del cavo Ethernet. Senza quella connessione, la “Meta-Fabbrica” di MFE va immediatamente in corto circuito. Scollegare la Smart TV dalla rete significa castrare l’algoritmo all’istante. L’app di Infinity non può più inviare i tuoi metadati ai server di Amsterdam, il teleschermo non può più tracciare i tuoi micro-spostamenti sul divano, e Publitalia non può più vendere le tue emozioni perché, semplicemente, non le riceve più.
La televisione torna a essere, magicamente, quello che era negli anni ’60: un semplice ricevitore unidirezionale. Un palinsesto che arriva, che guardi, e che muore lì, nel nulla del tuo salotto, senza lasciare traccia di te in nessun database. È una “lobotomia” digitale imposta all’apparecchio, che ti restituisce l’unico lusso che il capitalismo della sorveglianza ti ha rubato: l’anonimato.
Ma qui si apre un passaggio cruciale. Scollegare il cavo di rete non deve essere solo un atto di rinuncia, di fuga davanti all’invasione; per non essere una semplice resa, deve diventare un atto politico. E per capire come, dobbiamo rivolgerci a Giorgio Agamben.
Nel suo saggio “Profanazioni “(2005), il filosofo ci offre l’unica vera via d’uscita teorica dalla “società del controllo” di Deleuze. Agamben spiega che il potere moderno funziona creando “dispositivi” che sacralizzano le nostre abitudini, separandole dalla nostra vita per renderle proprietà del sistema. La pubblicità, il formato del reality, l’algoritmo vengono tratteggiati come intoccabili, dotati di un potere quasi magico davanti al quale noi ci inchiniamo passivi.
Come si distrugge allora questo potere? Non con la violenza, ma con la profanazione. “Profanare – scrive Agamben – non significa semplicemente abolire o cancellare la separazione sacra. Significa piuttosto imparare a usare di nuovo il dispositivo in modo nuovo”.
Scollegare la Smart TV da internet è, in fondo, il primo atto di profanazione dell’apparecchio. Quando privi lo schermo della sua connessione ai server di Amsterdam, gli togli l’aura sacrale dell’intelligenza artificiale e della sorveglianza. Quello che rimane è solo un pezzo di vetro, plastica e silicio. L’hai “de-sacralizzato”. L’hai riportato alla condizione di oggetto morto, pronto per essere profanato, ovvero riappropriato per un uso umano, libero e imprevisto. Lo schermo nero non è più un altare dove offrire i nostri dati, ma diventa uno specchio, una luce da accendere quando vogliamo noi, un fondale per le nostre ombre.
Solo a questo punto, liberato il dispositivo dalla sua vera funzione nascosta, il gesto può compiersi fino in fondo. Staccare la spina significa allora riappropriarsi del diritto alla noia. Significa dire “no” all’ipnosi continua del flusso huxleyano. Significa rifiutare la logica per cui il nostro tempo libero deve essere per forza monetizzato da un’azienda di Amsterdam. Significa riprendere quel volume ovattato degli anni ’60 e trasformarlo nel suono del silenzio, della lettura di un libro di carta, di una conversazione reale che non viene tracciata per venderci un’automobile o un detergente.
L’annichilimento cerebrale di cui parlavamo all’inizio non è una fatalità tecnica, è una scelta imposta. Noi abbiamo il potere di rifiutarla.
Di fronte al teleschermo di Orwell che ci guarda, di fronte alla matrice di MFE che ci scompone in numeri, l’atto sovversivo per eccellenza non è cercare il canale giusto. L’atto sovversivo è il buio dello schermo.
Staccare la spina è l’unico modo, ultimo e disperato, per ricordare a noi stessi e al sistema che noi non siamo dati comportamentali. Noi non siamo dividendi. Noi siamo esseri umani, e come tali abbiamo il sacrosanto diritto di non essere guardati.




